La Rivoluzione Industriale e le sue Conseguenze - Polline
7.2
Quasi a spronare l'amico timido a socializzare alle feste, il disco si apre con l'abbinamento più 's-confort zone' che si possa immaginare: i volteggi sbarazzini sulle sei corde del math rock e un synth bislacco a trazione continua simil-Contessa; i cori a più voci dell'emo italiano e versi come "C’è troppa polvere nella mia stanza e non so come riordinarmi" dall'universo fuori-sede dell'indie. Così, tra Sogni, incubi, detersivi, case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale, veniamo introdotti al primo full lenght, dopo vari singoli dal 2024, degli altoatesini La Rivoluzione Industriale e le sue Conseguenze, nome particolarmente lungo e che già porta dietro di sé un carico ambizioso di significati. Dalla seconda traccia in poi il disco assume una forma più chiara ed identitaria e inizia a giocare a carte scoperte col midwest emo e l'indie rock più classico: sull'intro di Ingenuo e Invisibile e i cori di Lapalissiano gravano quasi sicuramente l'influenza dei Quercia; Pisciacane sono i Pavement redivivi; l'incipit di Radici gioca con Everlong e sembra volerla portare in ambiente post-rock.

È quando si passa però all'alternative rock più puro che si realizzano i momenti più interessanti del lavoro: le chitarre pulite con gli accenti whammy e i bending finali di Indecifrabile, praticamente a metà tra Smashing Pumpkins e Sunny Day Real Estate (forse la sequenza più alta dell'opera); le ballad più melliflue come Stella e Prato Fiorito; un po' meno a fuoco invece l'indie pop di Vagamente Stupidi. Un disco che nel complesso sembrerebbe parlare agli indie kids in età di dar fuoco alle proprie radici, tra instabilità e introspezioni auto-lesioniste, riaffermando quella vecchia materia di debunking per cui essere punk non significa necessariamente essere incapaci di provare emozioni. Una wave in cui si inseriscono in Italia assieme ad altri giovani collettivi che stanno cercando un punto d'incontra tra queste sonorità e il mainstream nostrano (all'interno del quale sono sempre state marginalizzate) come i Katana Koala Kiwi o gli !housebroken, con cui i ragazzi della Rivoluzione Industriale condividono diverse cifre stilistiche.

A quel punto della scaletta ci si chiede allora a cosa alluda questo 'Polline' nel titolo. Il polline è minuscolo, quasi invisibile, fertilizza e provoca allergia. La risposta è semplice: il polline siamo noi, "che diamo invece la colpa al mondo che ci porterà più giù" (Radici). In questo senso non è tanto un disco di 'ribellione', quanto di 'presa di coscienza', e ciò si riflette chiaramente nella setlist che non raggiunge quasi mai i toni battaglieri di tanto emo nostrano con urla ringhianti, attenendosi a un registro rigorosamente mid che, se non immalinconisce fino in fondo, neanche invoca il panico nel parterre. Sembra assurdo, ma è proprio questa medietà umorale continua che rende Polline un disco, se vogliamo per così dire, ' granitico'.