Tiromancino - Quando meno me lo aspetto
"Una parola ripetuta troppe volte finisce per diventare solo un suono". Mi è tornata più volte in mente questa frase negli ultimi tempi senza che riuscissi a ricordarne l'autore. È forse colpa dei social che, permettendo la proliferazione delle opinioni ripetizione pappagallesca dei tormentoni giornalistici, ci ha condotto alla nausea verso buzzwords, vulgate e luoghi comuni? O forse i tempi sono cambiati e le circostanze storiche hanno indirizzato anche le voci più autorevoli a esprimersi in maniera diretta, piccata, senza troppo distanza dall'uomo della strada? Di certo 20 anni fa non mi sarei aspettato Federico Zampaglione inveire in maniera così inacidita contro "i cretini che dicono puttanate nei talk show", puntare il dito verso "un vеcchio e una ragazza a bordo di una supercar", o persino fare il verso a Maccio Capatonda con frasi come "zitti tutti che stasera c'è la Serie A". Un linguaggio, si direbbe, rivolto all'utente medio che una decina d'anni fa si assuefaceva alla 'violenza' verbale delle sezioni commenti. Una figura oggi ben psicograficamente determinata dagli algoritmi.

Ciò detto, il quattordicesimo album dei Tiromancino, a distanza di cinque anni dal precedente Ho Cambiato Tante Case, si staglia come una stanca operazione di parafrasi e ripescaggio nel repertorio più noto della band. Non senza troppa fatica si riescono a scorgere nei ritornelli della title track l'ariosità di Imparare dal Vento, nei ritmi vagamente reggaeggianti di Una Vita le ombre di Amore Impossibile, o le note pianistiche di Per me è Importante in Gennaio 2016, per portare qui degli esempi. Le variazioni sul tema invece suonano un po' fiacche e senza troppa convinzione, per non dire pedestri: la battistiana Mi Rituffo nella Notte o la celentaniana Tizzo. Probabilmente i momenti migliori del disco si rivelano la collaborazione con Simona Molinari, se non altro sotto il profilo della freschezza e della vitalità, e la diaristica Gennaio 2016, la cui sincerità disarmata riesce a penetrare sottocutaneamente con tale leggerezza da andare oltre qualsiasi merito artistico. Il Cielo è senz'altro il singolo (non a caso il primo estratto dal disco) con il miglior profilo per l'heavy rotation: la più classica delle ballad tiromanciniane a trazione acustica lievitata da orchestrali.

La parabola della scaletta è chiara: un romanzo di ri-formazione per chi impara a proteggersi dal caos circostante e a ritrovare sé stesso, aprendosi agli affetti e alla bellezza che la vita sa ancora offrire, spesso proprio quando meno se lo aspetta. L'intenzione era comprensibile, in alcuni passaggi anche più che credibile; nel complesso il disco sembra rivelarsi però più come un lavoro di maniera, l'opera di maestri navigati (e forse ormai anche un po' spigliati nell'esecuzione) che ripiegano sulle proprie forme di facile riuscita.