25 anni di Verdena e il mondo è ancora Solo un Grande Sasso
Alla fine della corsa, le 40mila copie vendute di Verdena Capitolo I si rivelarono un fiammifero acceso in un pagliaio: catapultarsi in un battito di ciglia dai piccoli locali della provincia al glamour di Mtv (dove, quantomeno agli inizi, dimostravano di trovarsi pesantemente a disagio), rappresentava una grande opportunità per il loro secondo disco, ma anche un enorme pericolo. Ripetere la formula pop-grunge dell'esordio che fece pogare una generazione come i ragazzi nel video di Smells Like Teen Spirits col rischio di risultare stucchevoli e con l'etichetta ancora pendente di figliocci italiani dei Nirvana, o sterzare repentinamente e cambiare rotta? Il fatto è che la loro vera fonte di ispirazione non veniva da Seattle, ma dalle foreste norvegesi: i Motorpsycho, visti dal vivo dai Ferrari nel 1998 al Binazio Zero di Milano. L'influenza si percepiva più dal vivo che dallo stereo, dove la mano del primo produttore, Giorgio Canali, si sentiva nitidamente. In pochi, forse, avevano ancora colto la loro vena psichedelica in quell'incipit di millennio e, quasi a voler fugare ogni dubbio, Alberto sfoggiava al Tora! Tora! di Padova una cover del trio di Trondheim, The One Who Went Away. Cambiare rotta quindi. Scelta coraggiosa anche perchè precoce: Valvonauta, col suo riff corganiano era in heavy rotation da almeno un anno, ma la ricezione live conosceva fortune alterne: se il 16 luglio 2000 salivano come headliner sul palco del Sonicafestival in un paesino catanese (ad aprirgli c'erano nientemeno che i Coldplay, freschi di Parachutes!), all'Indipendent Days Festival di Bologna erano in pochi a sentirli nel parterre, mentre la massa ne approfittava per visitarsi un po’ di Festa dell’Unità.

Cambiare rotta significa reinventarsi dalle basi. Così alla regia più "punk", — almeno a detta della band—, di Canali (mai particolarmente apprezzata, com'è noto, dal trio) subentra il più "mediatore" Manuel Agnelli ("i ragazzi avevano le idee chiare su cosa fare, è stato molto facile lavorare per loro") alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani a Milano. Quello della band non è mai stato un rapporto facile con i produttori. Difatti, il 2001 segnò la fine di un'era (si fa per dire), almeno per gli allora 23enni Verdena. Diceva Alberto:
"è stata l'ultima volta in cui abbiamo lavorato con un produttore, da quel momento tutto è passato attraverso l'Henhouse (ndr. lo studio-pollaio) e la nostra supervisione. Direi che la vera carriera dei Verdena comincia proprio nel 2004, con il successivo Suicidio dei Samurai"
Spariscono i ritornelli a presa rapida; i riff di Viba e Pixel diventano meno melodici e si trasformano nei giri sghembi di Starless e Centrifuga; le trame sonore si infittiscono in jam psichedeliche, giocando coi saliscendi tra rock duro e atmosferee più eteree sullo stampo di Vortex Surfer. Un contrasto ribadito nella copertina del disco, dove alla "durezza" del titolo (una citazione apparentemente casuale dalla Sottile Linea Rossa di Malick) fa da contraltare la mollezza delle meduse. I testi invece restano un po' la croce e delizia costante della band, elemento quasi complementare e volutamente imperscrutrabile (si dice che Agnelli fece pressione su Alberto persino per ricordarsi di scriverli). Questo album non fa eccezione e anzi, a dirla tutta, nelle scalette dei live dell'ultimo decennio di attività del trio (quello precedente a Volevo Magia, per intenderci) ha sempre fatto abbastanza rumore l'assenza di tutta la setlist del Grande Sasso, ad eccezione di qualche saltuaria esecuzione di Starless. Alberto non ha mai fatto mistero del suo imbarazzo per le liriche, quasi dei cut-up alla Borroughs, e il suo approccio vocale in questo lavoro (Spaceman in particolare).
Allo stesso modo, i Ferrari non hanno mai nascosto la loro totale devozione beatlesiana e forse mai come in questo capitolo si trova una concentrazione tale di citazioni ai Fab Four: Nel Mio Letto è un omaggio a John Lennon, con un assolo di chitarra registrato al contrario (classica seduzione beatlesiana intorno al ‘66); il titolo Cara Prudenza fa il verso al celebre brano del '68; e in quei mesi il trio si esibiva anche dal vivo in cover come Baby's in Black. La formazione si arricchiva poi del suono ovattato del piano rhodes e, sempre su ispirazione beatlesiana, di un mellotron (nel disco sono suonati da Alberto, ma successivamente avrebbero integrato come turnista Diego Maggi) per arricchire ulteriormente la palette sonora di sapori vintage. L’album è in un certo senso figlio della tournée del disco precedente: la band terminava i live facendo jam da 20-30 minuti, in totale libertà. Un esperimento, a detta del trio stesso, ma anche la manifestazione di uno spirito, a tratti audace e a tratti irrequieto, che da lì in poi non li avrebbe mai abbandonati, portandoli a cambiar pelle album dopo album. Metamorfosi non programmate probabilmente: i Verdena navigavano a vista, stando almeno alle loro dichiarazioni, in cui la ricerca della verità rappresenta sempre uno sforzo di conciliazione del "serio" di Roberta ("non abbiamo idea di che piega prenderà il successivo lavoro, non facciamo progetti su lungo raggio") e del "faceto" di Alberto ("Cosa avresti fatto se non fossi diventato musicista? il tossico").

Solo un Grande Sasso raggiunse la sesta posizione nelle classifiche degli album italiani, col beneplacito dello stesso Agnelli che così si esprimeva poco prima dell'uscita del disco:
"Il primo disco non mi faceva impazzire, sinceramente. Il fatto è che loro suonino veramente bene, molto molto meglio della gran parte dei gruppi italiani che ho sentito, e non solo italiani. Poi smentisco la voce che dice che non sanno suonare. In realtà ho sentito il materiale nuovo, che è molto molto più maturo, molto più interessante del disco precedente"
I Verdena avrebbero poi "asciugato" le lunghe composizioni di questo disco nel formato più solido del Suicidio dei Samurai, forse vera "svolta" della loro carriera, ben consapevoli che il Grande Sasso non era altro che uno step nella crescita ("non lo ripeterei mai, è stata una crescita, un po' come vedere delle vecchie fotografie, le guardi e ti rendi conto di quanto sei cresciuto"). Tuttavia è qui che si manifesta per la prima volta la libertà e il coraggio del trio, indipendente in senso lato, incontenibile dentro logiche di mercato e schemi di produzione (un po' sulla falsariga degli stessi Motorpsycho, che via via si sarebbero impelagati in opere sempre più megalomani). Il pubblico del tempo approvò la svolta, come confermò lo stesso Alberto:
"Abbiamo scoperto che il nostro pubblico è decisamente diventato più adulto e devo dire che questo non è niente male, cioè non so, forse sono diventati solo più intelligenti"