Tundra - Ohdio

Tundra - Ohdio
7.0

Le convenzioni sociali ci inducono 9 volte su 10 a bollare come forme di maleducazione vezzi che spesso e volentieri, al contrario, implicano sottotesti più complessi, come ad esempio l'arrivare in ritardo. Fare due ore di ritardo non è come farne mezz'ora: a volte lo sfasamento temporale è talmente vistoso che non può che presupporre significati ben più profondi. Così, quando nel 2021 uscì come biglietto da visita quel concentrato di alternative-prima ondata italiana che era Nuvole Rosa, Ragni e Guai, sembrava lecito chiedersi quali fossero le intenzioni dei pisani Tundra. Far rivivere in quel momento le sonorità di Afterhours, Marlene Kuntz o Verdena (di cui non si annusava neanche la vaga possibilità di un ritorno di moda) come ingredienti di un cocktail di cui non si riescono più a discernere i singoli gusti, era un'operazione dal retrogusto di 'vuoto da colmare', forse diciamocelo, più a livello personale che di mercato. Ma come ripetiamo spesso, guardare solo vecchi album di foto (per quanto confortante e significativo) senza fare progetti per il domani, può rivelarsi sempre piuttosto imprudente. È pertanto con una certa curiosità che mi approccio al loro bis, arrivato in questo caso a distanza di quasi cinque anni.

Cosa cambia dunque in questo Ohdio (titolo che programmaticamente già presagisce un mix tra fastidio e resa)? Beh, quando l'opening Noia rivendica urlando quasi sin da subito il proprio "diritto a compartarsi da primate", sembra darci un indizio. Siamo davanti a un lavoro molto più viscerale e stizzito, a tratti quasi rumorista e con più addentellati col post-hardcore rispetto all'esordio. In limine è bene intendere quanto il filo del discorso sia per più versi normativo: il dito viene puntato contro l'oppressione della routine o il risentimento verso la società ritualizzata, tutti concetti che sembrano seguire attentamente le regole del gioco e che puoi trovare nella scena hardcore sin dagli anni '80. Però ecco, la veemenza delle chitarre che introducono Zero Catene è talmente credibile che per qualche secondo puoi immaginarti lo slam dancing sotto il palco di una band tipo gli Hüsker Dü. Del resto la patina è quella polverosa e selvatica da concerto nel sottoscala, volutamente revivalistica (senza neanche risultare nostalgica a dire il vero); si ascoltino i bassi e le schitarrate catartiche di Unicellulare. Su tutto incombe tuttavia una continua tentazione ad aperture fortemente melodiche che riportano il disco in una dimensione molto italiana, quasi a voler cercare un compromesso con la tradizione tricolore.

Si potrebbe riassumere così: un ritorno all'essenziale, o meglio, ai tempi in cui era sdoganato esprimere sè stessi in musica in maniera più istintiva, 'primitiva', senza la paura di mettere in mostra i propri aspetti più 'di pancia'. Abbattere il Padrone, ristabilire la catena alimentare. Innovativo? Bhe, alla fine si è semplicemente chiuso un vecchio album di foto per prenderne un altro stipato in un mobile di casa, stavolta forse anche più datato. Originale? Non del tutto, anche se bisogna sottolineare come poche produzioni suonano così oneste. Credibile? Sì ecco, probabilmente è questo il suo punto di forza.