Queste cose sono Etta

Queste cose sono Etta

Di certo non si può rimproverare per l'inattività, perchè la performer napoletana Etta, tra partecipazioni ad Area Sanremo, XFactor, PunkRemo e Concertone del Primo Maggio, sforna il suo terzo album in tre anni. Queste Cose Sono Io, uscito a inizio mese e prodotto da V-Rus per B Music Records, è un lavoro denso tanto di tematiche che di spunti auto-biografici, e che si fregia di diverse firme prestigiose dell'alternative nostrano (Tutto Fake in duetto con Pierpaolo Capovilla; Nobel con i Punkreas; Chi se ne Frega con Greta Grida; Parapappa con Klaus Noir). Per affrontare i vari spunti presenti nel disco, ci siamo confrontati con l'autrice stessa. Qui di seguito le nostre domande:


Il disco si intitola Queste cose sono io, una sorta di biglietto da visita. L’impressione è però che la scaletta sia in realtà più 'contro' qualcosa: la dittatura degli algoritmi, i riferimenti alla guerra e alla povertà, la logica del commerciale nell’industria...

Io credo che questo disco sia prima di tutto uno sguardo sul mondo filtrato dai miei occhi. Non si tratta di essere contro qualcosa o di dover per forza polemizzare, ma di raccontare che cosa siamo, che cosa facciamo e dove viviamo. È inevitabile quindi che emerga una presa di posizione. Io spero sempre di essere schierata dalla parte dei più deboli.

Parapappa in questo senso è un attacco direttissimo al mercato musicale. Hai mai sentito delle pressioni o delle richieste di compromessi dal mercato discografico che ti hanno condizionato, o almeno hanno provato a farlo, nella tua libertà creativa?

Le pressioni esistono sempre, anche da me stessa. Anzi, spesso sono la prima a mettermi pressione. Però fortunatamente mi sono circondata sin dall’inizio da persone che credono davvero in me e nel mio progetto, e che sono dalla mia parte. È ovvio che, lavorando in questo ambiente, conosco bene le dinamiche del mercato: quante volte mi sono dovuta mordere la lingua, quante volte abbiamo dovuto accettare compromessi. Oggi però ho deciso di non starci più e, insieme al mio team, abbiamo scelto di non farlo. La verità è l’unica cosa che rincorriamo.

Nobel prende di mira Trump e il servilismo occidentale. Una curiosità che ci è venuta anche riflettendo sulle tribune politiche che si sono avvicendate nelle settimane del referendum: tu personalmente sei ancora interessata a convincere chi la pensa diversamente o scrivi solo per chi è già dalla tua parte?

Io scrivo per far riflettere e non mi stancherò mai di farlo. Non voglio modificare direttamente le idee delle persone, perché significherebbe influire sulla loro forma mentis e creare un altro tipo di omologazione, e l’omologazione secondo me è sempre un male. Quello che mi interessa, anche nei confronti degli haters o di chi risponde in modo negativo, è aprire un dialogo, creare uno spazio di confronto e scambiare idee su cui riflettere insieme. Nobel nasce proprio come provocazione: cerca di punzecchiare, di mettere in discussione, anche chi magari inneggia a certe figure o a certi modelli che, dal mio punto di vista, andrebbero osservati in modo più critico.

Ti senti più vicina alla tradizione del rock di protesta o a una forma di satira pop velenosa? Quali sono i modelli di riferimento?

Credo di stare nel mezzo. Quello che faccio nasce da un’esigenza personale: non seguo quello che “va” o non va, né mi impongo di rispettare un genere per forza. Se il pop ha qualcosa di buono, lo prendo; se il rock ha qualcosa di valido, lo integro nel mio progetto, che sia nu metal o qualsiasi altro genere che stimo e rispetto. Sicuramente, a livello emotivo, mi sento molto più punk: diretta, sincera e anche autoironica.

C’è un tema su cui oggi ti sembra che il mondo della musica italiana sia troppo prudente?

Sicuramente la politica. Ci troviamo in un momento storico in cui, durante il Festival di Sanremo, la più grande manifestazione musicale italiana, agli artisti è stato chiesto di firmare un modulo per non parlare di politica, del referendum o di altri temi sociali. Purtroppo il mercato musicale italiano spesso va di pari passo con questa prudenza. Questo non mi fa piacere, perché limita la possibilità di affrontare temi importanti. Ultimamente non si riesce a parlare di aborto, di guerra o questioni sociali rilevanti: prevale invece una superficialità che lascia poco spazio al dibattito e alla riflessione.

 Se dovessi scegliere un verso di questo disco che ti rappresenti più pienamente, che sintetizzi il senso di Queste Cose Sono Io, quale sceglieresti?

È difficile scegliere un solo verso, perché tutto il disco è pensato come un racconto personale. Sicuramente sceglierei qualcosa della title track che mi rappresenti, tipo “queste cose sono io, due codini e un cuore livido”. Ma se dovessi scegliere il verso che mi piace di più o che rappresenta il senso di tutto è: “il rumore è bello ma da queste parti non si ascolta mai il silenzio, meglio stare zitti e non cambiare niente il mondo va così  l’accetto. Io sono il silenzio”. Mi sento parte di una fetta di persone che si batte per qualcosa, anche se spesso non siamo ascoltati, noi continuiamo a sperare, perché siamo il silenzio, la pace, la luce. 

La scelta del featuring con Pierpaolo Capovilla riporta a un immaginario alt rock ben precisa, quali necessità ‘ispirazionali’ ti hanno spinto a chiamare in causa quel tipo di voce nel tuo disco?

Le collaborazioni per me sono sempre uno scambio artistico e umano. La scelta nasce dalla stima e dalla voglia di incontrarsi musicalmente, non da una logica strategica. Mi interessava una voce con un peso emotivo forte, capace di portare dentro il brano un immaginario intenso e viscerale, coerente con l’atmosfera del disco. È stato un modo per amplificare il messaggio del pezzo e dargli ancora più profondità, Pierpaolo in questo è stato fantastico. Ma non avevo dubbi.