Lupo - Cerotti
C'è un'urgenza sottintesa nella nostalgia vicaria della Gen Z per gli anni '90, una sindrome dell'età dell'oro per un'epoca oggi percepita dai figli del nuovo millennio come forse più ingenua e spontanea, ancora immune dalla iper-digitalizzazione totale. Un poster dei Nirvana al muro, un Telefunken a tubo catodico, la maschera di Dart Vader sul letto, le Total 90 ai piedi: Lupo si presenta al grande pubblico con un tableaux vivant che cattturi lo spirito di un trentennio fa. Quello che a prima vista potrebbe sembrare una dichiarazione d'intenti (sebbene forse dal taglio più goliardico che altro), rimane però nella pratica un manifesto meramente estetico, perchè il disco d'esordio del songwriter romano classe 2001, al secolo Lupo De Matteo, si rivela pienamente immerso nell'afflato indie itpop a noi più contemporaneo. Basi synthpop che virano verso il glitch, la massiccia sollecitazione dell'autotune e i canonici piani elettrici ovattati fino all'effetto subacqueo. A conti fatti, un’alternativa alla trap, più classica e pulita, senza la dark triad (soldi, droga, puttane), più vulnerabilità e sentimento.
Il disco prende così la piega del coming of age in piena regola: le ferite emotive della crescita e i tentativi, temporanei e imperfetti, di curarle. Cerotti ruota tutto attorno a questo: la giovinezza come fase piena di tagli interiori, contraddizioni e autoanalisi. Buona la produzione, con richiami variegati a smussare un po' le acque, a partire dai riferimenti new wave di SaleSale (quasi interpolamento degli INXS) fino ai ritmi coldplayani di X100, passando per la simil-The Weekend IlFiore e l'Interludio calcuttiano. Nel complesso l'album staziona su un registro tra il fischiettabile e l'allegro sì, ma non troppo. Al netto di sigle e gerghi giovanili sbandierati qua e là e frasette alla Smemoranda ("Se fossi affannato farei no stress no stress"), Cerotti raccoglie melodie che in fin dei conti si lasciano apprezzare e sulla cui potenzialità di riempire palazzetti c'è poco da dubitare (su tutte la ballereccia 23 e la battistiana Mvr D Schiaffi). A livello lirico la penna promette bene, con incastri neanche troppo scontati in realazione alla freschezza un po' acerba (più che naïf) dell'insieme: si vedano ad esempio i versi di critica alla mercificazione emotiva di SaleSale o all'irriducibile scontro fra realtà e finzione nell'era digitale (X100).

Cerotti è in ultima analisi un bivio tra il bisogno di introspezione senza risultare impegnativo e l'urgenza di arrivare a tutti e subito senza piegarsi remissivamente ai trend della potabilità musicale. Un biglietto da visita quindi che ancora non aiuta a discernere quale sia la direzione artistica che Lupo prenderà nell'imminente futuro: se la via cantautorale e un po' festivaliera, intrisa di romanità e ballad zuccherose alla Fulminacci o Gazzelle, o se invece quello del teen idol in senso stretto alle prese con il sound elettronico più contemporaneo del pop d'alta classifica.