Ripensare febbraio in 5 EP
Scrivo questa rassegna nel corso delle attesissime Olimpiadi di Milano-Cortina e poco prima di quell'altra pericolosissima pista nera chiamata Festival di Sanremo, su cui mi tacerò per evitare impervie curve a gomito, in grado (più di qualsiasi tensione geopolitica) di costringere gli haters allo slalom gigante della dissimulazione. Torniamo così questo mese con cinque EP che non finiranno nella rassegna festivaliera ma che, (scusate se è poco e lasciatevi ingannare dalla modestia) sono stati inseriti in quest'altra selezione sceltamente variegata su cui riversare le lacrime accumulate in uno dei febbrai più piovosi della storia italiana. Un ritorno a sorpresa a distanza di quasi 20 anni e ben 4 opere prime. Qui di seguito il recap:
Monoland - First

Tornano a distanza di quasi 20 anni (ndr. l'ultima uscita, Ben Chantice è del 2006) i berlinesi Monoland e l'impressione è che il tempo non sia passato da inizio millennio (prendete in qualsiasi accezione vogliate questa espressione). Le chitarre e le voci vagamente indolenti della tradizione slacker e dei Pavement; i riverberi recuperati ossequiosamente dalla stagione brit degli anni '90; i beat elettronici che guardano in casa ai Notwist. La dolce e auto-indulgente malinconia della post-adolescenza che sembra non passare mai, neanche con l'età che avanza. Px sono i Ride redivivi;Kate è l'immortale ballad melodica al miele lacerata da sferragliate di chitarra, distorte fino a perdere i contorni. Il soundtrack perfetto per sfogliare un album di foto degli anni del liceo o per un film di Sorrentino.
Attatototo - Misticismo Dozzinale

Esordio assoluto per il quintetto ferrarese degli Attatototo (nome che ti aspetteresti da una formazione dadaista no wave). In realtà il primo EP della band è molto italiano e nel solco della tradizione alternative, almeno quella in fase di ibridazione verso la musica da classifica, e con diversi addentellati con Litfiba e Afterhours. Se si escludono i giocosi rimandi western in Laguna Blu o quelli post-punk dal sapore '70s di Pioppi, la scaletta è un ammiccante invito al coro da arena, con largo spazio lasciato al gusto per la melodia. Coinvolgente? sì. Già sentito? anche. Interessante? ha i suoi momenti. Magari dopo il biglietto da visita il complesso sperimenterà più a fondo la vena decostruzionista già tentata in qualche episodio della scaletta, prestando fede all'iconoclastica del proprio nome.
Secondo - La Scatola

Si sono usate nel tempo centinaia di metafore per rappresentare quella difficoltosa e a tratti imbarazzante necessità di fare i conti con sè stessi. Dopo lo specchio, la casa, la finestra, tocca ora alla Scatola. Idea di lunga data, eppure siamo sempre lì, a confrontarci col tempo, i rimpianti e le proprie vulnerabilità. Secondo (che è già di per sè un manifesto, forse anche più coerente di un nome come Ultimo) lo fa con cinque tracce di stampo diaristico e a trazione acustica dal sapore di saudade mediterranea (forse il termine più corretto sarebbe 'appucundria'). L'idea è chiara, l'urgenza espressiva è autentica e si percepisce; manca forse il cambio di passo, una via d'uscita alternativa dalla dimensione-jazz set di Sergio Cammariere sul lungomare in una serata di fine estate, o forse arriva troppo tardi, sulle coda distorta di Scusa.
G.EM - Corponuovo

Il pregio di questa cartolina d'introduzione sta senz'altro nella delicatezza sofisticata che discende da una lunga genealogia di cantautrici italiane (la cui prospettiva oggi sembra sempre meno prospera rispetto a una decina d'anni fa). Se ci mettiamo dentro poi le cadenze latine o gli arpeggi bossa nova di Manifesti, il pensiero va quasi d'istinto a Carmen Consoli o alla Mannoia. Scrittura meno aulica o volutamente forbita quella di G.EM, al secolo Giorgia Macrelli, autrice romagnola millennial (distinzione generazionale sempre più necessaria nel mercato discografico di oggi): composizioni che puntano più al coinvolgimento di anima e corpo che all'introspezione, pur senza particolari ammiccamenti o tentazioni dance. La combo canto arioso + beat elettronici è quasi una risposta italiana fuori tempo massimo a Nelly Furtado, ma col progressivo ritorno in auge dei trend di inizio '2000, l'operazione dovrebbe trovare la sua funzionalità.
Invernice - In-Vernissage

"La vita è come un gin tonic" e anch'io bevo per non pensare a questa wave di frecciatine post-ironiche ai radical chic, alla sapiosessualità universitaria o al conformismo sofocratico che da Niccolò Contessa a oggi sembra non conoscere momenti di distensione. Per carità, mi unisco anch'io (anzi, forse porto la bandiera) al corteo degli odiatori seriali verso la tossicità occulta dei fan di Kundera, della musica di nicchia, dei film d'essai, e della podcast addiction, però ecco, sappiate che dedicandogli panegirici, gliela stiamo dando vinta. In questo senso riconoscere che alla fine "siamo tutti mostri" è già un passo in avanti, ma di questo primo EP degli Invernice i pregi più grandi si rivelano gli arrangiamenti e la produzione: il bild up e l'intermezzo valzer di Degas, i beat '80s di Kundera, l'esperimento boom bap. Anche la chiusura in post-hc volendo, per quanto spiazzante rispetto a quanto sentito nelle tracce che la precedono.