Incursioni underground a Sanremo

Incursioni underground a Sanremo

Chi mi conosce sa che davanti al Festival di Sanremo, e soprattutto davanti ai ping pong televisivi e le marchettate ubique nelle settimane che lo precedono, provo la stessa ripugnanza che proverebbe un qualsiasi over 22 (24-25 se un po' tardo a maturare) davanti a réclame tanto demagogiche quanto sterili e deliranti come il j'accuse vittimista di Pucci contro la dittatura woke, la Stolen Land di Billie Eilish ai Grammy, o gli appelli alla pace del Papa. Sono ormai quasi 13 anni che dò il mio contributo alla causa del boicottaggio proletario contro il Big Brother del nazionalpopolare, evitando con irrisoria fermezza tutte quelle scatole dell'orrore, che la Rai persiste nel vendere come 'canali', almeno per l'intera durata del mese di febbraio, e auto-compiacendomi di questo presunto status di partigiano del buon gusto. C'è stato però un momento della mia infanzia in cui, pur passivamente, ho dovuto accettare l'entrata in casa via cavo del Demogorgone. E così tra un pippone autoreferenzioso di Celentano, qualche gag di Gene Gnocchi e carràmbata da salotto con Fiorello, mi piegai anch'io, benchè imberbe e incosciente, davanti l'altare del pippobaudismo. D'accordo, niente a che vedere con quello che sarebbe arrivato negli anni successivi con Fazio, Baglioni, la Leotta o Amadeus, quando i vertici Rai, intuendo (con discreto ritardo) i poteri del ragebaiting, decisero di liberare il kraken. Ebbene, in quei lontani e candidi anni a cavallo dei due millenni, la preoccupazione del servizio pubblico era allargare l'audience, cercando di svecchiare una televisione che stava diventando precipitosamente appannaggio esclusivo degli over 40 in Italia. Di certo informati (ma il 'forse' è sempre d'obbligo quando si parla di tv nostrana) del successo di Mtv presso le fasce più giovani del Paese, per diverse edizioni i direttori artistici tentarono caute aperture all'underground locale, con risultati nella maggior parte dei casi imbarazzanti per entrambe le parti, come se i due mondi fossero talmente incompatibili da non prestare possibilità di comunicazione. Ne ripercorriamo qui brevemente le tappe:


Subsonica - Tutti i miei Sbagli (2000)

Di tutta la scena alternative, i Subsonica furono probabilmente il collettivo a cui andò meglio in termini di ricezione (finirono 11esimi in classifica), se non fosse per il troglodita tra il pubblico che alla fine della loro prima esibizione urlò "Andate a casa", inconsapevole che con quell'uscita si sarebbe garantito la permanenza della propria faccia negli anni a venire sotto la voce 'provincialismo' su Wikipedia. Cassando la bassezza del soggetto, a posteriori potremmo forse anche capire lo sconcerto degli astanti davanti a questi cinque torinesi, introdotti peraltro a tradimento dalla voce di Pavarotti: un'astronave aveva appena ormeggiato sull'Ariston; la club culture e la musica del rave entrava nelle stanze degli italiani, eternamente timorati di tutto ciò che possa deviare dalla norma dello Stivale. A discapito del mediocre piazzamento, mai come in questo caso il blitz sanremese venne sfruttato al massimo (un po' come avvenne anche per gli Elio e le Storie Tese): una band di nicchia e da club si apriva un mercato impensabile fino a poco tempo prima. Tutti i miei Sbagli rimane ancora oggi uno dei singoli-manifesto dell'underground di quegli anni.


Bluvertigo - L'Assenzio (2001)

Per i miei gusti solitamente la classifica finale del festival andrebbe letta al contrario, ma è anche vero che qui siamo davanti probabilmente a uno dei peggiori villipendi televisivi di cui ho memoria. L'Assenzio (sottotitolo: The Power of Nothing), uscito a un anno e mezzo da Zero e per lungo tempo ultimo brano della band prima della lunga pausa, arrivò ultimo dietro le indimenticabili Il Profumo del Mare di Gianni Bella e Pioverà di Peppino di Capri. Il pezzo, che creò tanto sbigottimento nel maestro Carlo Carcano in merito all'indecifrabile richiesta da parte di Morgan di "un'orchestrazione cubista", parla di dissoluzione di sè e di ricerca del senso. A tal proposito, lo stesso Morgan, sempre eccitato nello sfoderare le sue intuizioni artistiche, disse: "nella parte che abbiamo chiamato 'solo vocal' c’è un suono che è stato prodotto grazie ad un programma alfanumerico che si chiama absinth, cioè ab - a favore di -, sinth - sintetizzatore, cioè assenzio vuol dire: a favore del sintetizzatore". Soprassedendo sulla loro seconda comparsa all'edizione 2016, basti questa micidiale performance sul palco dell'Ariston per capire al loro prime che gruppo avevamo qui da noi.


Timoria - Casa Mia (2002)

Ultimo posto anche per i Timoria, già da tempo orfani di Francesco Renga (che invece ancora c'era nel loro debutto sanremese del 1991). Con un intro visibilmente "ispirato" da The Show Must Go On dei Pink Floyd e una strofa che fa il verso a Plush degli Stone Temple Pilots, l'uscita non fu proprio memorabile e probabilmente non degna del congedo della band (si sarebbero sciolti un anno dopo). Legittimo dunque posizionarli a fanalino di coda? Una scorta ai nomi che in quel festival sono stati preferiti dalla giuria può far sempre bene alla memoria: Lollipop, Gazosa, Fiordaliso, Alexia, etc.


Afterhours - Il Paese è Reale (2009)

Un inno alla riscossa del Paese decisamente più efficace dell'omonima proposta nello stesso anno da Marco Masini, o quantomeno più presentabile dell'orrorifica omelia che avrebbe portato un anno dopo in gara il trio Pupo, Canonici, Emanuele Filiberto. Una partecipazione, quella degli Afterhours, passata più agli annali per il valore di "rappresentanza", per così dire, della loro presenza che per la qualità in senso stretto del pezzo. Convocati da Bonolis stesso, Manuel Agnelli e compagni decisero di collegare l'uscita della loro canzone a una compilation di inediti di varie band per dar visibilità a tutto il sottobosco indipendente italiano, ergendosi (o auto-proclamandosi, fate un po' voi) a portabandiera assoluti dell'alternative italiano.


Marlene Kuntz - Canzone per un figlio (2012)

Di quel cameo dei Sonic Youth italiani sul palco dell'Ariston si ricorda più la serata cover assieme a Patti Smith, che non il pezzo in gara (fatto che già di per sè dice molto). La verità è che Cristiano Godano e compagni arrivarono con un decennio di ritardo alla rassegna festivaliera, ormai depurati della loro veste noise e già da tempo votati alla foggia più cantautoriale, che da Che Cosa Vedi? (2000) in poi sarebbe diventata la loro formula pressoché definitiva. Il pezzo, memorabile più sotto il profilo lirico (scritto da Godano sotto la suggestione della narrativa di Lila Azam Zanganeh), venne eliminato alla seconda serata senza particolari sussulti. Di quell'esibizione si ricordano per lo più il tripudio di trombe arrangiate da Roy Paci e il dolcevita Vogue che fa tanto anni '50.