Ripensare gennaio in 4 EP

Ripensare gennaio in 4 EP

Intraprendere un recap mensile non è mai un'operazione così conciliante come potrebbe sembrare, anche perchè volendo guardarsi attorno, a ciò che succede nel mondo, per trovare sponde stabili con cui orientarsi nel capire la realtà e la musica prodotta, si finisce inevitabilmente a fare i conti con notizie che 9 volte su 10 sanno di dramma. S0rvolando quindi su frane, ICE e sterili dibattiti sul referendum, mi volgo alla mailing list per ascoltare le nuove uscite, traendone nel complesso come, per forza di cose, l'unico intento realmente ricercato è quello d'evasione. Mentale, spirituale, temporale, talvolta anche fisica. E sarebbe anche da approfondire, stabilendo almeno in percentuale, quanto della musica d'oggi in Italia sia effettivamente impegnata (che non vuol dire impegnativa), cooptata col Presente, e quanta invece se ne allontani quasi fosse un diversivo. Non a caso ho pensato di cominciare questa riflessione con un disco che ha tutti i connotati di mind escaping.

Tornano infatti, a distanza di pochi mesi sulle nostre pagine, i Polpo Kid, reduci da un fugace soggiorno spazio-temporale in DeLorean che li ha condotti al 1966 per esperire il tradizionale pellegrinaggio laico in India (esperienza altrimenti a loro preclusa per ovvi motivi anagrafici). Se abbiano trovato finalmente sè stessi non ci è dato sapere, quel che è certo è che hanno senz'altro sperimentato, viaggiato, si sono fatti insomma, una nuova foggia, trovando una dimensione, ancor più lisergica, percepibile tutta in queste quattro tracce. Non credo di far torto a nessuno sostenendo che questo Sgt. Polpo Lonely Fuzz Fassbender è, sin dal titolo, tra le cose più iconoclaste che mi siano passate sottomano negli ultimi tempi (e per la cronaca ho ascoltato anche l'ultimo singolo dei Tiger Fregna). Altra raffinatezza certo, altra classe, qui si lavora di fino e si va più sul Surrealismo e Breton che sul neo-kitsch, ma la vena dissacrante di fondo non è tanto lontana. Basti l'esempio della cover beatlesiana, già originariamente psicotropa negli intenti, qui ripassata in padella per una seconda frittura. L'ho divorata avidamente: adesso ho un'acidità che non vi dico, ma che delizia.

Del resto li capisco i nostri polpi di Milano: è più che comprensibile voler fuggire da questo Presente, che sia con la macchina del tempo o con altri mezzi di cui non ci è lecito sapere. Basta cambiare canale o aprire un social per essere sommersi da prospettive luttuose pronte a succhiarti via l'ultima vena di ottimismo che serbavi gelosamente. È quindi con molta complicità che mi immergo in frasi nerissime come "Ghiaccio nel cuore, mi squarcia le budella freddo tepore (...) illusa dal tempo, le sagome delle tue incertezze saranno passato e futuro", ma anche con un certo sbigottimento quando, aprendo il pre-ascolto, ho l'assurdo abbaglio di immaginarmi Giusy Ferreri approcciare al post-hc. Nota di colore per un malinteso limitato a pochi secondi; il secondo EP dei Calantha ha invece un bel tiro che riesce a farti avvertire l'orrore post-industriale dei centri urbani, talvolta anche con qualche vago sapore sabbathiano. L'impressione è che quando subentri la voce maschile si spinga più sull'acceleratore noise puro della gioventù sonica, cercando di sfruttare al contrario, soprattutto nella prima parte, la ariosità melodica di Giorgia Tartaglia. Questo Ombre è il soundtrack perfetto per chi in questo gennaio è già in burn out.

E in burn out ci saranno saremo già finiti in molti in questo periodo, a giudicare dalle divagazioni retro-futuristiche delle molte cose che mi sono ritrovato nella casella di posta. Con delle eccezioni, sia chiaro. Ad esempio mi piace immaginare Matteo Siffredi, in arte Sigarettewest, classe 2001 secondo l'anagrafe, affetto da un'acuta forma di sindrome dell'età dell'oro. Come spiegare altrimenti lo struggente charme modugnesco in queste due tracce, tutte belcanto vibrante e sviolinate melodrammatiche, da parte di un fresco 25enne? Roba che è riusciuta a far percepire l'estate italiana nei jukebox e un viaggio in Lancia Aurelia assieme a Gassmann-padre persino a un matusa come il sottoscritto (a cui quelle immagine sono comunque assai distanti nel tempo). Poi certo, quando tra le righe di un notturno da club compaiono versi come "Bambina c’est la fucking vie" capisco che siamo comunque nel 2026, che c'è tutto un discorso che risale ad Achille Lauro e che devo maneggiare con cautela questi crossover nelle mie casse, prima di diventare il meme di Mr Burns che cerca di mimetizzarsi tra i giovani.

E non scherzo, il pensiero del cringe anagrafico e il succitato meme mi sono davvero passati per la testa nello spazio di qualche secondo, cedendo subito il passo a riflessioni contigue e più ostiche. Forse dovrei essere meno rigido, lasciarmi andare e far fluire il mio essere: siamo esseri umani e, come tali, in continuo mutamento, in barba a etichette e giudizi. Come ho partorito questo pensiero? aprendo il nuovo EP di un raffinato cantautore come Tommi Scerd e sentendolo spittare barre acrobatiche come se la periferia di Brescia fosse diventata l'8 mile. Il lavoro è realizzato assieme a FiloQ, dj e producer che farcisce le basi di queste tre tracce con beat liquid drum & bass e noisecore. Il titolo è NSRN (Non Si Racconta Niente) e, quasi per cortocircuito con questo, la verbosità dei due esplode a colmare "il silenzio dell'universo". Il tema è un po' la fine delle grandi narrazioni e della caduta dei miti, del "se mi chiamano soldato penso che diserto (...) e quando avrò il fucile in mano deciderò in che verso va puntato, se sul campo di battaglia o su me stesso. Kurt Cobain è morto da un pezzo". Non sarà prettamente la mia cup of tea, ma il verso "controllo delle nascite col soldo e col porno da un lato, col fuoco e col morbo dall'altro", scritto praticamente per essere esposto alla pubblica imputabilità di qualsiasi deriva complottista, mi basta per prenderli in simpatia.