Quattro decadi di malinconia smithsiana

Quattro decadi di malinconia smithsiana

Quando il 16 giugno 1986 la Rough Trade rilasciava The Queen is Dead, terzo album in studio dei mannesi The Smiths, non conosceva probabilmente la misura, sia geografica che diacronica, dell'impatto che quest'opera avrebbe avuto sulla cultura britannica e mondiale. Già nota e amata in patria, la band toccò in quelle sessioni di registrazione probabilmente il punto più alto della propria compiutezza formale, consegnando agli annali una setlist di 10 inni generazionali, ciascuno diventato poi nel tempo brano di culto. Quasi integralmente costruito attorno all'iconica chitarra jingle-jangle di Johnny Marr, il disco racconta, capitolo per capitolo e sottoforma di ballad sofisticate, la voglia di annegare in un disperato amore, il senso esistenziale di solitudine, l'eterna dicotomia Amore-Morte e il precoce sentimento di predestinazione all’infelicità. Un manifesto per giovani outsiders che incontrava immediatamente il gusto dell'adolescenza anglosassone di quegli anni, vittima dell'austerity post-thatcheriana, della disoccupazione giovanile e delle periferie grigie nei centri industriali. In occasione del 40esimo anniversario di questa pietra miliare dell'indie occidentale, abbiamo pensato di parlarne assieme a Fernando Rennis, autore nel 2024 di Charming Men, la storia degli Smiths. Qui di seguito il nostro scambio di battute:


I segni dell'era Thatcher nella Gran Bretagna del 1986 erano ancora ben avvertiti (privatizzazioni, affermazione del paradigma neo-liberale, trionfo dell’individualismo e della competitività). Regnava al contempo quel proverbiale sentimento di alienazione giovanile che ha definito l'immaginario di centri industriali come Manchester. Come si pone in questo contesto il disco?

Il titolo iniziale sarebbe dovuto essere “Margaret on the Guillotine”, in riferimento proprio alla Thatcher, e l’album si apre con il brano omonimo, introdotto da un frammento di un film in cui si intona il canto Take Me Back to Dear Old Blighty, espressione di un vero e proprio rifiuto verso l’Inghilterra del 1986 e, al contempo, desiderio di un ritorno alla “cara vecchia Gran Bretagna”. Morrissey si riferiva a quegli anni ’60 che sarebbero tornati di moda nell’era del britpop. Con il loro rifiuto di un presente segnato da istituzioni lontane, sciopero e carrierismo, gli Smiths rappresentavano quell’alternativa che per la Lady di ferro non esisteva.

Il titolo stesso evoca una rottura simbolica con l’immaginario monarchico britannico

In questo disco la monarchia viene ridicolizzata, aspramente criticata come la religione. Anche se presentando la sua idea della copertina alla etichetta discografica, Morrissey ha precisato che “la regina è morta. La regina della pantomima sono io”. In questo continuo rimbalzo tra riferimenti alla sua persona/personaggio e alla cronaca, Morrissey fornisce ai brani un contesto che s’intreccia alla musica composta da Johnny Marr e arrangiata da Mike Joyce e Andy Rourke. Questo equilibrio permette agli Smiths di veicolare messaggi chiari e reali; facilmente diffusi grazie ai brani. Vengono recepiti da giovani insoddisfatti a causa delle discriminazioni, della crisi e degli scioperi. Non si sentono rappresentati dai modelli in televisione e sui giornali, si sentono liberi di prendere posizione contro una politica sorda o a favore del vegetarianismo, della libertà sessuale.

La scrittura di Morrissey in questo album ha un cambiamento rispetto ai lavori precedenti, come interpreta questa evoluzione?

A mio avviso raggiunge il suo apice riuscendo a equilibrare autoironia e cronaca, immagini forti e il colore dei fiori, violenza e tenerezza. Descrive un presente cupo, ma ci ricorda come ci sia comunque una luce che non si spegne mai. È anche grazie a tutto questo che nei loro cinque anni di carriera gli Smiths abbiano avuto tre album al secondo posto e uno al primo.

A livello stilistico può essere considerato un punto di sintesi tra il pop britannico anni ’60 e il post-punk già quasi deflagrante?

Non farei rientrare gli Smiths nello scenario post-punk. Credo che il retaggio di fine anni ‘70 sia rappresentato dall’approccio punk di Mike Joyce, che insieme al basso fortemente funk di Andy Rourke, uno dei musicisti più sottovalutati e che conferma quanto Manchester fosse terra di grandi bassisti (Hook, Mani, per citarne solo un paio), ancorava a terra le chitarre jangle pop di Marr. Quest’ultimo pescava, sì, dai Byrds, Rory Gallagher e altri artisti del passato, ma era attento a modernizzare le sue influenze, che prendeva anche da suoi colleghi contemporanei come Roddy Frame degli Aztec Camera. Tra l’altro, Marr non si limita a focalizzarsi sulla chitarra: inserisce elementi elettronici (principalmente tastiere), camuffati da nomi ironici per non avvicinare gli Smiths alle atmosfere sintetiche. Eppure, poco dopo la fine del gruppo, formerà con Bernard Sumner dei New Order gli Electronic.

Oggi The Queen is Dead è spesso inserito nelle classifiche degli ‘migliori album di sempre’. Quali sono i criteri che hanno favorito la sua canonizzazione?

La scrittura di Morrissey, la qualità degli arrangiamenti, la presenza di più brani iconici come Cemetry Gates, Bigmouth Strikes Again, There Is a Light That Never Goes Out e Some Girls Are Bigger Than Others. Quanti ne ho lasciati fuori?

In che misura il disco ha contribuito alla nascita di una certa sensibilità indie britannica degli anni ’90? In altre parole, qual è il suo lascito alla generazione successiva?

Più che negli anni ’90, credo che l’album sia diventato un cult intergenerazionale negli anni ’2000, quando c’è stato un ritorno di quel tipo di chitarre, testi più cupi rispetto al periodo britpop. Ovviamente, sto generalizzando, però anche l’idea di un romanticismo decadente contrapposto alla fredda digitalizzazione di questi ultimi due decenni ha giocato la sua parte.

A suo avviso l’opera, al di là del processo di musealizzazione, conserva ancora oggi una carica sovversiva in grado di parlare al Presente?

L’impressione che ho avuto alle presentazioni del mio libro è che l’effetto degli Smiths sulle nuove generazioni è lo stesso di chi li ascoltava per la prima volta negli anni ’80: sembrano sbucati dal nulla a trasmettere una poetica fuori dal tempo perché si guarda indietro ma è consapevole del presente e con esso interagisce.