Il nuovo disco 'notturno' di Koko Moon

Il nuovo disco 'notturno' di Koko Moon

Costanza Delle Rose ha militato per lungo tempo come voce e bassista dei Be Forest, storica band shoegaze e post-punk di Pesaro, con i quali ha calcato i palchi di alcuni dei più importanti festival mondiali. Dopo 4 album, una performance anche al KEXP e circa 8 anni di attività, Costanza nel 2019 lascia la formazione per trasferirsi a Londra, iniziando contestualmente un percorso da solista sotto lo pseudonimo di Koko Moon. A distanza di quasi 5 anni dal battesimo di fuoco con Shredding Skin (2021), la cantautrice torna oggi con un nuovo album dal titolo programmatico ed eloquente, Let the Wild Run at Night, registrato presso l'Hackney Road Studio di Londra e rilasciato per Urlaub Dischi. Abbiamo pensato per l'occasione di scambiare qualche battuta con l'autrice per entrare più nel merito di questo nuovo lavoro. Qui di seguito la nostra conversazione:


Foto di Anna Castaldi

Sono trascorsi quasi 5 anni dal tuo album di debutto da solista (ndr. Shedding Skin, 2021) e la tua  ultima uscita risale a 3 anni fa. Cosa è successo nella tua vita, sia da un punto di vista biografico che musicale, in questi anni? Cosa ti ha spinto a tornare alla scrittura? 

La mia vita è cambiata moltissimo rispetto a quel momento. Shedding Skin nasceva da un’urgenza: avevo bisogno di buttare fuori tutto e affermare la mia presenza nel mondo, anche senza avere ancora del tutto chiaro chi fossi come individuo singolo dopo anni trascorsi con Be Forest. Dopo il primo tour però ho sentito la necessità di fermarmi. Avevo bisogno di fare ordine, di cercare un’identità personale coerente, sia musicalmente che esteticamente. In questi cinque anni ho attraversato momenti molto difficili e allo stesso tempo ho maturato consapevolezze splendide. Il silenzio è stato necessario e proprio in quel silenzio ho creato. Tutto ciò che ho vissuto in questi ultimi anni è finito nei brani del nuovo album: ogni pezzo è una traccia di quel percorso. Questo album per me è un organismo unico: un corpo selvaggio che si muove, respira e si regge su regole create per far sì che tutto resti in piedi anche se in equilibrio precario.

Sotto il profilo stilistico, quali sono le contaminazioni musicali che hanno arricchito la tua palette negli  ultimi anni e si sono aggiunte alla personalità del nuovo disco? 

Negli ultimi anni mi sono avvicinata molto a Cat Power, Anna Calvi, PJ Harvey e Adrianne Lenker, l’urgenza viscerale con cui lavorano, la loro capacità di essere nude e potentissime allo stesso tempo, la grinta e la dolcezza più assoluta. Mi affascinano tantissimo David Lynch, Connan Mockasin ed Ezra Furman per la loro libertà nel destrutturare le regole e trasformare l’inaspettato in un punto di forza. E poi Blonde Redhead, Porridge Radio, Black Marble Giants, Sparklehorse e Beach House, Cocteau Twins, sono tutti mondi che sento vicini.
Artwork di Anna Castaldi

Nei comunicati stampa questo Let the Wind Run at Night ci viene descritto come un ‘paesaggio sonoro notturno’. Se dovessi descrivere con tre aggettivi la temperatura emotiva che ti prefiggevi di trasmettere  attraverso questo lavoro, quali sceglieresti?

Irrequieta, sospesa, misteriosa

In che modo e in che misura pensi che l’esperienza con i Be Forest si riverberi ancora oggi nei tuoi  lavori?

L’esperienza con Be Forest è parte della mia essenza. Non posso separarmi dal mio passato, posso solo integrarlo. Nei Be Forest le scelte erano condivise: c’era un continuo adattarsi e modellarsi a vicenda per costruire un suono comune. Con Koko Moon la responsabilità è solo mia. È più solitario, ma anche più libero. L’unica persona a cui devo rendere conto delle scelte sono solo io e a volte può essere liberatorio, ma anche spaventoso.

Nel disco c’è un featuring con Marta del Grandi, anche lei reduce da un nuovo album (ndr. Dream Life,  2026). Come nasce questa collaborazione e quale criterio ha orientato questa scelta?

Ho incontrato Marta Del Grandi al Bronson, condividendo il palco con altre artiste. Tra noi è scattato subito qualcosa: dallo scambio di vinili alla scelta della carta del Diavolo ai tarocchi, ho sempre sentito una connessione e un grande rispetto per lei, trovo che sia un'artista straordinaria con un talento gigante. Per Sirio B sentivo il bisogno di una luce, non riuscivo a concludere il brano, la mia sola voce non bastava, sentivo di avere bisogno di una presenza capace di illuminare le ombre della mia voce. Ho pensato immediatamente a lei. Il suo timbro, sospeso tra sirena eterea e forza terrena, ha arricchito l’album in modo naturale e necessario.
Foto di Anna Castaldi

Ascoltando l’album noi, a titolo personale, lo definiremmo così: l’afflato compositivo dei Radiohead,  lo spirito fosco di Siouxsie, la scarna essenzialità dei Gun Club, la voce di Toni Halliday. Quanto ti  ci ritrovi in questa lettura e in cosa ti sentiresti di correggerci? 

Non sento il bisogno di correggere nulla. Le associazioni sono naturali e mi fa piacere essere accostata ad artisti di questo calibro. Non scrivo pensando di somigliare a qualcuno o di seguire un genere preciso. Quando compongo mi concentro solo su come rendere al meglio il messaggio che voglio trasmettere, a livello vocale e strumentale. Il resto viene dopo.

Sempre a titolo del tutto personale, i pezzi della setlist che più ho apprezzato sono Love Me e Wild  Heart, che sono anche quelli che mostrano più scopertamente l’animo Cure, all’incirca periodo-The  Head on the Door. C’era effettivamente questo tipo di ricerca nella produzione di questi brani? 

Non consapevolmente. In quei due brani c’era soprattutto l’urgenza di far arrivare il messaggio in modo diretto. Le scelte sonore dal basso alle aperture melodiche rispondevano a una necessità interna al disco, non a un riferimento preciso

Per concludere, come nostro solito, ti rivolgerò una sequenza di domande alle quali dovrai rispondere  istintivamente, senza argomentazioni, scegliendo solo tra l’una e l’altra:

Slowdive o My Bloody Valentine?

Slowdive

Londra o Pesaro?

Domanda difficilissima. Ho appena lasciato Londra dopo cinque anni intensi che mi hanno forgiata e insegnato tanto. Tornare a Pesaro oggi ha un sapore diverso, più consapevole. Direi entrambe: Londra per gratitudine, Pesaro per fiducia nel nuovo capitolo

Anni ’80 o anni ’90?

'80

Ottimista o pessimista sul futuro?

Pessimista, purtroppo, sempre di più

Tuo miglior live di sempre?

Chi mi conosce sa che non ho una memoria impeccabile, per fortuna o purtroppo. Non ricordo un unico live “migliore”, ma porto nel cuore il tour del 2015 negli Stati Uniti con Be Forest come una delle più belle esperienze della mia vita

Canzone che avresti voluto scrivere tu?

Rid of Me di Pj Harvey