Daunbailò, a 40 anni "dall'Altra America"

Daunbailò, a 40 anni "dall'Altra America"

Down by Law (tradotto maccheronicamente in italiano come Daunbailò, in omaggio verosimilmente proprio al personaggio interpretato dal nostro Benigni) è la terza regia del cineasta dell'Ohio, Jim Jarmusch, recente dominatore alla mostra del cinema di Venezia col suo Father Mother Sister Brother. Ma la pellicola del 1986, che proprio nei prossimi mesi festeggerà i suoi primi 40 anni di vita, rappresenta uno snodo fondamentale all'interno della poetica del regista. Un ritratto di un'America altra che, denocciolando i suoi concetti, perde la specificità geopolitica e parla al mondo intero, arrivando a far sentire la sua voce persino al Presente (e anzi, forse oggi Daunbailò parla ancora più forte a noi contemporanei). Per affrontare la profondità del messaggio tramandato dal film, ci siamo confrontati con Umberto Mentana, docente di Cinema e Sceneggiatura e autore nel 2016 di una monografia sul regista dal taglio sociologico, che analizzava alla luce della filmografia jarmuschiana i concetti di "post-moderno" e la perdita di identità dell'uomo globalizzato. Qui di seguito il nostro scambio di battute:


Il cantautore Tom Waits nei panni del dj-truffatore, Zack

Che tipo di snodo narrativo rappresenta Daunbailò all’interno della filmografia jarmuschiana?

La filmografia jarmuschana è una continua rincorsa e riproposizione di temi legati da una poetica ‘urbana’ e umana ben precisa, che continua ancora oggi. Basti vedere il materiale trattato nel bellissimo Father Mother Sister Brother (2025) . Riassumendo, potremmo dire che forse Daunbailò si pone in continuità con i ritratti “desolati” dei suoi primi personaggi e dei luoghi presenti in Permanent Vacation (1980) e Stranger than Paradise (1984), ricamando però allo stesso tempo una narrazione meno sperimentale rispetto ai suoi esordi dei primi anni '80; Daunbailò diviene motore e anticipatore dei successivi e mirabili film di viaggio e scoperta, penso al successivo Mystery Train (1989), al lisergico e visionario Dead Man (1995) ma anche ad alcuni tentativi post-millennio come Broken Flowers (2005).

In che misura il film dialogava con il clima culturale dell’America reaganiana? Alcuni vi scorsero riferimenti alla marginalizzazione sociale prodotta dal neo-liberismo

Guardando i film di Jarmusch e analizzando il catalogo mainstream di cosa in quel periodo veniva distribuito nelle sale degli Stati Uniti, ci pare del tutto destabilizzante. Siamo lontani anni luce dal machismo a stelle e a strisce delle pellicole di quegli anni. Il cinema di Jarmusch è fuori dagli schemi, fuori dalle logiche di mercato, decisamente più europeo e sì, sono d’accordo, si può ritrovare una marginalizzazione specifica conseguente ad un indirizzo politico, ma non solo. Ricordiamo che siamo ben inseriti con Jarmusch in una dispersione, in una liquidità identitaria che sarà un cardine di tanta Cultura propria degli anni '90. Questo in Jarmusch è già ben presente, è lo stimolo dei caratteri post-moderni. Se devo fornire delle coordinate specifiche, di certo il suo mettere al centro un’ “altra America” è frutto di una riflessione sociale ma anche una cifra stilistica: lui è un poeta, un punk e un outsider, e il suo Cinema è un progressivo racconto di tanti e diversificati outsiders.
John Lurie e Tom Waits nel carcere della Louisiana

Quanto incise la fotografia in bianco e nero nell’accentuare una dimensione quasi mitologica degli spazi marginali americani?

Daunbailò segna anche la prima collaborazione tra Jarmusch e Robby Müller, già DOP di un altro mentore jarmuschiano, ossia Wim Wenders, con cui Müller ha “disegnato” capolavori come Alice nelle Città o Falso Movimento. Pertanto, la scelta del bianco e nero “mulleriano”, un bianco e nero particolare, saturato, sporco e quasi documentaristico, è stata la cifra valoriale per sposare le idee di Jarmusch sulla percezione di quegli spazi. Le panoramiche iniziali sulle strade deserte di New Orleans – città che Benigni nella conferenza stampa a Cannes paragona divertito a "una desolata e desertificata Frosinone" –, le stanze deturpate e spoglie dove vivono inizialmente i due protagonisti, interpretati da John Lurie e Tom Waits, sono poesia, ritratti “street urban” di un’America fuori dai luccichii e dal glamour. Le riprese di spazi urbani americani privi di paletti canonici, e soprattutto in notturna, saranno una delle presentazioni visive che contraddistinguono il suo Cinema, fatto di periferie, pessimi motel e appartamente immersi nel cemento. Tornando a Robby Müller, non sarà un caso che la collaborazione con Jarmusch continuerà nell’atipico western Dead Man, un on the road dall’approccio lisergico, mistico e strabordante di desolazione, dove l’apparato fotografico assurge a divenire la firma epica. Dead Man vuole parlarci infatti attraverso una dimensione atemporale e indefinita.

Benigni, che raccontò di aver conosciuto il regista quando erano entrambi nella giuria del festival di Salsomaggiore, interpreta praticamente l’archetipo dell’outsider. Possiamo dire che, a suo modo, diventa la lente critica per mettere in discussione l’identità americana?

Io non considero Daunbailò in un’ottica specificatamente politica, ma più sociale-antropologica. Certamente Benigni è simbolo di quel melting pot variegato di cui da sempre abbonda il popolo d’America. Ma non è il solo: in apertura del film vediamo John Lurie in una scena di relazione interraziale, ad esempio. Dunque direi che il film sembrerebbe quasi un inno alla diversità e alla bellezza, per quanto desolante, di quella diversità. La linea che unisce tutti questi personaggi diversi e lontani? La loro natura di outsiders, di essere vite messe ai margini dai dettami di una società che non vediamo mai sugli schermi jarmuschiani, che agisce sempre fuori campo schiacciando i suoi “eroi” diversi. E in tutta questa marginalizzazione si trova a tratti la bellezza e la poesia. Tom Waits pronuncia le parole di una canzone all’inizio del film farfugliando ubriaco “It’s a sad and a beautiful world”. Benigni nel suo sentirsi “straniero”, “diverso” è portatore anche di bellezza, di unione, di una strana e inusuale fratellanza. Addirittura disegna con il gesso nella cella della prigione dove viene rinchiuso insieme a Lurie e a Waits una finestra, per rendere più piacevole la permanenza carceraria.
Il trio nella scena a casa di Nicoletta Braschi

Come si legge la relazione tra i tre protagonisti (Benigni, Waits e Lurie) che conduce alla loro separazione finale?

Il trait d’union è nel loro essere accumunati da una natura di outsiders, di essere volontariamente o no, marginalizzati da un Moloch invisibile che nel Cinema jarmuschiano agisce fuori campo e segna profondamente le anime dei suoi personaggi, deturpando quei luoghi. I tre non vogliono seguire le regole, sono dei “fuorilegge” poiché non si uniformano e anche se non parlano la stessa lingua condividono degli ideali, dei caratteri umani. La scena memorabile del gioco di parole inventato da Benigni e ripreso dai suoi compagni di cella: “I scream, you scream, we all scream for the ice cream”, è il punto preciso della storia in cui i tre convergono e diverranno un tutt’uno. Da lì a poco infatti tutti e tre insieme evaderanno dalla prigione per riconquistare la libertà d’agire secondo i propri schemi sociali. Riguardo l’ultima scena, dove si cita anche una poesia di Robert Frost, poeta carissimo a Jarmusch (The Road not Taken), credo che sia inevitabile per gli outsider non trovare una stabilità e una ferma fratellanza. Le strade si dividono perché loro non hanno un posto nel mondo, saranno sempre perseguitati e “Down By Law”, appunto al di fuori delle regole e dalla legge. Il Cinema di Jarmusch è una narrazione in continuo movimento e di ricerca di un posto nel mondo, che forse non sarà mai trovato o per alcuni forse sì, almeno momentaneamente, come avviene per il personaggio di Benigni.

Quali sono le differenze che distanziano Jarmusch, ma in particolare Down by Law, dal cinema holliwoodiano dominante degli anni ’80?

Ho anticipato qualcosina sopra, parlando del reaganismo e delle politiche culturali figlie della Guerra Fredda. La società dei consumi, del glamour ma anche quell’attitudine bellica e patriottica dei tempi è agli antipodi rispetto alla sua filmografia. Lui osserva l’America, vuole dare la sua interpretazione di come percepisce il contesto. Ama la Cultura europea e dell’estremo Oriente: i tempi dilatati, il raccontare anche i tempi morti e dar spazio alle improvvisazioni degli attori, soffermarsi sulla quotidianità, sugli oggetti, sui volti; si distanzia volontariamente dal modello industriale. Non a caso è Spike Lee, un altro outsider messo ai margini non per sua espressa volontà ma per la sua condizione di afroamericano, che nella sua autobiografia scriverà: «l’evento più decisivo della mia carriera scolastica è stato il successo di Stranger than Paradise di Jarmusch. All’improvviso ci siamo resi conto che realizzare un film era davvero possibile». Jarmusch è un poeta punk, un cantore dell’underground: vuole distaccarsi dalla cultura dominante, cerca in tutti i modi di far capire al mondo che un’altra cultura, differente e indipendente (dalle logiche di mercato) è possibile. Se pensiamo infine al Cinema degli anni '80 in una maniera più larga, non c’è solo Jarmusch che punta ad un approccio underground, oltre a Daunbailò nell'86 uscirà Velluto Blu di David Lynch, un altro poeta di quella alterità, seppur con caratteri diversi.

Alla luce delle trasformazioni sociali e culturali degli ultimi 40 anni, in che modo Down by Law può ancora parlare al Presente?

Festeggiare e ricordare i 40 anni di questo gioiello scavato nel fango e nel cemento dal sapore di whisky scadente fa sì di riaccendere delle luci su chi rimane inascoltato e su chi è da sempre divergente, volontariamente e non. Rispetto al 1986, oggi siamo ancor di più in un profondo stato di alienazione e di soffocante omologazione: i social media che impongono dei modelli a cui si deve attingere per essere accettati, la repressione delle diversità d’ogni tipo, propria del caos e dell’orrore dell’America trumpiana e di tutte le Destre del mondo. C’è bisogno oggi più che mai di storie e ritratti fondati sulla diversità, su modi di vivere “outsider”, perché è da queste vite uniche che viene partorita la creatività. Si avverte la necessità di meditare lenti sulle cose, allontanandosi dalla frenesia del presente, e Jarmusch questo ce lo fa assaporare restituendoci personaggi memorabili e inquadrature lunghissime che generano poesia.