Newt. - Voider
6.9
Affare pericoloso la nostalgia: se da un lato ti ricarica della dopamina necessaria per partorire le migliori vibes, dall'altro ti espone inesorabilmente al rischio remix del passato, all'eterna cover involontaria. Così quando leggo sull'impressum del disco: "Con la convinzione che il 1993 sia stato l’ultimo anno davvero felice", per quanto condivisibile come pensiero, inizio a temere il peggio. L'ascolto non va invece così male, tutt'altro. Voider è l'esordio dei Newt., quartetto nato tra Bologna e Gradara nel 2024 con esperienze pregresse in Antares, ED e Marnero, il cui mastering viene affidato nientemeno che a Jack Endino, nome iconico di quella stagione (Bleach dei Nirvana, Fopp dei Soundgarden, per citarne alcuni). Va quasi da sè che la costruzione del disco si orienti prevedebilmente verso gli astri grunge e noise di quegli anni (Pixies, Melvins, Mudhoney, Nirvana), pur senza citarli scopertamente, ma rielaborandoli con una scrittura essenziale e abrasiva.

Voider è però un disco a due facce. La prima metà sembra più sfilacciata e meno coesa, senza un vero filo conduttore convincente. L'incipit apre con accordi aleatori che anticipano pesanti drop senza mai del tutto svelare le carte; Acetoned spinge con un’intro di basso e cambi di ritmo alla Alice in Chains; All Belongs to Grey innesta un ritmo punk; She ammicca ai Dandy Warhol senza aggiungere molto. È solo con Enemies che il disco trova la propria voce: una Heart-Shaped Box velocizzata e lamentosa nel ritornello, con una voce che tradisce anche una certa ammirazione per i DC Fontaines. Da quel momento in poi Voider non si ferma più: Saturnine è senz'altro la traccia più riuscita della prima metà dell’album: malinconica come nel titolo, con un mid/solo acido alla Syd Barrett e una chitarra che nel finale urla come un richiamo al risveglio. How to Dismantle an Atomic Girl la segue come continuazione naturale, aprendo verso un rock cupo che richiama gli Smashing Pumpkins, totalmente orecchiabile senza essere scontata. This Place è hardcore di fine millennio e forse la testimonianza più fedele dei trascorsi di Endino dietro la console. You Gotta Lose a Thing è invece probabilmente il picco del disco: ritornello destinato a rimanere in testa, una sezione finale esplosiva che omaggia i Sum 41 di Chuck o la più italiana Se Non Ci Fosse Più dei Prozac+. Nobody chiude in modo degno, quasi a voler richiamare una ninna nanna nella prima parte e un grido di ribellione nella seconda.

Voider è un esordio che trova sé stesso a metà strada. Il problema è strutturale più che qualitativo: la seconda metà dimostra che i Newt. sanno scrivere canzoni solide e identitarie; la prima forse non rende giustizia a questa capacità. È un disco per chi ama il rock abrasivo e diretto, senza fronzoli né compromessi pop, e che non si spaventa davanti a qualche irregolarità di percorso. Mi pare chiaro che qui di nuovo non ci sia nulla di nulla, anzi, il senso di già sentito si affaccerà di continuo alla finestra (ma è stato reso manifesto in premessa dagli stessi autori). È un esordio promettente, imperfetto quanto basta per lasciare curiosità su quello che verrà.