Mellon Collie e il sogno infinito degli Smashing Pumpkins
Con un imperdonabile ritardo di qualche mese rispetto alla data ufficiale di anniversario (ndr. 23 ottobre, 30ennale della sua uscita nel 1995), tributiamo sulle nostre pagine un doveroso approfondimento su Mellon Collie and the Infinite Sadness, terzo album degli Smashing Pumpkins, unanimemente riconosciuto a livello mondiale tra le vette assolute della band e degli anni '90. Un disco monumentale e una scelta di grandeur quasi sconsiderata, soprattutto alla luce di quanto già stessero cambiando al tempo le logiche di fruizione musicale. L'opera però trovò immediato successo di pubblico (subito in prima posizione negli USA), sapendosi anche ammantare nel tempo di un fascino epico in virtù delle implicazioni sonore e visive alla base del suo concepimento. Ne abbiamo voluto parlare con Andrea Gozzi, musicista e musicologo, nonché autore nel 2021 di Tonight, Tonight, monografia sulla band edita da Arcana. Qui di seguito il nostro scambio di vedute:

Nel ’95 il grunge aveva raggiunto il suo apogeo commerciale (anzi, forse dopo la morte di Cobain nel ’94 già iniziava a recedere), confluendo a tratti nell’industria mainstream. Cosa rappresentava in quel contesto un’opera monumentale e ambiziosa come Mellon Collie?
Corgan si è sempre misurato con Cobain con un (malcelato) complesso di inferiorità, e ha fatto pace con questo solo abbastanza di recente, per sua stessa ammissione. Scomparsi i Nirvana, orfani del suo leader, il trono del rock alternativo era vacante. Era già capitato ai Pumpkins di aver preso – letteralmente – il posto del trio, ad esempio come headliner al Lollapalooza. Corgan con un nuovo album voleva dimostrare a sé stesso e al mondo intero di cosa fosse capace e, per farlo, era intenzionato a spingersi ben oltre quello che le altre band stavano facendo in quel periodo. Per sua stessa ammissione, Mellon Collie doveva rappresentare il The Wall dell’alternative rock.
Sarebbe scorretto immaginare il disco come una sorta di risposta americana all’esplosione del britpop?
Assolutamente. Il Britpop è un fenomeno che arriva leggermente dopo l’alternative dei primi anni '90 e, negli Stati Uniti, non ha mai davvero sfondato. Paradossalmente, gli Oasis sono quasi più conosciuti oggi in America, dopo la loro reunion, di quanto non lo fossero negli anni precedenti al loro scioglimento. Corgan, invece, immaginandosi Mellon Collie, sognava Bowie e i Black Sabbath, e si ispirò per la produzione non a quello che succedeva nel rock alternativo ma ai piani altissimi della classifica, mettendosi sullo stesso piano di band come U2, Depeche Mode e The Cure, sia come peso identitario nella storia della musica pop, che per strategie compositive e scelte negli arrangiamenti, due facce della stessa medaglia. Addendum: c’è un (unico) episodio più marcatamente britpop della discografia dei Pumpkins, a mio avviso. Si tratta di Knghts of Malta, da Shiny and Oh So Bright, vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun (2018).

Il tema della teenage angst è centrale in questo disco (benché questo valga pressoché in tutta la produzione della band), ma a suo modo possiamo dire che rappresenti una forma più vulnerabile rispetto alla ‘mascolinità’ di tanto rock di fine anni ’80 e inizio ’90?
Il rock da stereotipo, da “dio dorato” (cit. dal film Almost Famous di Cameron Crowe), è sostanzialmente un genere piuttosto machista, soprattutto se si pensa all’estremizzazione anni '80 del modello “late Led Zeppelin”. L’alternative e il punk rock di fine anni '80 e inizio '90 rappresentano invece un’altra realtà. Robert Plant, in una celebre intervista, affermò che per lui il vero punk fu quello che esplose nel 1991, citando il film-documentario 1991: The Year Punk Broke. Nell’alternative di quegli anni molte erano le girl band: Hole, Bikini Kill, L7, Breeders, 7 Year Bitch, Babes in Toyland, Dickless – ça va sans dire. I gruppi dei ragazzi erano generalmente attenti alle questioni di genere e alle attività femministe, il ruolo delle “groupies” appariva sotto una luce diversa rispetto al decennio precedente. Quei gruppi non salivano sul palco ostentando muscoli o agitandosi con vaporosi capelli cotonati come nelle pubblicità degli shampoo: il glam rock fu giustamente ridimensionato da parte dal punk, e molte lacche per capelli rimasero invendute. Gli autori di quel rock alternativo, così come Corgan, erano fragili, arrabbiati, scomposti, lasciati in un angolo. Non erano “fighi”: erano perdenti (losers), e alcuni lo esibivano addiriturra con orgoglio, in risposta alla generazione di yuppies del decennio precedente. Erano la generazione “X”, una "generazione perduta”. Sostanzialmente outsider, dei veri weirdo – come cantano i Radiohead in Creep e come ce lo ricorda D’Arcy in quella bellissima puntata dei Simpson, Homerpalooza, in cui compaiono anche i Pumpkins. Corgan, in questo contesto, è sempre stato un outsider tra gli outsider, il più outsider nell’alternative. La sua sensibilità, come autore di testi e di musica, in questo disco è fortemente autentica: ci sono le urla di Jellybelly ma anche i sussurri di To Forgive. Non è un caso che quest’apertura verso un mondo interiore, fragile e vulnerabile, appaia tanto vera quanto necessaria: più di una volta in questo disco disco ricorrono frasi in cui si mette l’ascoltatore davanti a “the urgency of now”
Gli Smashing Pumpkins venivano da due album (Gish, 1991 e Siamese Dream, 1993) che avevano capitalizzato esperienze musicali già in corso (non solo il grunge, ma anche lo shoegaze e l’hard rock più classico). Mellon Collie, al contrario, ricercava un’estetica barocca più ‘esuberante’, come se fossero nella fase del ‘kill you idol’
Corgan voleva fare le cose in grande: realizzare un concept album immaginifico, roboante, che non sarebbe mai più riuscito ad eguagliare. Anche se altri episodi della loro discografia sono molto vicini a Mellon Collie – come Machina (2000), o Atum (2023) ad esempio – non ne hanno mai eguagliato le vette. Più che “barocco” – termine che accosterei più ai Muse – direi che questo è un album in cui tutte le forze vengono messe in gioco, l’arsenale compositivo è schierato al gran completo, le session di registrazione affrontante con piglio stacanovista (spesso lavoravano in studio da mezzogiorno a mezzanotte ogni giorno), fino allo sfinimento. È un album “totale”. E non è un caso che nel tour che seguì il gruppo andò lentamente in frantumi, come succede dopo aver realizzato un disco di quella portata: i Pumpkins licenziarono un membro fondatore (Chamberlain, che andò in overdose di eroina in tour) e persero un turnista (Melvoin, che morì la stessa notte ). In un’intervista del giornale Tutto in occasione dell’uscita dell’album Adore (1998), Corgan ammise: “Siamo stati i primi ad azzardare soluzioni diverse nell’alternative. Oggi tutti fanno rock sinfonico come facevamo noi. Noi siamo già da un’altra parte”: il cambiamento come costante.

Peraltro nella produzione ricorsero a orchestrazioni, suoni elettronici, sovraincisioni; tutti elementi non ancora così canonici nel rock mainstream del tempo. Inseguivano un intento, volendo, cinematografico?
Esatto. Corgan con questo album mira dritto alle stelle. Non voleva far diventare i Pumpkins il miglior gruppo dell’alternative ma uno dei migliori gruppi di sempre. Per questo fece ricorso ad ogni mezzo possibile. È un disco sospeso nel tempo, quasi in un’altra dimensione. A partire dall’impostazione del disco doppio in due momenti ben precisi, un arco temporale ben definito e lineare (dall’alba al tramonto, dal crepuscolo alla luce delle stelle). L’approccio ai testi è molto cinematografico, sia che si usi la metafora di vecchie foto ricordo o di mondi alieni. Non si tratta solo dell’omaggio a Mélies del video di Tonight, Tonight, la stessa intenzione è presente anche nelle grafiche di tutto l’album: è un sogno di un “futuro passato”. Mellon Collie è un disco in cui tutto è perfetto – forse un po’ lungo nel finale – ma in cui ogni elemento, compresi quelli grafici di un universo immaginifico creano un universo ‘altro’, che si può ascoltare e vedere, immersivo, quindi sì, cinematrografico.
Quali sono, a tuo avviso, i frutti più evidenti di questa eredità nella musica successiva?
Incredibilmente pochi. L’album è così enorme che non puoi non averci avuto a che fare se ami il rock, ma nessuno ci si è ispirato direttamente, e anche se è accaduto non ha certo ottenuto lo stesso risultato. Mellon Collie è stato un album iper prodotto – magistralmente, da Flood – a cui in tanti si sono ispirati per soluzioni melodiche, di arrangiamento e per le strategie compositive, un po’ come successe per American Idiot dei Green Day nel 2004. La grande differenza con l’album della band di Billie Joe Armstrong è che i Pumpkins non hanno mai avuto epigoni diretti; forse, in qualche modo i My Chemical Romance, complice anche una certa somiglianza dei due frontmen. D’altronde ci vuole coraggio ad essere un outsider tra gli outsider: non puoi essere un weirdo in quel modo se non lo sei. E anche se tu lo fossi è altamente improbabile che tu possa avere la visione, l’ego e il talento di Corgan, capace di costruire universi come quello di Mellon Collie: meglio lasciar perdere in partenza.
Per molti questo disco rappresenta l’apice della band, che avrebbe poi continuato a realizzare diversi lavori di qualità, ma anche più discontinui. Sei d’accordo con questa prospettiva? E come si spiega, nonostante ciò, il longevo apprezzamento della band, che ancora oggi continua a essere particolarmente amata e ascoltata?
Corgan è un sopravvissuto. Molti protagonisti dei '90s ci hanno lasciato. Per i fantasmi con cui vivevano, per essere stati, appunto, degli outsider, forse anche per l’impossibilità di sopportare sé stessi. Corgan non si è rifugiato nell’eroina ma nella sua unica terapia: la musica. La composizione – bulimica – lo ha sempre caratterizzato, fin all’inizio del gruppo. C’è una bella intervista a D’Arcy risalente agli esordi della band, in cui dice che non faceva in tempo a imparare le canzoni che Corgan portava ai suoi compagni alle prove, perché ce n’erano sempre di nuove. Fuggire in un mondo “altro”. Ci sono interviste del post-Mellon Collie in cui afferma di essersi reso conto di essere diventato famoso, cioè essere arrivato all’apice della sua carriera con quel disco, ma che non sarebbe stato mai “la rockstar da poster da appendere in camera” – anche se in casa mia c’è proprio una bella stampa della copertina del singolo di Bullet with Butterlfy Wings che troneggia in salotto –. Alcuni amano ancora i Pumpkins per quello che hanno rappresentato per loro da giovani, altri perché sentono cantare di cosa vuol dire essere outsider ancora oggi. Dal vivo sono bravissimi. Ma Corgan sa (e sapeva già al tempo) che quel doppio album del '95 era inarrivabile. Per molto tempo si è tormentato, ma recentemente è sceso a patti con questo. Anche se, personalmente amo molto anche altri lavori, come il già citato Machina e il sottovalutato CYR del 2020, da cui è stato tratto un’immaginifico e sognante cartone animato (a proposito di audiovisivi), un album al quale sono molto affezionato.
In ultimo, recentemente Corgan ha rilasciato alcune particolari dichiarazioni riguardo alcune sue teorie sulla morte del rock nel circuito mainstream. Che opinione ti sei fatto a riguardo?
E perché non dovrebbe essere così negli USA? Vogliamo ricordarci delle vicende dell’FBI con Jimi Hendrix o della guerra di Nixon contro Lennon, ben documentata nel film The U.S. vs. John Lennon (2006)? Oppure di come l’industria discografica si tutelò per evitare di avere una band incontrollabile come i Nirvana, responsabile di una breccia da cui passarono molti altri, e che per alcuni anni cambiò l’assetto della gestione nella musica pop, prima che tutto ritornasse com’era prima? I Fought the Law and the Law Won sarebbe la giusta colonna sonora per la parabola di quella generazione, soprattutto per Cobain. Nella distopia abissale in cui viviamo – in cui gli sceneggiatori di Black Mirror annaspano per restare al passo, e in cui i potenti della Terra decidono le sorti del mondo tra minacce, guerre, abusi su bambini e nefandezze di ogni sorta – perché non potrebbe essere vero? E anche se non lo fosse, perché non seguire ancora le orme di quel pifferaio di Hamelin in cammino verso altri universi fantastici?