Trovare il magico nel tragico può essere la vera ribellione secondo Cimini

Trovare il magico nel tragico può essere la vera ribellione secondo Cimini

È tornato il 10 ottobre con un nuovo album, Mondo Tragico Quasi Magico, a distanza di quattro anni da Pubblicità, il cantautore calabrese Cimini, da tempo di stanza a Bologna. Al di là di qualsiasi valutazione meramente musicale, noi della Redazione abbiamo intuito da subito la densità dei temi trattati in questo perfetto distillato di cantautorato e easy (solo in apparenza) listening, inesorabilmente in un equilibrio instabile (come suggerisce già in avvio la dualità del titolo) tra disincanto e meraviglia, tra angoscia e desiderio di salvezza. Considerata la generosa disponibilità concessaci dall'artista e l'importanza che poteva rivestire il suo stesso commento diretto in merito a certe tematiche che riguardano il momento storico e la generazione che ne è protagonista, ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande che troverete qui di seguito.


Partiamo dal titolo del disco, Mondo tragico quasi magico. Quale senso attribuisci a questa definizione a tratti quasi iperbolica?

Sotto una certa ottica, il titolo può esser visto in maniera un po' provocatoria, perchè l'obiettivo è tirare fuori da questo mondo tragico tutto ciò che può essere magico. Una roba in apparenza impossibile, ma che diventa provocatoria nel momento in cui fai capire che a rendere questo mondo più magico siamo noi stessi, che invece spesso contribuiamo con la nostra superficialità ad aumentarne la dose di tragico . Non tutte le responsabilità sono, ovviamente, attribuibili a noi: è un sistema che ci sta al di sopra e in cui allo stesso tempo ci siamo dentro, ma che possiamo superare.

In alcuni punti della setlist (in particolare nello snodo centrale con l’Urlo) c’è una palpabile insofferenza verso la tua generazione e la sua schiavitù verso le logiche algoritmiche. Tu personalmente come ti poni all’interno di questo quadro? Ti senti più parte integrante (come suggerirebbe il titolo Io sono gli altri) o corpo estraneo del trend generale?

In questo momento mi sento un corpo estraneo rispetto al trend generale perchè ho deciso di affrontare apertamente tematiche più sociali a discapito di quelle sentimentali, contrariamente a molti colleghi del mio stesso giro. Mi sento molto fuori dalle logiche algoritmiche. Io sono gli altri intende proprio l'opposto, io sono "gli altri", i deboli e gli ultimi. Nella vita bisognerebbe avere il coraggio di essere come "gli altri", non come tutti gli altri.

Nel disco si ritrova un’intera mitologia pop contemporanea (Elon Musk, Greta Thunberg, Putin, Baby K), hai pensato se possa esserci un trait d’union che lega tutte queste personalità di estrazione così diversa? Credi che l’ uomo di oggi abbia sostituito al “sacro" una sorta di fede laica in personalità di richiamo mediatico come quelle da te citate?

Beh oggi la mitomania è fondamentale nella spinta culturale che c'è nel mondo. La mia operazione, di stampo quasi vetrinistico, è stata mettere dentro tutti questi nomi che rappresentano idee e trend, per certi versi "sovrastrutturali", e che rappresentano nel bene o nel male il calderone in cui noi ci troviamo a vivere nei nostri tempi. In questo ho sicuramente voluto seguire un po' la regola che ha declinato nella maniera più "pop" di tutte Rino Gaetano per la musica italiana, ma mi è anche venuta in piuttosto spontaneamente. Alla fine come non puoi parlare di coloro che rappresentano il mondo? Alcuni tra questi sono dei Simboli, altri sono Idoli. Io personalmente ho sempre preferito i Simboli agli Idoli.

“Ave Maria piena di ansia”, siamo una generazione che non prega più ma ha l’ansia come atto religioso. C’è un bisogno disperato di senso?

Il sentirsi costantemente in ansia è, a mio avviso, più una moda, un vezzo che si acquisisce nella vita di tutti i giorni in cui ci lamentiamo dei nostri lunedì neri e di un mondo che sarebbe ideale solo se si potesse vivere costantemente in vacanza. L'ansia purtroppo, quella vera, è più un'ansia generazionale perchè i tempi che stiamo vivendo sono bui, o meglio, "spenti". Sono stati spenti o forse noi non vogliamo accenderli. Mi viene in mente Pertini quando redarguì un ragazzo che lo contestava, rispondendo: "la tua libertà ce la siamo sudata noi, i tuoi nonni. Se tu puoi oggi contestarmi è perchè io ti ho dato la possibilità di farlo, liberandoti dai fascisti". Oggi manca una Resistenza e ci affievoliamo al Potere. Quando questa egemonia si impossessa del sistema, sentiamo di non poter fare niente, ma i mezzi li abbiamo. Guarda le manifestazioni per la Palestina quante persone sono riuscite a portare in piazza (e quante poche alle urne, purtroppo). Quando questo sistema diventa troppo più grande di noi, ci prendiamo di ansia e non capiamo che questa stessa condizione possiamo superarla noi stessi da soli.

Il disco comunque sembra oscillare, correggimi se sbaglio, quasi perfettamente in equilibrio tra disillusione generazionale e storie d’amore (sempre trattate con una certa verve malinconica). E del resto ciò si ricongiunge con la tua bio Spotify: “un cantautore italiano, un po’ romantico, un po’ ribelle”. Senti di essere un po’ più l’uno o più l’altro, e come concepisci entrambi gli aspetti?

Io sono una persona che vive le emozioni, una persona romantica per estrazione sociale. Sono una persona del Sud, nato in mezzo al mare, mi sono da subito sentito libero in un mondo non troppo privilegiato, sempre più a Sud di qualcun'altro. In un mondo in cui persino la discriminazione viene messa dopo le altre discriminazioni; questa cosa non sempre si capisce. Tutto ciò mi ha reso romantico e impegnato nella lotta per le emozioni. Ma va da sè che questa cosa crea anche un mix tra la ribellione e il romanticismo, perchè quest'ultimo è l'unico modo che ti fa vivere appieno i disagi e le emozioni.

Su un piano più tecnico, a livello di arrangiamenti nel nuovo album, cosa hai ascoltato in questi anni? Hai avuto nuove idee che hanno influenzato il tuo modo di scrivere rispetto al precedente Pubblicità?

Questo disco è figlio di ascolti e di un mondo più alternativo a cui ho attinto sotto ogni forma di espressione artistica, anche al di là della musica. Una canzone è stata scritta ad esempio dopo aver visto Elephant Man di David Lynch, mixandolo con una mia esperienza un po' lisergica, per così dire, durante una serata passata a Bologna. Ho ascoltato molto i CCCP da cui ho preso molto per il groove e ho provato ad esplorare cose meno "generaliste". C'è stato tanto dialogo con un nuovo produttore alla sua prima esperienza, Claudio Marciano, che è anche al mio fianco sul palco suonando la chitarra. Anche in questo senso ci siamo voluti allontanare da una produzione più mainstream. Non ho voluto inseguire niente e nessuno, spero di mantenere questa direzione anche per il futuro.

Per chiudere, se dovessi scegliere due sole icone della nostra contemporaneità che ritieni indispensabili per il progresso dell’umanità e che salveresti, quali sarebbero?

Io credo che in questo mondo non si salvi nessuno, non ci sono delle Icone specifiche che possano dare un messaggio positivo. C'è l'impegno, come in Greta Thunberg che però appare per certi versi come un Simbolo che è stato messo lì. Sicuramente serve, ma oggi siamo nella costruzione di un messaggio positivo e non so neanche con quale volontà ideologica. Io non vorrei far tornare o rimodernizzare alcune ideologie, vorrei credere più nella forza delle idee. Oggi vedo una barca vuota in mezzo al mare quando penso alle icone del presente.