Immaginate un sequel di Mars Attacks! 30 anni dopo
A distanza di pochi mesi da quel 4 luglio 1996, data simbolica per l'orgoglio statunitense e non a caso selezionata dalla 20th Century Fox per l'uscita del patriottico Indipendence Day, arrivava nelle sale americane Mars Attacks!, settima regia di Tim Burton. La dark comedy si rivelò uno dei flop al box office più vistosi del regista di Burbank, amplificato dal cast altisonante di cui si fregiava. Le ragioni di questo insuccesso di pubblico e critica potevano avere origini diverse: dall'audience statunitense non avvezza a un certo tipo di satira nera fino alla possibilità che questa stessa l'avesse recepito come una mera parodia del colossal di Emmerich (quello sì, un vero successo al botteghino). Ciò che è certo è che, 30 anni dopo, il film ha conosciuto una riabilitazione grazie al fascino che continua a esercitare anche al di fuori della (non ristretta) cerchia di fan del regista. In un contesto socio-politico così apparentemente mutato, abbiamo pensato di ritornare sulla pellicola per ragionare sui suoi possibili significati in relazione alla contemporaneità. Ne abbiamo parlato con il prof. Massimiliano Spanu, docente di Storia del Cinema presso l'Università di Trieste e autore di due monografie nel 1998 e 2006 su Tim Burton edite da Il Castoro. Qui di seguito il nostro confronto:

Il film può essere interpretato come un pastiche post-moderno, quasi un collage culturale. Quali sono le più significative citazioni nel film, oltre ai visibili rimandi alla fantascienza anni ’50 o a classici come Dr. Strangelove?
Il film nasce dall’idea di Burton e Thomas Lassaly, di dedicarsi a opere nello stile dei low budget fantascientifici degli anni '50 e '70. Si pensò allora ad un’estetica precisa: prima guardando a una serie di cards intitolata “Dinosaurs Attack!”, ma l’ipotesi fu subito scartata (complice l’uscita di Jurassic Park di Spielberg); poi Burton guardò al lurid-style di fumetti e riviste pulp di settore, al cinema dei '50s, a Cittadino dello spazio (1954, J. Newman) e alle prime serie di Star Trek. Infine, tra il pensiero dei Twilight Zone e l’analisi sarcastica del telegiornalismo di CNN (che nel film diverrà GNN!), Burton acquista un pacchetto di figurine Topps, oggetto di collezionismo, incentrate su marziani macrocefali, dischi volanti e girls in peril. Burton dispone casualmente le figurine sul tappeto di casa, e inizia ad immaginare una storia che ne coinvolga i personaggi. Pensa al Presidente degli States, a Clinton, alle storiacce che lo riguardano (di cui emerge anche oggi), alla sua amministrazione e ai militari guerrafondai, ai tailleur di Hillary. Mars Attacks! nasce così, da una composizione casuale di figurine e di cronaca contemporanea. Ne risulta un pastiche di gusto acido, weird, adatto a pre-adolescenti adulti e adulti pre-adolescenti del tempo. I rimandi immediati sono il gusto lounge-exotic dei club californiani, ribadito dal soundtrack suadente stile Oingo Boingo di Danny Elfman e i suoi fantasmatici momenti theremin, il new age e l’ecumenismo siddhartiano di allieve alla ricerca del contatto con gli UFO, i codici architettonici post-moderni delle strip di Las Vegas, i neon dei casinò dei '70s, quelli di cui scriveva Rob Venturi. E poi, naturalmente, c’è la tv con tutta la sua sbobba, i suoi ex-eroi dello sport (Jim Brown), le mitologie hollywoodiane conservative e familistiche, celebrazioni d’una storia americana passé (la vecchia, deliziosa Sylvia Sydney), storia gloriosa che non c’è più.
Oltre ad avere un approccio ‘giocoso’ al cinema del passato, il film è anche una grande affresco satirico della società dei ’90s, tra liberals new age, speculatori senza scrupoli, middle-class americana e istituzioni politiche
Gira in rete un concept trailer di Mars Attacks! 2025 con Trump fulminato dai laser degli alieni, Macron e von der Leyen innestati sui cani da laboratorio, roba che fu dei protagonisti nel film di Burton (e prima, della testa di Tognazzi sul corpo d’una fanciulla in Totò nella Luna). Si tratta di un divertissement AI, però se verifichiamo le apparizioni televisive di Trump (si pensi a quelle wrestling), le movenze di Tom Jones replicate da The Don su YMCA durante i congressi MAGA, e le recenti “rivelazioni” sugli alieni nelle commissioni senatoriali, direi che il film di Burton rappresentava già allora l’America di oggi con tutti i suoi alieni: cioè, l’alterità bizzarra, idiota e distruttiva, implicita degli Stati Uniti di fine millennio e oltre. States e alieni che pure al crepuscolo, minano la pace 30 anni dopo, prima della possibile catastrofe. I 40enni di allora intanto sono diventati 70enni e all’orizzonte mediatico americano se ne sono affacciati altri: sono le stesse figure basso-imperiali. Mi scorrono davanti gli occhi le immagini dei discorsi psichedelici di Pete Hegseth (Ministro della Guerra, uno che nel film di Burton starebbe bene così com’è) di fronte all’alto ufficialato americano raggelato, o in conferenza stampa eccitato dopo un bombardamento; quello dello pseudo-benessere nei protagonisti di ogni giorno, gente invece fragile: i più giovani (il ragazzo grunge, – Lucas Haas -, che accudisce la nonna, prelevato forse da Gli invasori spaziali di W. C. Menzies), o gli anziani (l’ottuagenaria rimbambita e divertita). E poi gli sconfitti, quelli che s’arrangiano, le comparse egiziane che si ribellano (alla militarizzazione del paese?), che “reagiscono” per salvare la nazione. È più o meno ciò che succede anche oggi. Un film nel quale la demolizione del Landmark Hotel di Las Vegas è simbolo delle antiche fortune degli States che crollano, di ciò che era e ora non è più se non in campo militare. Mi pare che tutto si tenga perfettamente assieme. Insomma, il film soprattutto oggi, mentre succede di tutto e la realtà sfugge, mi sembra profetico, lucidissimo. E infatti i dem, o i neo-liberal di allora erano già i dem e i new-com dell’oggi, ovvero speculatori, lobbisti, gente senza scrupoli. La middle-class americana dei colletti bianchi arricchiti, come quella degli stolidi militari di famiglia (Jack Black), dei consiglieri alla Jack Ross (Martin Short), con i presidenti erotomani alla Nicholson accompagnati dalle first ladies (Marsha Dale, Glenn Close) inamidate e a corredo, per Burton sono gente da disintegrare con raggi laser. Soprattutto mentre pronunciano pubbliche dichiarazioni di una pace che non esiste.

I film sci-fi degli anni ’50 che vengono qui parodiati erano spesso metafore della paranoia anti-comunista, laddove l’invasione aliena rappresentava il terrore per il nemico ideologico e l’esercito americano il mito dell’invincibilità USA. Qui l’invasione cosa rappresenta?
È evidente: la nemesi che si manifesta in una completa alterità nazionale, frutto d’una desolante e schizoide ipocrisia politica e culturale. I marziani sono supertecnologici e totalmente distruttivi, sadici, guardoni, infoiati dalla lettura di Playboy. Mars Attacks! tratta della follia maligna e autodistruttiva del fine secolo post-capitalista americano, del possibile crollo di tutto com’è ancora oggi, della catastrofe scartata all’ultimo soltanto grazie ad un finale risibile - perché fittiziamente riappacificante - con la famiglia, la vallata, gli animaletti, la Terra salvata da una canzone del passato che fa esplodere materialmente la testa (“Indian Call Love”)
Secondo il suo parere, ha senso leggere il film come una prefigurazione dell’era della spettacolarizzazione mediatica, anche delle catastrofi, a cui siamo approdati oggi?
Sì e no, il film si sofferma spesso sul tema, ma ce ne sono altri che possono, prima di Mars Attacks!, rivendicare la primogenitura del racconto della spettacolarizzazione mediatica, dell’infotainment cui oggi siamo irrespingibilmente costretti e assoggettati. Mars Attacks! ha il merito di porre l’accento su alcune questioni già a suo tempo ampiamente dibattute, ma lo fa in modo profondamente critico: la scena del dialogo tra il generale Bill Casey (un Colin Powell ad hoc) e l’ambasciatore del Pianeta rosso, ad esempio, è introdotta dall’avvicinarsi all’astronave dei militari in pomposa colonna di jeep, come in Patton, generale d’acciaio di Shaffner. Burton però fa finire la scena in altro modo: disintegrando i corpi, deridendo la spettacolarizzazione mediatica militare di Desert Storm. Il suo è uno sguardo post-moderno catartico, liberatorio, che parte da Klaatu e che critica non solo la guerra e chi la vuole, ma che era già disilluso, consapevole che ciò che effettivamente era non sarebbe cambiato. Non diversamente, seppure collocato su altri registri, dallo sguardo ben più drammatico di Redacted di Brian De Palma: la realtà dei media nel racconto delle guerre è sempre, implicitamente una truffa, una menzogna, propaganda, manipolazione.

Il film alla sua uscita non ebbe il riscontro che ci si aspettava, avvicinandosi quasi all’etichetta di ‘flop’
Beh, è un film che ibrida ogni genere, nello stile d’una fantascienza passata che si discosta però da ogni crisma (e valore) del passato; che ricorre alle star di Hollywood, certo, ma che assegna alla CGI i ruoli più importanti, quelli dei villain. E ciò mi sembra da un lato l’alzare le mani di fronte alla soverchiante de-realizzazione dell’immagine, sempre più interpolata; dall’altro, una scelta in linea con molta estetica del passato, magari disneyana: d’altra parte, con Disney Burton ha avuto un pessimo rapporto ad inizio carriera, per poi riscoprirsi, dopo molti anni, suo autore. In conseguenza del fatto, ovviamente, tutti hanno sposato la sua poetica, riconosciuta infine come caratterizzante il suo tempo. Oggi abbiamo interiorizzato nel nostro sguardo quel tipo di cinema, ne comprendiamo l’originalità, soprattutto in un momento nel quale si è tornati ad estetiche patriottarde - se non addirittura reazionarie nel propagare lo status quo.
La poetica degli outsiders è sempre stata centrale nell’opera di Tim Burton. In particolare, in una pellicola così corale come Mars Attacks, che tipo di interpretazione dà di queste figure?
Burton non ha l’afflato democratico del Ford di Furore: i suoi outsiders sono dei semplici, dei puri di cuore: gli adolescenti, gli sconfitti, i disagiati, i John Doe che si confrontano con il mondo corrotto là fuori. Con loro possiamo identificarci facilmente, la nostra coscienza è salva, rassicurata. Sono il vettore silenzioso e basito del nostro sguardo e del nostro giudizio sulla Realtà.

Mi sono sempre chiesto cosa avrebbe potuto essere un sequel del film calato nella realtà di oggi, a distanza di 30 anni, in una società in cui l’infosfera è diventata endemica come mai prima, in cui l’opinione pubblica è sempre più sensibile (per non dire suscettibile) a certe tematiche e il proliferare di post-verità, complottismi e dogmatismi ideologici hanno irrigidito il dibattito
Molte delle post-verità e dei complottismi si sono fatti neo-realtà. Mi è capitato di conoscere l’ideatore (americano) del tecno-mito di “Nibiru”: mi disse che siamo pronti ad una nuova religione. Credo che i fatti gli abbiano dato ragione: il trumpismo, la politica americana di eterna espansione e conquista violenta, Lindsay Graham, Melania che presiede il Consiglio di Sicurezza, sono gli esponenti di vertice di qualcosa che mira ad essere una sorta di setta: o credi, o ridi. No, non penso ci sarà un sequel, non è più tempo d’ironia burtoniana, se non quella che scaturisce grazie ai suoi personaggi Netflix, a partire da Mercoledì, personaggini adolescenziali alla Nevermore Academy, cose pseudo-Potter, soprattutto teen-drama, goth style, disagio. "Turn on, tune in, drop out" era il motto reso celebre da Timothy Leary nel 1966. Qui è rimasto solo il tune in: alla fine, Burton ci parla ancora di lui e del suo interiore. Le cose della politica non lo riguardano. Anche perché si sono fatte grottescamente tragiche ed enormi.