Luca Cescotti - Mobili Credenze

Luca Cescotti - Mobili Credenze

Formalmente dovrebbe etichettarsi come 'cantautorale' il primo full lenght di Luca Cescotti, a quasi quattro anni dall'EP di debutto, Amarsi Bene (un titolo che sembrava quasi mettere i puntini sulle 'i' rispetto all'Amarsi (solo) un po' di battistiana memoria), se non fosse per il lavoro di estrema sottrazione da un punto di vista lirico del songwriter vicentino. In Mobili Credenze le parole sono offerte col contagocce e il più delle volte lasciate su un piano meramente evocativo, concedendo larghissimo spazio alle divagazioni strumentali. Non che ci siano particolari impeti virtuosistici, anzi, queste stesse sembrano concepite ed eseguite in funzione di un'atmosfera complessivamente notturna e decadente in cui persino la voce regge il gioco con vocalizzi a controcanto delle sviolinate più drammatizzanti. È bene notare come il disco mostri in maniera quasi speculare due anime ben distinte che si integrano tra loro senza scontrarsi. La prima parte è quella delle ballad più eteree e dilatate: Futuro Semplice che, tra i beat elettronici, sembra attingere a piene mani dal post-britpop a trazione pianistica dei primi Coldplay, e Mosca, su cui aleggia una certa fascinazione per i Sigur Ros delle orchestrali più sghembe.

Nella seconda sezione si vira invece sul Battisti puro, quello del post '75 , delle chitarrine funky, dei falsetti, dei synth elektronische musik , dei continui accordi major7 e minor7: Respira e No Tu fuoriescono praticamente in toto da Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. La seconda traccia in particolare ha un finale strumentale che volge lo sguardo in ambiente jazz e soul e richiama in formato minore iconiche code come quella di Prendila Così. Il fugace ritorno al post-britpop delle prime tracce in Riflesso, con le sue chitarre in grain delay e le atmosfere un po' Parachutes non aggiungono o spostano molto nel discorso. È quasi una paradigmatica sintesi della generazione '90, sulla cui anima sono rimaste impresse da un lato le aperture anglofile di fine millennio, dall'altro l'immarcescibile tradizione itpop ante-litteram; mobili credenze che ritornano episodicamente nella nostra produzione culturale. Il primo long playing di Cescotti è un lavoro piacevole, senz'altro in controtendenza con l'attuale trend cantautorale: catchy al punto giusto prima di sconfinare nell'usa e getta; malinconico senza drammatizzare eccessivamente; elegante e old fashioned pur senza rivolgersi a un pubblico specifico. Un lavoro un po' mid, si potrebbe dire, ok, ma che già rappresenta una variazione significativa davanti a molto cantautorato liofilizzato che fa capolino di tanto in tanto nella mia casella di posta e mi fa pensare che, "come il cesto della biancheria il mio giorno si svuota e io sono più stanco".