Listrea - Bacania

Listrea - Bacania

Si apre il sipario, sono lì tra il pubblico nella penombra: forse la platea non è foltissima, ma la immagino entusiasta come me; applaudiamo per l'ultima standing ovation. Il quartetto bresciano dei Listrea si scioglie dopo appena 8 anni di attività, un EP (Placide Ninfe, 2019) e un album (Formicolio, 2022). Ma se andarsene senza salutare è una forma di maleducazione, qui al contrario i quattro esagerano in raffinatezza, lasciandoci un'opera-testamento in grado di bissare e, ci sentiamo di poter dire, superare anche i lavori precedenti. La scelta del concept è puro Dada, parole in libertà (lo si intuisce anche dando una scorsa ai titoli della setlist). Bacania, dicono gli stessi autori, è un formula magica, misteriosamente recitata da un pedale in sala prove, a cui il gruppo fa seguire una serie di associazioni libere che portano all'Idea: un ferro di cavallo; Bacania diventa metafora (e nome) di un ronzino stremato che corre verso un oblio del tutto inevitabile. Metafora della parabola della band, approdata a quest'ultima fatica con la consapevolezza di mettere un punto alla loro storia? Non è certo, ma i testi della setlist propongono ripetutamente immagini di disfacimento, di scorie.

“There is no flesh left that we can chew on”

All'ultimo atto (il primo non autoprodotto, rilasciato con Kosmica Dischi) la band cambia tante carte in tavola. Innanzitutto l'inglese. Dopo aver votato le loro precedenti produzioni all'italianità, Bacania segna una svolta anche in chiave linguistica. Ma soprattutto a essere emendata sono l'impronta verdeniana e l'anima pop (per quanto iconoclasta): fortissime nel precedente Formicolio e qui forse neanche tanto percepibili. Al contrario, il secondo full lenght si apre con molto più gusto a tentazioni prog: tempi irregolari, continui riff di basso e chitarra che si inseguono e si rispondono in controcanti, frequenti cambi d'umore all'interno della stessa composizione, improvvise accensioni sintetiche. Dal noise dell'opening si veleggia nel quasi rondò di Capri Twist; a metà percorso la marziale Onnom, i capricci tooleschi di Yemen e un salto in salsa Radiohead in Homines Sacri; si chiude invece più dritti, praticamente in direzione Placebo con Klauster e The Diary. Un'evoluzione interessante, forse anche un po' sfrontata, per una band che quattro anni prima sembrava aver trovato il proprio porto sicuro in uno psych pop tanto narcotico quanto melodioso e, passateci il termine, cool.

Il messaggio che i Listrea sembra vogliano lasciarci si può racchiudere apparentemente in questo: siamo tutti colpevoli, nessuno escluso, per aver normalizzato la violenza. Frasi come “We killed a child today, we killed a child to play” o “We can wash anything, deny anything” lasciano poco spazio ai dubbi. Si parla a vuoto ("empty lines that I can’t fill") e si impazzisce ("talking nonsense") fino a sfociare nell'indifferenza ("We don’t care how many were dropped this week"). Pensieri così nichilisti nella maggior parte dei casi vengono accompagnati da album neri, violenti, corrosivi. Bacania non tange nulla di tutto ciò, attestandosi su una poco battuta forma, almeno in Italia, a metà tra noise rock e prog dall'umore introspettivo, ma mai nero o angoscioso.