Lovvbömbing! - Piss! Peas! Peace!
Pisciare! Piselli! Pace! È tutto nel titolo e forse è anche superfluo aggiungere altro. Ho sempre pensato in effetti che il revival garage rock di questi ultimi anni non fosse altro che il rovescio di una moneta che sull'altra faccia riporta in calce l'iscrizione "lo-fi". Alla fine è tutto riconducibile all'insofferenza per il pop di massa e l'indie artificialmente sciatto. È un rigurgito abbastanza ciclico a dire il vero, si palesa praticamente ogni 10-15 anni: l'ultima nidiata ha portato alla gloria internazionale Ty Segall, Osees e tanti altri. Nel nostro piccolo, qui da noi, comunque non siamo da meno: nel solo ultimo anno, ad esempio, abbiamo recensito i recenti dischi dei Bee Bee Sea e dei Polpo Kid. Ora però, il primo full lenght di questo quartetto cesenate meriterebbe un discorso a parte, perchè tanto sferzanti e iconoclaste sono le due band precedentemente richiamate, quanto più rumoristi, retrospettivi e al tempo stesso eclettici i Lovebömbing!

Piss! Peas! Peace!, registrato presso il Farmhouse Studio di Rimini e rilasciato con Vina Records, sfodera il consueto armamentario di carabattole garage, pescando a piene mani nello psych rock anni '60 e mescolandolo con quell'ironia post-moderna che quasi sconfina con la demenzialità, cercando di divertire attraverso la decostruzione. Non è una proposta particolarmente sovversiva, anche perchè il trend si è in pratica già cristallizzato in formule facilmente leggibili, anche se i quattro romagnoli cercano di smussarne le acque a più riprese ripescando a piene mani dai Nirvana (President Alien), dal sophisti pop à la Tears for Fears (James Pond), dallo stoner un po' kyussiano (Fury), ricordandomi in alcuni passaggi jangle persino i, purtroppo qui misconosciuti, Blue Smiley.

I passaggi che più si lasciano godere probabilmente sono le sezioni di pura lisergia che ritornano ad esempio in Whyte Rabbyt (di cui il titolo già funge programmaticamente come omaggio allucinato ai Jefferson Airplane). È un disco retrò che suona moderno, figlio della wave King Gizzard and The Lizard Wizard, ma che, al pari di molti lavori dei propri maestri, probabilmente finisce per risultare più gradevole che irriverente, più goliardico che trasgressivo (e forse, se ripenso all'intestazione, questo risultato non dovrebbe discostarsi troppo dagli intenti).