Esera - Levia Gravia
Nel 1964 Michelangelo Antonioni metteva in scena l'isolamento emotivo e l'alienazione dell'uomo contemporaneo in un film dal metaforico titolo di Deserto Rosso. Quelle stesse sabbie vermiglie ora prendono fattiva forma in una copertina, quella d'esordio per il trio toscano degli Esera. Al centro il negativo (alias, lo scheletro) di una cattedrale, a testimonianza dell'uomo solo "mentre l'universo tace". In basso un viandante solitario, anch'esso assai reminiscente di un'altra copertina e di un altro deserto, quello bertolucciano, quello della libertà che porta inevitabilmente alla sofferenza, da cui non se ne esce mai uguali rispetto a come si è entrati: il deserto che rappresenta il
"perdersi dentro il mondo e poi sanguinare dagli occhi”
È un po' un viaggio tra le dune questo disco, registrato presso il Brahms Studio e autoprodotto dalla band; un viaggio da cui almeno gli autori non ne escono uguali a prima, e in cui anche noi ascoltatori apprendiamo diverse cose. Ad esempio?

Ad esempio che la figura femminile (intesa con ogni probabilità in senso traslato) è fonte di un eros destinato a non appagare mai appieno e quindi inevitabilmente sconfinante con la sofferenza:
"Quando tu mi nutri non ho fame, tu mi nutri solamente gli occhi"
che il vuoto non è solo assenza, ma anche energia, creando desiderio e quindi movimento:
"Kaleí, kaleí, tò kenó kaleí"
che la liberazione coincide con lo svincolarsi dalle illusioni:
"Capirai che nell’oro non c’è mai vita, mai"
Sarebbe stato interessante se tutta questa impalcatura allegorica fosse stata sostenuta nel disco da sonorità desertiche in un trait d'union tra stoner e psichedelia. In realtà, malgrado le apparenze offerte dall'opening, Cattedrale nel Deserto, col suo riff acido riecheggiante a tratti gli Audioslave, o gli arpeggi orientaleggianti e i suadenti gorgheggi di Fame, il disco stempera presto la sua vis grunge e psych cedendo il passo a (insospettabili e anche un po' spiazzanti) composizioni tra il folk e l'elettronico, col massiccio ricorso al dialetto (Cu ti lu dissi; Male Muse; Kaleì) o a più melliflue ballad con elementi blus e jazz (!!) (Amarire; Ah ch'infelice sempre); talvolta combinando persino le due/quattro anime insieme (Purificami).

Non si potrà certamente dire che il trio difetti di coraggio, anche solo per aver pensato di poter irregimentare tutte queste influenze tra loro contrastanti in un prodotto che non abdica neanche troppo al canonico formato canzone e non lascia tutto lo spazio alle divagazioni strumentali che ci si aspetterebbe. L'impressione finale tuttavia è che non sia messa esattamente a fuoco l'identità della band, inesorabilmente oscillante tra due binari separati e non facilmente conciliabili, perdendo talvolta anche un po' il focus sonoro e il leitmotiv dell'intero lavoro. Resta senz'altro il notevole tasso tecnico, ben visibile in diversi passaggi come le sezioni finali di Kaleì e Ah ch'infelice sempre per citarne alcuni, che sicuramente rappresenterà la base su cui costruire l'identità sonora nei loro futuri lavori.