A 60 anni, Revolver suona ancora in anticipo

A 60 anni, Revolver suona ancora in anticipo

Parlare dei Beatles può rivelarsi ancora materia potenzialmente insidiosa, sia per il rischio di scivolare nel più classico dei peana, sia per il troppo vivo terreno dei gusti che il quartetto di Liverpool, tra idolatria e avversione, riesce ancora oggi a smuovere. Guardare da un'altra prospettiva uno dei loro capolavori, oggi che compie 60 anni, è operazione che ci prefiggiamo di eseguire in punta di piedi. Pertanto siamo lieti di ospitare sulle nostre pagine Fabio Zuffanti, critico musicale, bassista e icona della scena prog rock italiana, per parlare di Revolver, settimo album in studio dei Beatles, uscito nel 1966. Un disco in cui i Fab Four, astenendosi per la prima volta da tour e set cinematografici, decisero di svincolarsi dal proprio passato per ripensarsi da zero, dando nuovo corso alla propria musica e, in un certo senso, a tutta la produzione discografica nei decenni successivi. Un'opera talmente avanti sui tempi da meritare ancora oggi attenzione e discussione. Qui di seguito il nostro confronto:


Alcune tesi, per così dire, controcorrente, sostengono che Revolver non sia un album ‘rock’ d’avanguardia, ma piuttosto un capolavoro di ‘sofisticazione’ della canzone leggera. È una provocazione ingenerosa o una chiave di lettura da prendere sul serio?

La trovo una chiave di lettura assolutamente legittima, purché non venga usata in senso riduttivo. Anzi, il vero punto è proprio questo: Revolver non rivoluziona la musica popolare negando la forma canzone, ma portandola a un livello di raffinatezza e densità espressiva fino ad allora impensabile. La sua grandezza sta nel non scegliere la via dell’avanguardia elitaria o della destrutturazione radicale, ma nel trasformare la canzone in un dispositivo estremamente sofisticato, capace di contenere complessità armonica, ricerca timbrica, suggestioni colte e sperimentazione sonora senza perdere immediatezza comunicativa. In questo senso, Revolver è forse meno “avanguardistico” di quanto certa mitologia rock abbia sostenuto, ma proprio per questo ancora più importante: dimostra che si può innovare il linguaggio pop dall’interno, senza distruggerne le forme.

Secondo un aneddoto, Dylan, ascoltando Tomorrow Never Knows, avrebbe detto “ok, non volete più essere carini”. Si potrebbe dire che il gesto più rivoluzionario dei Beatles non sia stato ‘liberare’ il rock, ma nobilitare la canzone breve, rendendola un contenitore capace di assorbire modernismo, psichedelia, musica colta e altre culture?

Assolutamente sì. Credo che la vera rivoluzione dei Beatles non sia stata “fare il rock più adulto”, formula spesso abusata e anche un po’ semplicistica, quanto ridefinire la grammatica della popular song. Prima di loro la canzone pop aveva un perimetro piuttosto preciso: intrattenimento, melodia, struttura, durata contenuta. I Beatles dimostrano che quello stosso formato può diventare un laboratorio espressivo capace di assorbire quasi tutto: avanguardia elettronica, musica indiana, introspezione psicologica, collage sonoro, letteratura, ironia. La loro intuizione è che la profondità non richiede necessariamente forme monumentali: può abitare anche 3 minuti di musica perfettamente calibrata. È lì che la popular music smette di essere soltanto industria dell’intrattenimento e diventa definitivamente linguaggio artistico.

Del resto, nel 1966 molti dei segnali dell’avanguardia passano attraverso la durata: suite, improvvisazioni, dilatazioni, collages. I Beatles, invece, continuano a pensare per lo più in termini di forma-canzone breve

È proprio questo uno degli aspetti più intelligenti della loro poetica. I Beatles comprendono molto presto che la modernità non coincide necessariamente con l’espansione temporale. Molti gruppi dell’epoca cominciano a offrire testimonianze della propria ambizione artistica allungando i brani, introducendo lunghe improvvisazioni quasi jazzistiche. I Beatles fanno l’opposto: comprimono. Concentrano l’invenzione dentro forme brevi, quasi miniaturistiche. È una scelta che rivela enorme consapevolezza compositiva, perché implica disciplina, senso della sintesi, rifiuto dell’autocompiacimento. Revolver non è meno moderno perché resta compatto: è moderno perché riesce a condensare una quantità enorme di idee in spazi minimi.

Si è sempre parlato a proposito di questo album del lavoro in studio in termini quasi mitologici, ma quali sono stati nella pratica le innovazioni tecniche nel ‘montaggio fonografico’ che hanno davvero determinato una rottura con la tradizione?

Con Revolver lo studio smette di essere un luogo di semplice registrazione e diventa uno strumento creativo vero e proprio. Sul piano tecnico, il disco porta a una nuova centralità manipolazioni come l’automatic double tracking (ADT), introdotto proprio durante quelle sessioni, oltre a uso estensivo di nastri al contrario, varispeed, tape loops, filtraggio delle voci e close-miking su strumenti e batteria. Tecniche come queste sono considerate tra le innovazioni chiave delle sessioni di Revolver. Ma più ancora delle singole tecniche, conta il cambio di mentalità: il brano non è più pensato come qualcosa da “catturare”, bensì come qualcosa da costruire in studio per stratificazione, manipolazione, montaggio. Tomorrow Never Knows è il manifesto di questo approccio, ma tutto l’album ragiona già secondo una logica quasi da post-produzione contemporanea.

In quegli anni si respirava l'aria della Swinging London, della cultura beat e della controcultura psichedelica. In cosa Revolver è un disco pienamente britannico e in cosa può esser considerato già transnazionale?

Revolver è profondamente britannico nella sua ironia, nel suo gusto per l’assurdo, nella sua vena eccentrica, quasi letteraria. C’è dentro tutta la Londra del tempo: la moda, l’ottimismo creativo, il senso di emancipazione culturale della Swinging London. Ma allo stesso tempo è un disco già pienamente globale, perché assorbe stimoli che travalicano completamente il contesto inglese: la lezione americana del soul e di Dylan, la musica indiana, l’avanguardia europea, la psichedelia californiana nascente, persino suggestioni da musique concrète. È forse il primo grande disco pop veramente transnazionale, nel senso contemporaneo del termine: non appartiene più a una scena soltanto, ma a una nuova cultura giovanile internazionale che in quegli anni stava prendendo forma.

Se dovesse individuare il vero spartiacque nella parabola dei Beatles, lo collocherebbe più in Revolver o in Sgt. Pepper?

Personalmente in Revolver. Sgt. Pepper è il momento in cui i Beatles diventano consapevolmente “istituzione culturale”. Ma la vera frattura, quella in cui cambiano linguaggio, approccio e prospettiva, avviene con Revolver. È lì che smettono definitivamente di essere soltanto la più grande pop band del mondo per diventare qualcosa di radicalmente nuovo. Pepper perfeziona e teatralizza un percorso già avviato; Revolver invece apre la porta. Non a caso molti oggi vedono Revolver come il disco in cui il vero salto in avanti era già compiuto, mentre Sgt. Pepper ne amplia e consolida (magnificamente) l’impatto.

In conclusione, l’abbandono dei live viene spesso raccontato come una scelta pratica, ma la loro non poteva essere più vista come una proposta quasi filosofica, e cioè il rifiuto dell’evento spettacolare in favore dell’opera da ascolto?

Certamente ci furono motivazioni pratiche evidenti, come l'impossibilità tecnica di riprodurre i nuovi arrangiamenti dal vivo, il caos della beatlemania e lo stress personale. Ma la scelta assume anche un valore simbolico fortissimo. I Beatles, di fatto, sanciscono la superiorità dell’opera registrata sull’evento performativo. È una svolta epocale: non più musica come esperienza effimera e spettacolare, ma come oggetto artistico compiuto da fruire in un ascolto concentrato. In questo senso, il loro ritiro dalle scene concertistiche non è solo una rinuncia: è una dichiarazione estetica che ridefinisce il rapporto tra artista, pubblico e medium. Dopo il 1966, per molti musicisti il centro dell’esperienza non sarà più il palco, ma il disco.