(EP)ocalypse Now

(EP)ocalypse Now

Mi spiace non aver potuto fare a meno nell'improponibile titolo della raffinata post-ironia che contraddistingue noi millennials, ormai ahimè un po' troppo in là con gli anni. Ma se a tutto c'è un limite, compresa la decenza (e in questo titolo ce n'è poca), l'arte e la musica fanno senz'altro eccezione: non conoscono età, regole e filtri. Pippobaudismi e trionfi di banalità a parte, questa breve premessa per introdurvi alla nostra selezione di EP per il mese di gennaio: una trilogia, non a caso, molto millennial. Buon ascolto


No Pine Mall

Adrift

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Tornano con un EP (il terzo) di 3 tracce per la durata di 15 minuti (ma sarei curioso di poterne sentire prima o poi le scelte anche su un full lenght) i monzesi No Pine Mall. La formula del precedente Tide viene esasperata in composizioni ancora più estese e a fuoco lento, sonorità post-rock e drone se possibile ancora più raggelanti, supportate da voci sussurrate che richiamano invece lo shoegaze (componente del resto già presente negli EP che l'hanno preceduto). Il mercato discografico, - verrebbe da dire italiano, ma ormai la questione assume i contorni globali -, è oggi quasi del tutto refrattario a queste soluzioni anti-commerciali: opening lunghissime che diventano suite sinfoniche, voci appena intelleggibili, ritmi dilatati. È musica che esige, se non attenzione, quantomeno comunione di umori e sentimenti; è l'esatto opposto dell'usa e getta secondo le logiche della viralità. E così, alla luce di questa considerazione, un pezzo come Impostor Syndrome assume un significato più universale al di là delle sue ragioni specifiche o biografiche che siano. Nel secondo brano della setlist, la band "aspetta un segno", esattamente come me. Anch'io sono in attesa di qualcosa che mi faccia sperare che possa esserci di nuovo, in Italia o nel mondo, più spazio e chance di sostenibilità per artigiani di queste sonorità oggi disperse negli abissi dell'algoritmo.


Tuma

Sereno Variabile

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Le foto sgranate del press kit, la calata un po' biascicata alla Coez, il rap naïf su base tropicalista che a tratti ricorda quel capolavoro chill che era L'Ultimo della Sera. Ci vuole una certa tenace coerenza nel far seguire alle parole i fatti, soprattutto se il tuo manifesto don't give a fuck recita: "non sono un figo e me ne frego". Alberto Tuma, in arte solo Tuma, rilascia con Romolo Dischi il suo secondo capitolo (ndr. l'esordio nel 2020 con Tuma 01) con la programmatica nuvoletta fantozziana in copertina (proprio a non lasciare il minimo dubbio sul concept che si andrà ad affrontare nel disco). La formula musicale è quella del "miracolo italiano", il pop-rap a metà tra il cantautorato sciatto e l'easygoing spensierato che passa sistematicamente in radio di ritorno da un pomeriggio al mare. Dentro ci sono un po' tutti gli ingredienti che hanno reso gloriosa la stagione itpop nostrana: i synth de I Cani, le pianole lo-fi di Calcutta, le citazioni toccate e fuga su attualità varia, i vocali su whatsapp di Tommaso Paradiso, pure un Romagna Mia intrusivo che riporta cuore e orecchie a Freak di Bersani. È un tuffo nel Presente che non è mai sembrato così Passato come ora. Lo stesso identico discorso sarebbe applicabile a qualsiasi ultima uscita degli stessi artisti che questa wave l'hanno creata. Il core business è altrove: è l'evasione soft, una musica scanzonata che accetti di fare da sottofondo a una serata un po' viveur e un po' malinconica, senza essere completamente nè l'una nè l'altra.


Odd Socks

We Are Not Old Socks

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Un campetto di periferia in mezzo a palazzoni di mattoni rossi. Non sarà Manchester o Sheffield, ma l'effetto nostalgia lo fa ugualmente. Una maglietta retrò presa in qualche mercatino del vintage; non è la Juventus, ma il magone per gli ormai andati anni '90 sale comunque. Cos'altro? beh ovviamente il britpop, che anche se siamo italiani sentiamo appertenerci praticamente sottopelle. Non so se sia stata la reunion dei Gallagher a causare questa ri-esplosione della wave; o se, molto più probabilmente, abbia semplicemente riammesso nel pubblico dibattito un qualcosa che per la generazione millennial non è mai morta. A dirla tutta qui, più che gli Oasis, si palesano davanti occhi e orecchie gli Arctic Monkeys, i Travis, un po' i Supergrass: il meglio della tradizione anglosassone di quasi un trentennio fa. Gli Odd Socks lanciano il primo EP autoprodotto a suon di chitarre crunchy, alternanza di ballate dolciastre e tentazioni dance, ma soprattutto ritornelli immediatamente assimilabili e processati a livello neurale sin dai primi secondi successivi al click sul tasto stop. Tutto molto poco tricolore e al tempo stesso profondamente italiano (del resto non sono i primi anni che importiamo questa musica nel Bel Paese). L'operazione della band, se non brilla per bizzarria, lo fa quantomeno per capacità di coinvolgimento. Probabilmente è quel che più conta.