Olivia Santimone - Ciclopedonale
7.2
"La sveglia ha suonato per nove minuti e sembra che qui nessuno voglia stare all’erta, ma se si affacceranno alla finestra vedranno che la strada asfaltata è ormai liquame e nell’asfalto nuotano a miliardi tra rettili, proiettili e bugiardi. Si scorgono esplosioni lontane, prevedo già un disastro nucleare". Ascolto e scrivo questi versi (partoriti dall'autrice presumibilmente mesi fa) mentre in Iran si svolgono le fasi iniziali del conflitto bellico e mi ritrovo con una finestra dell'Ansa assiduamente aperta nel browser per ricevere aggiornamenti in tempo reale. Ora, forse non è un collegamento diretto che lega i testi di questa cantautrice ferrarese al suo debutto con Costello's Records , ma a suo modo il disco potrebbe far parte dei tasselli di quella potenziale "rivoluzione" formale, almeno per ciò che attiene il pop e la scena indie nostrana, che in molti da tempo auspicano. Che la si voglia vedere come una pecca o come un elogio però (e io propendo più per quest'ultimo), Olivia Santimone non ha le velleità del pop da classifica. Troppo sofisticato questo suo lavoro d'esordio, stratificato e introverso; praticamente agli antipodi rispetto ai concetti di ritmo, ballabilità e hook melodico. Ma l'insieme ha una vena di sperimentazione raffinata che lo rende senz'altro interessante.

I primi minuti regalano subito un compendio di pulite chitarre lo-fi alla Mac deMarco, mentre Olivia canta di apocalissi urbane e figure cosmiche (Ciclopedoni; Sifonofori) con la voce suadente da overdose di endorfina alla Cristina Donà e mentre si affacciano, soprattutto nelle code finali, impronosticabili incursioni free jazz di fiati. Le variazioni sul tema si susseguono poi nella tracklist senza perdere la chiara identità ipnagogica e distensiva del lavoro: il funky di Sargran richiama un po' il Battisti crepuscolare dei primi '80; Ciclopedoni pesca persino qualche riff dalla stagione prog; il lungo bridge di Io e il Gigante si colloca praticamente a metà tra i Pink Floyd e uno swing da night club. Li cito non a caso, dal momento che forse è proprio a Time dei quattro londinesi che fa il verso A Triptania. Più estemporanee sembrano invece alcuni interludi come l'afflitta 7 o la ballad più 'standard indie' (per così chiamarla) Woland. L'outro finale è invece il libero sfogo del disagio accumulato: siamo di nuovo davanti agli anni '70 e alla psichedelia, che nella seconda metà del disco sembra diventare la componente predominante.

In sintesi, Ciclopedoni è un album ricercato, non complicato, ma neanche ad alta digeribilità per il grande pubblico. Il continuo appello all'era lisergica trova anche un suo senso, avendo posto al centro di questa narrazione il disorientamento collettivo di fronte mondo contemporaneo: di qui i synth stralunati, le chitarre sospese, i ritmi fluttuanti. È vero che rischia in più punti di diventare un po' troppo monocorde, ma il disco si merita un plus in pagella già solo per la sfrontatezza di aver voluto affrontare questa sfida senza compromessi radiofonici o con diktat esterni.