Lo shoegaze in bianco e nero dei Satantango

Lo shoegaze in bianco e nero dei Satantango

Come ormai noto, Dischi Sotterranei è riuscita a guadagnarsi in questo ultimo decennio, grazie a una gestione "artigianale" ma cool, l'attenzione di una certa fetta di ascoltatori nostrani, sdoganando in parte certe sonorità finora rimaste ai margini della discografia italiota. Ultima proposta del roster padovano è questo duo cremonese (Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi), Satantango, che col loro omonimo disco di debutto si iscrivono all'ascendente parabola del revival shoegaze in salsa spaghetti e mandolino. Ciò che colpisce di quest'album, oltre alle rigogliose e ripulite sonorità sulla scia dei Chiaroscuro, è una coerenza estetica e semiotica che pervade l'intera opera, a partire dai titoli, fino agli artwork e alle temperature emotive che percorrono questo esordio. Per entrare più a fondo nel lavoro, abbiamo scambiato alcune battute con il duo:


Vorremmo iniziare l’intervista con una domanda relativa all’immaginario che c’è alla base del vostro progetto, a partire dal nome che richiama il celebre film di Béla Tarr (1994) e ben si abbina all’artwork selezionato per il disco d’esordio. Mi sembra un tipo di estetica in un certo senso, passatemi il termine, “deteriore”. Che significato ha e cosa volete trasmettere?


Valentina: Già dalla prima scena del film di Béla Tarr abbiamo rivisto subito casa nostra, la stessa campagna, le stesse cascine abbandonate. Abitando in provincia di Cremona siamo cresciuti in un’atmosfera nebbiosa, quasi decadente, che abbiamo ritrovato sia nel film che nel libro da cui è tratto. Ma non si tratta solo di decadenza: quello che abbiamo cercato di fare è stato raccontare questo mondo in modo onirico, elegante ma anche realista, proprio come avviene nel film

Gianmarco: Tutta la nostra musica è influenzata dal luogo in cui siamo cresciuti, l’estetica che accompagna l’album ne è una diretta conseguenza: la stessa copertina in bianco e nero è una foto della centrale idroelettrica sulla ciclabile dietro casa, dove abbiamo scritto gran parte del disco. Per noi la copertina non poteva essere che quella


Lo shoegaze, come sapete, vive già da quasi un decennio un importante revival che dall’America si è lentamente trasferito in Europa e che anche qui in Italia inizia ad avere un numero non esiguo di interpreti. In cosa pensate di distinguervi? A che tipo di riferimenti musicali avete attinto per la produzione di questo disco?


Valentina: Siamo molto felici di questo revival shoegaze, è sempre stato un genere di nicchia e finalmente sta ricevendo più attenzione. Sembra in parte di rivivere alcune atmosfere della scena musicale degli anni 90, che ovviamente noi non abbiamo vissuto perché troppo piccoli, ma che abbiamo fatto in tempo a idealizzare.

Gianmarco: Per il nostro disco abbiamo cercato un suono che attingesse a un certo tipo di shoegaze, soprattutto per il modo in cui sono trattate le chitarre elettriche e le voci

Valentina: In passato abbiamo ascoltato spesso gruppi come My Bloody Valentine, Slowdive, Cocteau Twins e Placebo, ma entrambi veniamo da ascolti diversi che esulano dal genere, quindi il disco vive anche di atmosfere quasi progressive, slowcore e new folk

Giuanmarco: Per noi l’importante era costruire un ambiente sonoro compatto e personale, una sorta di bolla in cui unire linee melodiche cantabili a una scrittura di testi pregnanti, ovviamente in italiano e a tratti cantautorali, che è l’aspetto su cui forse lo shoegaze “classico” si è concentrato di meno


Nei vostri comunicati menzionate spesso il fatto di parlare della “provincia”, un leitmotiv che qui da noi è riuscito a sdoganarsi per lunghi tratti anche dallo stretto giro dell’underground. A livello personale, voi che venite dalle piane del cremonese, che rapporto avete con la provincia e le periferie? Come vivete questo background e in cosa pensate vi abbia forgiati in particolar modo?


Gianmarco: Siamo nati e cresciuti qui in provincia, e inevitabilmente questo ci ha influenzati: la vita di provincia ha ritmi diversi rispetto alla grande città. Milano non è lontana e per lavoro capita di passarci, ma rimanere fuori dai grandi centri ci ha garantito anche più libertà a livello artistico, ci ha dato un certo tipo di lore, di estetica e di mood. Viviamo in un paese di tremila persone tra i campi, quindi un contesto in un certo senso ancora agreste, lontano dalle periferie “urban” delle città, in cui è facile diventare un numero e vivere una vita quasi spersonalizzante


Il disco si apre con un riferimento all’11 settembre, perché avete scelto proprio questo evento? Lo ricordate a livello autobiografico come un trauma significativo della vostra infanzia o gli assegnate un senso più ampio in relazione al nostro presente?


Gianmarco: Entrambe le cose. L’11 settembre è una data simbolica impressa nella memoria di tutti, un avvenimento sia personale che collettivo: tutti si ricordano cosa stavano facendo in quel momento, e allo stesso tempo si tratta di un vero e proprio spartiacque tra il mondo come era prima e come è diventato oggi. Dopo quel giorno tutti ci sentiamo forse un po’ meno al sicuro


Vi sentite più figli del decennio shoegaze che fuoriesce da Boys don’t Cry, Souvlaki e Loveless, o dell’era gaze virale sulle piattaforme come TikTok?


Valentina: Decisamente del decennio anni 90: siamo figli di quella musica


Nei vostri testi tornano ripetutamente le immagini di bar di periferia, autostrade, cinema chiusi, feste finite. Quanti di questi spazi rappresentano effettivamente l’Italia che volete raccontare e quanti invece sono più luoghi mentali e metaforici? Qual è il messaggio che più vi sta a cuore veicolare?


Valentina: Sono luoghi veri che viviamo da sempre, ma anche rappresentativi del cambiamento sociale che riguarda tutti. I cinema che chiudono e i resti diroccati di Villa Alluvioni sono un simbolo del passato che non torna più e della cultura che lentamente muore, ma ciò che più ci premeva era parlare del contesto sociale e generazionale dentro questa cornice. Gioventù, amore e rabbia, la stessa 9.11 e Cinema Tognazzi parlano di questo.


In ultimo, quali sono i vostri prossimi appuntamenti? Porterete live il vostro disco?


Gianmarco: Certamente, suoneremo tutto l’album live! A dicembre saremo a Ravenna per il festival Passatelli in Bronson e a Milano per Shoegaza.