Fringuello - Dejavù
7.2
Dialoga con la folk music, ma di bucolico non c’è molto, forse niente: il contesto è urbano, provinciale, decisamente nebbioso, rilassante – quasi letargico – ma mai tedioso. In ultima analisi, indie. Rispetto all'esordio, ancora intimamente macdemarchiano, il sophomore del quartetto ternano raggiunge una compattezza e una coerenza di suono e umore notevoli, pur senza rinunciare a giochi citazionistici particolarmente caricati. Impossibile non risentire i richiami beatlesiani di Don't let me Down nelle chitarre twangy di Come un blues o intuire i riferimenti ai mellotron di Penny Lane in Mirò. Più rimestati gli ingredienti di Orientati, estratti versosimilmente dal primissimo Bowie, e la chiusura con Nei Mondi, che torna un po' sui propri passi e all'astro ancora incombente sull'indie nostrano dell'autore di Ode to Viceroy. Occhiolini, giochi di complicità con l'ascoltatore ormai già disperso nella bruma rilassata di queste ballate mid tempo a trazione acustica.

Fringuello atto secondo, masterizzato presso gli studi del VDSS di Filippo Strang e da lui stesso prodotto per la sua MiaCamerettaRecords, si fa scudo di una veste folk all’apparenza scarna e minimalista, vivendo sottopelle una serie di dicotomie: i testi dimessi, la voce flebile, le chitarrine fluttuanti un po' surf esondano malinconia, salvo ispirare leggerezza viva e coinvolgente, che riaccende con un colpo di coda la miccia di una rassegnata speranza. I drop emotivi, i saliscendi, i breakdown sono evitati come la peste (torniamo al discorso coerenza e compatezza del disco), tutto suona dall'inizio alla fine come un emoliente dell'anima da assumere prima di andare a dormire, consigliato a chi si ritrova un po' troppo svigorito da una routine deprimente. Un cambio di passo forse avrebbe giovato alla varietà della tracklist, ma a pagarne sarebbe stato probabilmente l'effetto complessivo, così tenacemente ricercato dalla band (e pertanto, a mio avviso, lodevole a prescindere dal gusto soggettivo dell'ascoltatore).

Gli accostamenti a Belle and Sebastian o ai Beach House possono considerarsi appropriati non oltre un certa soglia, limitata a talune sonorità elaborate. In realtà il disco degli umbri non condivide troppo del barocchismo dei primi e dell'impalbabilità ultraterrena dei secondi, presentandosi come una traiettoria emotiva molto più terrena e quotidiana, e al tempo stesso ipnagogica e lo-fi. In questo giocoforza l'indie pop americano dello scorso decennio deve aver svolto un ruolo pesante.