Ttokay - Crudités Cerebrale

Ttokay - Crudités Cerebrale
7.2

Musicalmente parlando, non è agevolissimo trovare un'etichetta che inquadri esattamente il primo full lenght del progetto solista Ttokay, già membro dei romani alGot. Perchè sebbene ci sia una sotterranea (ma neanche troppo, viste le affinità) parentela con i lavori simil-slowcore dei Duster, fanno capolino qua e là momenti sintetici al limite del glitch (nemico pubblico, crash test, fleboclisi) oltre ai ritmi liquid drum & bass che sono il marchio di fabbrica di Samuele Cyma, dietro la console anche in questo lavoro. Il disco è praticamente un affresco di pensieri intrusivi, disturbanti e importuni al pari degli inserti elettronici che subentrano in questa musica (che rimane, sostanzialmente, a trazione chitarristica): la discesa in uno stato dissociativo-depressivo-ansioso-ansiogeno e tutta una blacklist di fastidi che si susseguono come immagini randomiche senza un filo conduttore ("Strappami viscere e budella"; "Eccovi un altra fiala con il mio sangue"; "Come fai a continuare a camminare, senza piedi". Dietro l'apparente quiete di ninna nanne melliflue e arpeggi trasognati di chitarre brillantissime, si cela tutto il disgusto dell'essere intrappolati dentro sè stessi e dell'inadeguatezza esistenziale.

E qui vengo alla domanda: in quanti album della musica italiana avete mai sentito trattare questi temi con anche la stessa spudorata sincerità? Se penso al mainstream, la memoria non mi restituisce un lungo elenco. Potrei soffermarmi poi, certo, sui singoli capitoli della tracklist (galleria somiglia terribilmente a The Landing; malocchio è il pezzo che si stacca un po' di più dal mix indolente della scaletta; Rottame ha un che di radioheadiano), ma avrebbe poco senso. Ciò che conta è l'effetto d'insieme: una galleria di quadretti agrodolci (il disco dura poco più di mezz'ora) con pennellate tendenti allo space rock. Complessivamente quasi monolitico per quanto coerente, con la sua (ricercata) patina da registrazione casalinga Crudités Cerebrale fa semplicemente il suo dovere, quello per cui è stato concepito. E niente, di certo fa centro.