Le Onde del Destino, sacrificio e sperimentazione in Lars von Trier
Compie quest'anno il suo trentesimo anniversario Breaking the Waves, in italiano 'Le Onde del Destino', quarto film alla regia per il danese Lars von Trier e capitolo inaugurale della sua cosiddetta 'Trilogia del Cuore d'Oro'. Un'opera di intensa drammaticità che non cessa, ancora oggi, di lasciare un segno sullo spettatore, in grado di commuovere, stordire, ma anche dividere il grande pubblico, al pari di quasi tutta la filmografia del cineasta di Lingby, che il prossimo aprile compirà 70 anni. In occasione della ricorrenza, abbiamo voluto proporre sulle nostre pagine un approfondimento chiamando in causa, per uno scambio di vedute sul film e sulla sua eredità culturale, Elisa Battistini, ex redattrice presso Il Fatto Quotidiano e attualmente critica cinematografica per Quinlan, nonché autrice di Lars von Trier. La Luce Oscura, monografia sul regista danese, edita da Bietti Editore nel 2025 (con prefazione di Willem Dafoe). La giornalista, che si è avvalsa nel corso della sua ricerca di contatti diretti con il notoriamente schivo Lars (un'impresa più unica che rara!), ci ha generosamente concesso l'opportunità di affondi precisi sull'argomento. Qui di seguito la nostra conversazione:

Vorremmo iniziare questa discussione con una domanda relativa al titolo originale del film, “Breaking the Waves”, e alla sua traduzione nella versione italiana. Come interpreta il significato di questa 'immagine' e in che modo ritiene che la dicitura italiana possa averne smorzato la portata (o, semmai, ampliato il senso)?
Il titolo originale mette in luce due aspetti che vengono smarriti nella dicitura italiana. Il primo è inerente al Romanticismo: “Breaking the Waves” allude al mare e alle onde, al rapporto tra Natura e individuo. Non è un caso che il film sia scandito da capitoli introdotti da fotografie di paesaggi, poi lavorate e messe in movimento da Trier col pittore Per Kirkeby. Forzando un po' la mano, il titolo originale richiama quello di uno dei classici della letteratura ottocentesca, Wuthering Heights di Emily Brontë, portando quindi con sé un côté squisitamente romantico. Il secondo aspetto che si perde nella traduzione è invece interno al ragionamento cinematografico di Trier: il regista nell'estate del '95 aveva lanciato il movimento Dogma 95. Ora, sebbene il titolo in questione non sia un film Dogma, rappresenta un tassello fondamentale per superare il formalismo dei suoi primi lungometraggi, approdando a un nuovo stile di regia. Dogma si prefiggeva una nuova “vague”: dopo la Nouvelle Vague e il Nuovo cinema tedesco, per Trier c'è necessità di cambiamento, personale e collettivo. Dunque la parola “waves” non è casuale: il regista ci sta dicendo che sta rompendo uno schema. Ovviamente questo gioco viene smarrito nella traduzione italiana ed è criptico per gli spettatori anche nella titolazione originale, pur essendo ben presente. Il titolo italiano, Le onde del destino, mi pare sottolinei invece l'aspetto melodrammatico della vicenda, l'afflato romantico nel senso del mélo: una storia d'amore tragica, in cui il fato in ogni caso verrà compiuto.
Il personaggio di Bess è stato spesso letto in sede critica come martire o vittima di un sistema patriarcale. Lei per quale chiave di lettura propende?
Credo che Bess sia una rappresentazione del regista stesso e del suo modo di portare tutto alle estreme conseguenze per rompere gli schemi: Lars è un massimalista e la sua scommessa con la fede, non in senso religioso ma artistico, arriva a sfidare tutto e a rischiare di perdere tutto. Nel testo filmico Bess è invece una donna che, vittima di un sistema patriarcale e repressivo, cerca una propria norma eterodossa. Il 'problema', a mio avviso, è che la protagonista transita da una norma patriarcale collettiva al soddisfacimento di una richiesta che proviene dal marito, certo introiettata tramite l'amore, ma non del tutto “propria”: la prima protagonista dell'universo di Trier è ancora inceppata in una dialettica non liberatoria. Ben diverso sarà il movimento di Grace/Nicole Kidman in Dogville, che termina con una strage e, ancora più compiuto, il personaggio di Joe in Nymphomaniac, che è il totale ribaltamento di Bess. Parliamo di due film totalmente cupi e pessimistici, misantropici oserei dire, laddove Le onde del destino, pur nella tragedia, suggerisce la possibilità di una rigenerazione.
L’andamento della storia sembra spingere lo spettatore verso un giudizio morale sulle azioni dei personaggi, in particolare di Bess. Lars prende realmente posizione?
Credo che il regista prenda posizione nella scena finale delle campane in cielo: il sacrificio di Bess ha avuto un esito positivo poiché suo marito Jan è tornato in salute. Il masochismo, la perdita dell'Io per un fine superiore, hanno compiuto qualcosa che, solo tramite la preservazione della soggettività, non si riuscirebbe a realizzare: bisogna perdersi completamente per rinascere. Credo che questo sia il “messaggio” consegnato dalla parabola di Bess. E penso che Trier, pur non credendo ai miracoli, voglia dirci che però crede a questo genere di abnegazione. A mio avviso, il problema “morale” del film sta nel fatto che la donna non riesce, in realtà, a fondare una norma che non sia mediata dal maschile. Propendo quindi per l'idea che nella dialettica interna Bess/Jan ci sia ancora troppa ambiguità per poter parlare di liberazione del Femminile. Un tema che invece sarà affrontato con esiti più decisi in seguito nella carriera del regista, ma intendendo il “femminile” non come genere sessuale, ma come elemento simbolico represso, come “anti-storia” della Storia, come il più genuino elemento in grado di ribaltare il senso. Politico e ontologico.
Alla sua uscita il film scosse e irritò larga parte del pubblico. Oggi potrebbe suscitare ricezioni diverse?
Il film divise, certo, ma commosse milioni di persone. Soprattutto donne, il che è interessante. Con Le onde del destino Trier si impone come regista capace di scrivere grandi personaggi femminili: sono decine le attrici che, vedendo il film nel 1996, desiderano lavorare con lui. Tra queste la già citata Nicole Kidman che accetterà Dogville. Non so come sia cambiata la sensibilità rispetto a questi temi in questi trent'anni. Senza voler paragonare i due film, la recente versione di Cime Tempestose, diretta da Emerald Fennell e con Margot Robbie, per molte ragioni è un successo al botteghino e, al di là della ricezione critica, sembra suggerire che l'amore tragico e la passione assoluta al di là del Bene e del Male non smetteranno mai di affascinare. Da un punto di vista stilitico, invece, è ovvio che Le Onde del Destino non sarebbe più in linea con lo spirito dei tempi. Parliamo dell'epoca di transizione dalla pellicola al digitale e di un dispositivo “sporco”, nervoso e urticante. Tutti elementi molto distanti dall'estetica contemporanea.

In relazione al film, e in particolare a tutta la produzione di Lars von Trier, si è sempre fatta menzione a Tarkovskij e Dostoevskij come astri di riferimento. Quali sono le fonti di ispirazione, cine ed extra-cinematografiche, per questa storia e in che modo hanno inciso sull’opera?
Dal punto di vista letterario, Le Onde del Destino nasce come eleborazione personale di Justine o le disavventure della virtù del Marchese de Sade, una delle ossessioni di Lars fin dalla giovinezza. La stesura del soggetto è stata un po' travagliata per poi diventare meno scabrosa e aspra rispetto agli intenti iniziali. Ma alla base c'è Sade, benché alla fine del film a malapena se ne scorga lo spirito e presumo che questo sia frutto sia di vicende personali che di una decisione – non so dire quanto consapevole o inconscia – di non affondare il coltello nella piaga fino in fondo: i tempi forse non erano ancora maturi. Dal punto di vista cinematografico, il film è 'benedetto' invece da due “padri” spirituali per Trier: Bergman e Dreyer. Lo sguardo in camera di Emily Watson nella prima scena allude evidentemente a quello di Hariett Andersson in Monica e il Desiderio di Bergman. Mentre la struttura è dichiaramente 'dreyeriana', ricordando in particolare Dies Irae, ma anche la solitudine del femminile in Gertrud. Il “miracolo” delle campane finale richiama invece sia il finale di Ordet che il miracolo della telecinesi in Stalker di Tarkovskij.
Volendo commentare anche la scelta del soundtrack, tutt’altro che casuale e convenzionale (per lo più rock: Deep Purple, Procul Harum, Bowie, Jethro Tull) , che ruolo ha ai fini della narrazione?
Lars ama la musica colta che conosce meglio della musica pop o rock. In questo caso ha utilizzato canzoni che Bess stessa poteva ascoltare e conoscere: la storia si svolge negli anni '70 e i brani sono in linea con quel periodo. Una delle prime cose che la protagonista dice in relazione a Jan è che è uno straniero nella comunità, non appartiene al mondo claustrofobico ed endogamico descritto, e che ha portato la musica (si presume pop). La musica quindi è una rottura della severa norma di questa chiusa comunità presbiteriana – la cui chiesa manca addirittura di campane –, la nuova “legge” del cuore e dello spirito, che Bess accoglie e che è, sostanzialmente, l'amore per l'altro, che è sempre carnale e non solo spirituale. I paesaggi che introducono i capitoli del film possono essere così letti come estroflessioni dello spirito di Bess, che aleggia nella natura e nella melodia. Per questo la musica ha una così grande importanza: del resto, è l'espressione immediata dello spirito nell'estetica romantica e ottocentesca.

Nel corso degli anni ’90, pensavo, emergono altri autori come Haneke e Noè che, per quanto diversi dal danese, condividono con lui probabilmente gli stessi intenti “spiazzanti”, ricercando una sorta di sofferenza empatica da parte del pubblico. Secondo lei è una riflessione valida e in che modo si può contestualizzare col loro tempo?
Credo che il cinema debba portarci fuori dalla comfort zone e porci di fronte a grandi dilemmi. In questo, Trier è tra i miei registi preferiti. Guardo invece con preoccupazione a questi anni. Sembra che il cinema, specie quello europeo, rischi di essere meno potente, addirittura innocuo o timido. Non credo che nessuno dei registi menzionati abbia avuto intenzione di provocare, ma abbia espresso scontri inerenti la natura umana, la struttura sociale o addirittura, come accade in Trier, la potenza oscura del Creato. Decenni fa, queste riflessioni erano quasi ovvie: oggi mi sembra non lo siano più. Questi sono tempi feroci, non quelli attraversati da quelle generazioni. Quella di Trier è una grande riflessione aporetica, ma frutto di una ricerca personale. Ed è così sconvolgente proprio perché non c'è niente di artefatto: veicola una purezza e una forza che sono la sua Verità. Nei film di Trier occorre essere disposti a scavare in sé stessi, per questo il suo cinema è così disturbante. Ai nomi menzionati aggiungo l'inarrivabile David Lynch, un altro grande maestro dell'oscurità e della luce. In fondo i registi del perturbante ragionano proprio su questo: sulle zone d'ombra. Sono dimensioni spirituali che oggi interroghiamo meno, rischiando di restare più poveri. Non vedo la stessa pulsione di ricerca nel cinema contemporaneo, fatte le debite eccezioni – per esempio Radu Jude o Albert Serra, per quanto riguarda gli europei.
In ultimo, Le Onde del Destino rimane ad oggi tra le pellicole di Lars di maggior successo. A suo avviso quali sono gli aspetti di questa opera che la rendono ancora così apprezzata?
È l'unico film di Trier a comparire, ogni tanto, in qualche classifica dei “migliori film della storia del cinema”, come quella di Variety del 2022. E, in ogni caso, resta uno dei titoli più amati della filmografia del danese che, in seguito, ha realizzato a mio parere opere molto più compiute, ma anche più difficili. Credo che le ragioni del successo siano ravvisabili proprio nel suo essere una storia d'amore e morte, di destino fatale, fede e appagamento impossibile, girati e raccontati con un dispositivo brutale. Ma in fondo siamo di fronte ai grandi temi del Moderno e del Romanticismo. Ma anche a grandi temi che, dall'antichità, inseguono l'uomo e lo interrogano: basti pensare al mito di Orfeo ed Euridice.
