Oreyeon - The Grotesque Within
Che mastodonte! Impossibile pensare altro dopo l'entrata, pesantissima nell'incedere, della batteria, subito dopo esser stati travolti da uno tsunami ronzante di fuzz. È un ingresso che ricorda (e ne è inevitabilmente figlio) Gardenia e le cavalcate di Welcome to Sky Valley. Gli anni '90 sono finiti da un pezzo: il tempo dei furgoni carichi di birra, strumenti e cattive intenzioni per fare serata con gli accoliti nel deserto sembrano appartenere ormai a una generazione lontana (e a dire il vero neanche italiana). Cortocircuito strano, perchè questo quarto disco degli Oreyeon oltre a configurarsi quasi come una capsula del tempo per i pronipoti (laddove i posteri sono gli ascoltatori del 2026), suona anche come un oggetto alieno, forse quello più 'californiano' mai transitato in Italia. È vero che la scena stoner si è rinverdita nell'ultimo decennio soprattutto grazie ad Elder e All Them Witches, e che in Italia abbiamo i Black Rainbows (senza tornare agli Ufomammut), ma non credo di aver mai riscontrato in questo filone tricolore un lavoro filologico così accurato e, paradossalmente, credibile.

Certo, non parliamo tanto di innovazione o sperimentazione: l'ombra lunga del sound velenoso nei movimenti di chitarra alla Josh Homme, il canto dolente simil Layne Staley (evidente soprattutto nella seconda parte di Nothing but Impurites), o le improvvise apparizioni di mellotron stile Opeth (The Grotesque Within) sono dietro l'angolo. Tutto è rimescolato in un lavoro derivativo che non scade nello scolastico e con un tiro incessante lungo tutta la scaletta. Del resto, se nella scena contemporanea lo stoner tende spesso a dilatarsi in atmosfere space tendenti alla pura lisergia, fa già notizia come il quartetto spezzino preferisca la soluzione granitica, con una setlist che non concede praticamente un secondo di respiro all'ascoltatore. Almeno fino a poco prima della chiusura, quando il disco ci saluta con un lungo intro synth in salsa sci fi patologico da seconda serata e un motivetto che potrebbe tranquillamente passare per una b-side di Dirt. L'Interno Grottesco del titolo rappresenterebbe a loro detta un omaggio all'orrore filosofico di Thomas Ligotti. Però ecco, se proprio dovessi trovare una pecca all'insieme è nel non aver percepito qui quell'abisso di nichilismo mefitico a cui fa riferimento la narrativa dell'autore del Michigan, quanto più un vortice acido in cui lasciarsi andare e liberare tutta la residua sensucht post-adolescenziale ancora in circolo.

Il quarto capitolo dunque non segna una netta discontinuità con il passato della band e neanche una rottura con il trend storico, ma rappresenta sicuramente un ottimo esempio di prodotto ben confezionato e di impatto sicuro, in grado di strizzare l'occhio tanto ai fanatici dell'urto sonoro, quelli per cui un Ampeg VT-40 a volume 8 è ancora troppo basso e un rallentamento di troppo nel bridge si trasforma in una nenia insopportabile, tanto all'ascoltatore più facilmente 'distrabile', bisognoso di una melodia memorizzabile o quantomeno chiara.