Weekend Martyr – Cruel House

Weekend Martyr – Cruel House

Immagina una gaussiana: da un lato The Weekend, inteso come artista simbolo dell'establishment; dall'altro i The Vampire Weekend, con quell'indie un po' performativo da upper class universitaria. Al centro (o forse un po' defilati, a seconda dei punti di vista) i nostri Martiri del fine settimana, un trio livornese al secondo full length (ndr. al predecessore del 2024, Gastrin, è seguito l’EP Young Elvis Lover Known For Being Out of Control, 2025). Diverse prospettive di weekend: questo è stato registrato e lavorato interamente presso il Magico Studio di Marco Fasolo, ed è un po' equidistante tanto da quello che, ovviamente, il mainstream propina solitamente negli algoritmi, tanto da quello che molta comfort zone odierna tenta di patinare con l'etichetta di 'alternative': un western psichedelico che recupera il weird folk di Tom Waits e lo filtra attraverso le reminiscenze neilyoungiane del primo Ty Segall periodo Goodbye Bread. Non che se ne senta, appunto, molto di questo psych folk a tinte cupe di recente sulle nostre coste.

Gli arrangiamenti trasudano, tra le schitarrate folk dell'acustica (incessanti sin dalla title track) e l'atmosfera sulfurea, inclinazioni blues da mezza pinta di scotch e quel sapore un po' mefistofelico del post punk. Viene privilegiata l’essenzialità e la ripetizione, praticamente in pieno stile macclesfildiano, con sezioni ritmiche che si mantengono sul minimale, per non dire tribale. Il quid del disco, tuttavia, è senz'altro il riuscire a rimescolare tutti i propri riferimenti che, per quanto evidenti, riescono nell'impresa di non sembrare troppo didascalici (l’attitudine lisergica e ossessiva di Brian Jonestown Massacre, il country gotico dei Gun Club, la tensione emotiva di Nick Cave), creando una formula credibile e discretamente personale. In tutto ciò di certo Cruel House non flirta con l’orecchiabilità immediata, ma rischia di contraltare anche di scivolare in una pericolosa tensione monocorde, senza reali cambi di passo. Se No Sun offre il primo spiraglio dinamico con un ritornello che è una via di mezzo tra Jumpin’ Jack Flash e Ron Gallo, e Drown Sun esplode in riverberi sporchi, Scissors col suo banjo, il garage '60s di Liver e il mantra tribale di chiusura di Look Up (ben 7 minuti!) riportano sulle derive psichedelica che rappresentano il leitmotiv compositivo un po' stazionario della setlist.

Cruel House rientra così a pieno titolo fra i lavori dal e genuinamente per l'underground. Non è immediato, non offre gratificazioni facili e non cede neanche alla facile spettacolarizzazione. Diciamolo pure chiaramente: in Italia, un disco così fatica per statuto a trovare spazio commerciale, restando congeniale a sottoscala afosi e contesti live sudati. Se da un lato manca forse un apice, una traccia che si imponga nettamente sulle altre, dall'altro Cruel House rimane coerente alla sua oscurità, a tratti monolitica, e questa compattezza è insieme la sua cifra e il suo tallone d’Achille. Non chiede comprensione, quanto di essere attraversato fino in fondo. In quanti avranno la pazienza di farlo, resta un quesito nodale non solo sul fronte-musica.