Marcovaldo - Racconti Brevi

Marcovaldo - Racconti Brevi
7.0

Noi inguaribili nostalgici della redazione ci fermiamo spesso a riflettere su argomenti di questo tipo: "ci ripensi mai a 10 anni fa? com'eravamo, come siamo, cos'è cambiato fino ad ora?". È perciò con un mezzo sussulto che apprendiamo via mail del ritorno dei Marcovaldo, band riminese che negli (incredibilmente oggi compianti) anni '10 pubblicò due dischi di puro trasognato screamo con To Lose la Track: un'EP dal titolo omonimo (2014) e il full lenght Ripetizioni (2017), prima di darsi completamente alla macchia. E nella scena emo italiana invece cos'è cambiato in questo lasso di tempo? Beh, noi ne abbiamo parlato non a caso in una retrospettiva sulle nostre pagine l'estate scorsa. Sintetizzando comunque potremmo dire che, fatta eccezione per i recenti lavori dei Quercia o prima ancora di Radura, Riviera e Noverte, (e nonostante comunque una vitalità sconosciuta ad altri ambienti), pochi nomi si sono aggiunti in grado di bissare la lista storica della scena skramz nel Bel Paese. Con la giusta curiosità mi approccio, dunque, al ritorno del quartetto romagnolo che, quasi "secondo canone", mette in chiaro gli intenti sin dalla copertina: un'incogrua scena borghese stilizzata secondo la grafia dei bambini. Un'immagine che riporta umoralmente all'età dell'innocenza perduta, che riafferma la fragilità degli interpreti in un mondo ostile. Un clichè, ma che rende sempre bene l'idea.

Poi parte il disco, ed è tutto ciò che ci si potrebbe aspettare. Racconti Brevi comincia con una Prefazione, ma il progetto editoriale somiglia più a una raccolta di epigrammi e frammenti che a una narrativa vera e propria: la lettera ricolma di ricordi all'amico lontano, la gita della 5a A e della 5a B, le foto in un cassetto, immagini che si susseguono senza apparenti associazioni logiche. Nel mezzo le chitarre twinkly, le urla sofferte, gli arpeggi dolciastri, i breakdown ritmici. Sarà anche trascorso un decennio, ma le scorie della post-adolescenza sembrano rimaste lì inossidabili, impossibili da superare. "Tutto ciò che ci si poteva aspettare", certo, poi però sta al gusto dell'ascoltatore stabilire con che accezione leggere questa frase. Perchè il disco, diciamocelo chiaramente, è tutto secondo regola. Vero, ma a regola d'arte. Inutilmente scorrerete la setlist nell'attesa di una variazione sul tema che arrivi a dirvi: "qui vogliamo iniziare a fare qualcosa di diverso". Tutto però raggiunge il punto. E il risultato, per quanto "tradizionale" (o forse proprio per questo), arriva diretto e meglio di tanti altri prodotti.

Un mosaico di esperienze intime, tra fragilità e paesaggi interiori. Forse complessivamente più bittersweet e melodico di Ripetizioni (chissà che non abbiano giocato in questo senso un loro ruolo l'uscita recente di dischi come Dove si Muore Davvero), ma che ottiene in definitiva gli stessi esiti emotivi sull'ascoltatore. In attesa di evoluzioni e nella speranza che i Marcovaldo non decidano nuovamente di eclissarsi dalle scene e di non lasciarsi altri due lustri in attesa di un nuovo disco.