Il Cairo - Poltergeist

Il Cairo - Poltergeist
6.5

Non che fosse precedentemente estraneo a questo orizzonte, tutt'altro, ma la promozione di avvicinamento a questo terzo full lenght di Il Cairo ha fatto di tutto per suggerire una netta virata verso la glitterata estetica '80s, in bilico tra edonismo e nostalgia di un'età dell'oro perduta. Una moda revivalista dettata oltreoceano da arbitres elegantiæ come The Weeknd o Tame Impala, e che qui si ripercuote in tutto: dall'abbigliamento retro-futuristico alle grafiche promozionali dei concerti. Poi parte il disco e il cerchio si chiude. Perchè Poltergeist è una corsa notturna in moto tra sintetizzatori vintage che sanno di Daryl Hall & John Oates, chitarrine mega-clean, ritmi da city pop e una leggera ballabilità senza particolare dissolutezza. Il risultato è piacevole? Senz'altro, ma quando il richiamo si rivolge a questo genere di riferimenti musicali la vera sfida non è tanto il raggiungere l'agognato 'appeal' sonoro, quanto l'essere in grado di ottenere qualcosa di più memorabile rispetto al semplicemente godibile (e talvolta passivo) ascolto durante un passaggio radiofonico. Il terzo lavoro del cantautore milanese riesce a ricreare l'atmosfera chillout pur tendendo ad assestarsi su un range uniforme che, per quanto gradevole, stenta a dare scossoni all'impasse.

Foto di Agnese Carbone

Costellazione del Delfino apre con bassi synth e suoni che riportano alle rassegne di Top of the Pops di 40 anni fa; Silhouette è un po' il pezzo con groove funky alla The Kolors che qui da noi diventerebbe virale tra piscine e spot estivi senza raggiungere quell'orribile titolo nobiliare di 'brano dell'estate'; Strade Secondarie mi ha ricordato quei figli spuri americani della new wave come gli Industry con i loro motivetti ancora in heavy rotation in giro per il mondo tipo State of Nation. Con brani come Tsingtao e Titoli di Coda ci si orienta più sul danzereccio, secondo una formula di intrattenimento meno sguaiato e più raffinata che band come i Coldplay hanno già fatto propria da diversi anni ormai. Un po' a sorpresa, invece, la chiusura saluta con chitarre più crunchy e 90s, con un canto introspettivo da pura ballad alternative rock che tende a illanguidire nella lunga coda finale, quasi ad asciugare l'anima dopo la profonda immersione nell'oceano glam appena conclusasi.

Nel complesso fresco, rapido (dura anche relativamente poco) e attraente, su questo pochi dubbi. Ammirevole anche il lavoro di cesello e di restauro di sonorità passatiste eseguito dalla produzione: una wave anni '80 iniziata da un po' di tempo e che almeno per ora non sembra conoscere battute d'arresto. Però ecco, al netto di progressioni armoniche un po' prevedibili, oltre al mero compiacimento estetico in che direzione va Poltergeist? Domanda che l'ascoltatore-critico da champagne e caviale, ovviamente, estenderebbe rivolgendosi a tutto un comparto produttivo e non solo al caso singolo.