Divisi e manipolati: la lezione di Carpenter al mondo di oggi
Il nostro è un periodo storico di grande precarietà e incertezza, di cui paura e disordine sociale sono le più naturali conseguenze. La nostra psiche non è programmata per accettare le ambiguità del mondo circostante, e così davanti all'insicurezza tendiamo ad affidarci a scorciatoie cognitive che ci permettano di avere risposte dirette a domande enormi e complesse. È forse questo il meccanismo alla base della Babilonia culturale in cui oggi siamo immersi, chiusi in categorie e rappresentazioni via via sempre più esclusive aldilà dei proselitismi: globalisti vs sovranisti, Occidente vs gli "Altri", Destra vs Sinistra, femminismi vs conservatori, gen Z vs boomer e millenials, spiritualisti vs materialisti. L'appartenenza a una "fazione" rassicura, dà identità in un momento in cui la massificazione sociale ha raggiunto picchi mai toccati in precedenza. Ma quanto più ci si chiude, tanto più si polarizza il pensiero e si allarga la forbice dicotomica, diventando un "o con noi o contro di noi", uccidendo il dialogo in favore di monologhi a senso unico, ricercando solo bias di conferma della propria visione. Si finisce così nel paradosso: nel tentativo di distinguersi, si perde la propria unicità, diventando zombie muti e senza volto, copie conformi all'interno della propria stessa rappresentanza, carne da macello in nome della causa che ci si è scelti. Un po' come i brigatisti del Tuono Verde di Distretto 13.

Sì, perchè a discapito dei quasi 50 anni che ci dividono da questa pellicola, John Carpenter aveva già delineato una società con diverse affinità alla nostra. Nel 1976, gli anni post-Vietnam, post-Watergate e post-Kennedy, la sfiducia verso il governo americano, le istituzioni e la polizia aveva toccato forse il suo apogeo, ma qualcosa di questo tipo, senza necessità di tracciare un quadro storico dettagliato, si respira ancora oggi a livello globale. Le brigate della morte (così nel titolo italiano del film), rappresentate da quel genio dietro la cinepresa, erano questo: mentalità settaria, cieco attivismo e dedizione alla causa, partecipazione senza possibilità di pensiero divergente, desiderio di eliminare tutto ciò che rappresenti un ostacolo sul proprio percorso. Nessun membro del clan apre bocca durante i 91 minuti, non sapremo mai realmente cosa vogliono e per cosa combattono, sappiamo solo che sono talmente drogati della propria appartenenza da immolarsi come sacrifici umani. È esattamente il gioco a cui forze politiche, grande Capitale e media vorrebbero vederci dedicati in un dividi et impera a regola d'arte. Se pensate l'opera sia troppo distante nel tempo per veri paragoni col presente, chiedetevi oggi, in un possibile remake, a chi potrebbe puntare quel M16 a mirino telescopico esposto fuori dal finestrino: Charlie Kirk? Trump? Ranucci?

Ari Aster ha tratteggiato nel suo ultimo film un quadro piuttosto simile ed eloquente a riguardo (qui per la nostra recensione), ma con un finale per certi versi più pessimista: per quanto vogliamo farci guerra a vicenda, alla fine siamo tutti miserabili vittime del Capitale. John Carpenter offre una possibilità più agrodolce, ma anche di speranza: se ne esce solo ignorando le divisioni più superficiali, per quanto macroscopiche, che ci separano: c'è possibilità di comunicazione tra uno sbirro e un delinquente, tra una figlia di famiglia borghese e un emarginato dei ghetti, tra un bianco e un nero. La guerra non si fa in orizzontale, ma in verticale, verso chi regge le leve del Potere (politico, economico o mediatico che sia). Anche non capendosi completamente a vicenda, è possibile riconoscere nella diversità dell'Altro le stesse condizioni che ci accomunano. È questa la vera sfida dell'Uomo, capace di comprendere tutto, come diceva Turgenev, persino di scoprire "come vibra l'etere e cosa avviene nel sole", ma incapace di accettare che un altro uomo possa soffiarsi il naso diversamente da come se lo soffia lui. Non importa che alla fine non si riesca a capire perchè Napoleone Wilson si chiami così, lo scopriremo comunque un volta morti.
