Fantozzi non piace alla Gen Z e il motivo non è quello che vi hanno raccontato

Fantozzi non piace alla Gen Z e il motivo non è quello che vi hanno raccontato

Credo fosse il 2019 la prima volta che mi comparve, al tempo nel feed di Facebook (tempus fugit), quell'ormai celebre copypasta, accostato di volta in volta a una generica foto di Paolo Villaggio, e diventato in pochi mesi virale a suon di ricondivisioni. Oggi quel contenuto digitale continua ad autorigenerarsi praticamente ad libitum grazie agli algoritmi social, digerito da noi utenti alla stregua di un mantra collettivo secondo il più tradizionale schema delle post-verità. Non che non abbia una sua fondatezza (come del resto tutte le post-verità), beninteso; il suo enunciato perpetuava sostanzialmente questo concetto:

Il post ha fatto il giro del mondo, garantendo le fortune del suo ancora anonimo autore, inconsapevole all'atto, con ogni probabilità, di aver partorito la riflessione cardine dell'ultimo decennio nell'Occidente avanzato. So che questa perifrasi vi sembrerà il solito acido sarcasmo che inquina la lucidità di ragionamento di qualche frustrato dietro una tastiera ma, almeno in questo caso, l'iperbole è forse meno paradossale di quello che possa sembrare. Quel pensiero da repost immediato è infatti assurto, ultimamente anche in testate accreditatissime, a paradigma ufficiale per spiegare il rigetto senza diritto di replica da parte della Gen Z per il film di Luciano Salce. Secondo questa vulgata, i ragazzi del '2000 non amerebbero il ragioner Ugo per una sorta di loro incomprensibilità del personaggio, per una forma di idiosincrasia tra quello che era il prototipo dell'inetto nel 1975 e l'idea di sfigato che si ha nel 2026. Teoria ricevibile, certo, ma a mio avviso non sufficiente a spiegare un fenomeno che necessiterebbe di esser scavato ancor più sottocutaneamente. Anche perchè, mutatis mutandis, secondo lo stesso ragionamento dovrebbe risultare oggi alieno anche il vuoto esistenziale di Mastroianni nella Dolce Vita o sterile da un punto di vista comico il suo soffocamento coniugale in Divorzio all'Italiana (cosa che invece oggi, evidentemente, non avviene).

Una lampadina mi si è accesa quando nell'ultimo periodo ho assistito a un altro proliferare social (purtroppo l'effetto gregge, soprattutto tra le redazioni giornalistiche, sa essere tristemente banale di questi tempi). Il tema stavolta suonava più o meno così:

"La Gen Z è ossessionata dal cringe"

Lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa prima di procedere, perchè tra le lezioni apprese meglio nell'ultimo decennio dal giornalismo italiano c'è senz'altro quella del divide et impera. Dopo averci frazionato in Destra e Sinistra, Maschi e Femmine, Tradizionalisti e Woke, e averci contrapposti in schieramenti ideologici sempre più talebani, la stampa nostrana è riuscita a innescare anche la "guerra generazionale", come se l'umanità cambiasse di trentennio in trentennio e non si adattasse semplicemente al contesto che cambia.

Esaurito questo sfogo personale, torniamo al focus del discorso, ossia il cringe come terrore (più che fobia) sociale, come non plus ultra della pubblica decenza, come frontiera distopica delle public relations. Non a caso, tempo fa mi apparve nello scroll di instagram un video che celebrava i "fallimenti" accademici di una (presumo non troppo giovane) utente, accompagnato da frasi da empowerment e musica motivazionale che neanche nei film di Muccino. Una disfatta personale, che venti anni fa sarebbe stata da chiunque prudentemente occultata, veniva oggi celebrata e resa aesthetic, condivisibile senza la paura che il pubblico ludibrio la riuscisse a soppiantare.

Riporto qui una definizione del concetto di "cringe" per coloro che, uscendo dal coma, si siano persi l'ultimo decennio di vita social

Si è parlato ancor più recentemente dell'ossessione per il cringe da parte della Gen Z su una delle testate giornalistiche d'élite, suscitando commenti presso il pubblico che hanno rivelato una certa incomprensione del fenomeno (ne sintetizzo una ventina con questa parafrasi: "le persone hanno sempre attaccato le personalità diverse"). Sbagliato. Le personalità risolute, per quanto diverse e atipiche, non sono mai state schernite; l'etichetta ha sempre penduto in capo a chi, nel tentativo disperato di essere socialmente integrato, si è cimentato in tenativi goffi e innaturali di conformismo. Il cringe non ha mai inseguito i diversi, ma gli insicuri patologici. Difficile quindi immaginare per questo concetto un'incarnazione più autentica del personaggio di Villaggio, col suo grottesco vestiario di gilet e coppolette per mimetizzarsi tra la borghesia impiegatizia; col suo continuo e disperato tentativo di essere assimilato alle iniziative sociali pur conoscendone in partenza il tragico epilogo; con la sua patetica piaggeria verso i superiori che, mentre negli altri diventa viscido leccaculismo, in lui si traduce in orrendo servilismo.

In questo Fantozzi è davvero universale, ben al di là dei contesti sociali ed economici in continuo cambiamento. In questo il ragionier Ugo inchioda l'umanità davanti a uno specchio senza far sconti a nessuno, ed è con ogni probabilità questo uno dei reali motivi per cui le nuove leve lo liquidano e lo rifuggono quasi pregiudizievolmente. Cosa può esserci di peggio per una generazione, nata con l'obiettivo di un telefono puntato e che convive perennemente col terrore del public shaming, del ritrovarsi denudata di tutte le sue sovrastrutture instagrammabili; del vedersi demolita l'impalcatura glowing finemente cesellata attorno alla propria vita da psicologi, psicologismi e storytelling da social; dell'essere smascherata nei suoi squallidi conformismi e aspetti mediocri?

L'umanità non cambia, si adatta semplicemente ai contesti che mutano. E così la maschera di Fantozzi, che doveva esorcizzare la triste pochezza del piccolo borghese nell'Italia del boom economico, diventa oggi una maschera dell'orrore, un baubau che ricorda agli zoomers l'eterno pericolo dietro l'angolo: potrebbe capitare a tutti di ritrovarsi a fare i conti con sè stessi e accettare il fatto che siamo tutti, giovani e vecchi, poveri e ricchi, naviganti in un oceano di liquame e che le nostre vite (e soprattutto le nostre persone) non sono così belle e instagrammabili come avremmo voluto figurarcele.