Archeologia del perturbante: i collage visionari di Pasquale De Sensi

Archeologia del perturbante: i collage visionari di Pasquale De Sensi

Il collage di Pasquale De Sensi non è mai un semplice esercizio di assemblaggio, ma un evento di collisione: immagini dimenticate, icone popolari, frammenti di propaganda, anatomie, santi, attrici hollywoodiane e figure mostruose convivono dentro scenari sospesi, in cui il Perturbante freudiano acquisisce un fascino ambiguo grazie a dosi di ironia e seduzione visiva. Nato nel 1983, De Sensi costruisce da anni una ricerca personale che unisce surrealismo, cultura pop, immaginario cinematografico e musica, trasformando il gesto del ritaglio in una forma di archeologia emotiva e mentale. Le sue opere sembrano resuscitare da qualche polveroso archivio dimenticato, salvo poi perdere del tutto il significato originario e aprirsi poi a nuove possibilità, evocando qualcosa che non si lascia spiegare completamente. Da sempre vicino alla musica indipendente (basti pensare alle collaborazioni con Gomma, Julie’s Haircut o Si! Boom! Voilà!) abbiamo parlato con l'artista del collage analogico nell’epoca delle immagini digitali infinite, di surrealismo contemporaneo, di memoria, social network, musica noise, cinema e processi creativi. Qui il nostro scambio:


"Poeta", 2014

Nei tuoi collage sembra esserci sempre un momento di collisione tra immagini molto riconoscibili e qualcosa di perturbante. Come capisci quando un accostamento “funziona” davvero?

Collisione è una parola molto puntuale per descrivere quello che succede sul piano compositivo durante il lavoro. Di solito parto da una idea centrale, o da una semplice impressione, intorno alla quale si concentrano altri elementi, che entrano appunto in collisione fra loro. La scelta degli accostamenti ha sempre un elemento di casualità. Nel senso che c'è sempre un momento in cui il mio controllo sulla combinazione dei frammenti viene meno. Questi momenti di "assenza autoriale", di imprevedibilità, sono quelli che rendono l'immagine finale davvero viva. Solitamente quando il quadro è finito mi trovo nella posizione di primo spettatore più che in quella di autore. Il tentativo di sospendere l'ego è quello che mi interessa di più di tutto il processo creativo.

Tendenzialmente lavori più per intuizione o per equilibrio formale?

Le due cose sono complementari e si intrecciano nella costruzione dell'opera su vari livelli. Spesso l'intuizione è il punto di partenza, mentre l'equilibrio formale serve a dare coerenza al risultato finale, ma non sempre il processo è così lineare. Bisogna immaginare il piano di lavoro come un campo magnetico su cui i frammenti si attraggono e respingono in base a fattori casuali in maniera quasi ludica, e di volta in volta si concretizzano infine in figure che prendono via via una forma composita dal punto di vista formale. Lavorare seguendo soltanto una idea iniziale, senza dare spazio all'imprevisto e all'aleatorio, di solito porta alla nascita di immagini "morte".
"Il Giardino delle Delizie"

Molte delle immagini che utilizzi sembrano appartenere a un passato indefinito. Ti interessa l’effetto nostalgico oppure cerchi qualcosa di più ambiguo?

E' vero, mi piacciono molto i ritratti di vecchie attrici dimenticate di Hollywood, le foto segnaletiche dei terroristi, i manifesti di propaganda dei regimi totalitari, le icone religiose dei santi, gli dei mostruosi dell'induismo, yokai e yurei della tradizione giapponese, le locandine di maghi o spettacoli circensi di inizio 900, cartoline fuori moda, tavole anatomiche, atlanti scientifici, diagrammi... Non uso questo materiale tanto per evocare nostalgia, quanto per dare una parvenza di oblio, di impersistenza della memoria, di un passato ormai irriconoscibile. È un tema che mi interessa molto, quello delle confabulazioni che creiamo quando pensiamo al passato e ai fantasmi che lo abitano. Le immagini antiche erano a loro tempo portatrici di significati che per noi sono molto più labili, vaghi, sbiaditi dalla pioggia del tempo. Questo crea una specie di sospensione, simile alla nostalgia ma più impersonale, universale. Le immagini con una qualità datata (colori sbiaditi, grana, luce imperfetta) hanno questa capacità di fare percepire il tempo senza definirlo con precisione. Mi suggeriscono un tipo di ambiguità capace di evocare qualcosa di reale ma al tempo stesso di non chiudere il loro significato con precisione.

Nell’epoca delle immagini digitali infinite, il collage analogico conserva secondo te una forma di resistenza?

Sì, credo che il collage analogico conservi una forma di resistenza, soprattutto perché introduce attrito e presenza materiale in un flusso visivo che oggi è quasi del tutto immateriale e immediato. Nel digitale ogni cosa può essere modificata all’infinito: le immagini scorrono, scrollano, si duplicano, si moltiplicano, spariscono senza lasciare traccia fisica. Nel collage analogico invece ogni scelta è irreversibile. Tagliare una fotografia, sovrapporre carte, lasciare un bordo storto o una traccia di colla significa accettare l’errore, il tempo e la materia. Questo cambia anche il nostro modo di guardare. Non penso però che la sua forza stia in una contrapposizione dell'artigianale contro il tecnologico. La resistenza, per me, è più percettiva che ideologica: il collage analogico rallenta il processo e interrompe l’automatismo con cui si consumano le immagini. Costringe così a selezionarle, manipolarle fisicamente, perdere tempo. E quel tempo resta dentro il lavoro. Quindi il mio non è un rifiuto assoluto. Il digitale interviene spesso ai margini del mio lavoro, ad esempio per regolare un chiaroscuro, per aumentare o diminuire la grana di una texture, per modificare un colore o ripulire un dettaglio. In questo senso, in maniera accessoria, può essere uno strumento utile.
"Miranda a Settembre", 2023

Pensi che il surrealismo oggi sia ancora un linguaggio fertile oppure una grammatica ormai assimilata dalla cultura pop?

Sul piano più elementare dello stile è stato assorbito e metabolizzato dalla cultura pop. Questo non è per forza un danno. Dalla cultura pop e dalle sue derive (kitsch, camp, street art...) per esempio ha acquisito un uso più coraggioso del colore, ma anche elementi stranianti propri dell'immaginario contemporaneo. A parte la questione dello stile e del cromatismo, io condivido la posizione di Jan Svankmajer, regista che adoro e lui stesso collagista, secondo cui il surrealismo non è stato un momento concluso della storia delle avanguardie di inizio '900, né tantomeno una tecnica, quanto una filosofia, un modo di vedere le cose, un approccio profondo alle dinamiche che producono la nostra esperienza del reale. In questo senso non può "passare di moda" come se fosse un semplice prodotto della storia dell'arte.

Hai parlato spesso della musica come fonte primaria di suggestione (del resto sono ben noti i tuoi artworks per Gomma, Julie’s Haircut o Si! Boom! Voilà!): esistono album o suoni che senti particolarmente vicini ai tuoi ultimi lavori?

La musica è una fonte primaria di suggestione, non solo dal punto di vista creativo ma anche da quello procedurale. Per abitudine mi trovo spesso a riferire il mio lavoro alle dinamiche della scena musicale, per cui, ad esempio, espongo sempre qualche opera "vecchia" nelle mie mostre perché quando vedo un concerto mi piace che vengano eseguiti anche pezzi da album precedenti. È un po' strano anche per me. Il fatto è che non ho mai saputo suonare nessuno strumento, quindi, sin dai tempi del liceo compensavo questa mia mancanza studiando le copertine e i libretti degli album, tanto quanto studiavo la storia dell'arte. Riguardo alla vicinanza con i miei lavori mi piacciono molto le band che riescono a fondere l'abilità tecnica senza presunzione e anzi nascondendola in una specie di dissacrante ironia sperimentale. Penso ad esempio ai Mothers Of Invention, Captain Beefheart, Melvins, ai Butthole Surfers, ai Ruins o ai Midori. Mi piace anche il misto di rabbia, ironia e lamento che veniva fuori da band come Nirvana o Neutral Milk Hotel. Nella musica cerco sonorità strane, che mi sappiano stupire, per cui adoro l'outsider music, il noise (da Stravinsky e Russolo fino al Japanoise attuale), le colonne sonore di vecchi film. La band italiana con cui mi piacerebbe collaborare di più in assoluto sono i Jennifer Gentle.
"Stazione XI - Crocifissione", 2024

E da un punto di vista cinematografico? C’è un regista con cui percepisci una parentela immaginativa?

Non saprei dire un unico regista. Guardo molti film. Non ho gusti particolarmente definiti. Mi piace in generale l'esperienza di sospendere per due ore la propria vita ed entrare in una narrazione nuova. Sicuramente mi piacciono i contrasti di senso; per esempio la combinazione di elementi inquietanti e colori vividi, saturi e vivaci (penso a Suspiria, Midsommar, Hausu, The Holy Mountain, The Wizard Of Oz...) Ci sono anche molti titoli in bianco e nero che non smettono di affascinarmi (Freaks, Night Of The Hunter, Harvey). Fra i registi preferiti al momento citerei David Lynch, Quentin Dupieux e Bruno Dumont.

Oggi molte immagini surrealiste vengono consumate rapidamente online. Come si difende un’immagine dal rischio di diventare puro effetto estetico? Che rapporto hai con Instagram e con la diffusione immediata delle immagini?

Con Instagram ho un rapporto pessimo. Non ho un profilo professionale. Carico foto di viaggi o dischi o fatti miei insieme a opere e mostre. E in ogni caso ricevo pochissimi cuoricini per lo più da gente che non conosco. In qualche modo i social rappresentano in maniera sintomatica la nostra società, nel bene e nel male. Quello che prevale, come sempre è stato, è il male, la parte viziata, egotica e gregaria delle persone. Quello che chiamiamo bene, la parte costruttiva, è sempre un atto di opposizione verso la natura umana. Quello che chiamiamo bene richiede sforzo e coraggio dell'autonomia di pensiero. È il momento dell'analisi e della critica. Sui social prevalgono le cattive tendenze perché sono più facili da esprimere. Soprattutto in uno spazio apparentemente privato. In fondo è successo con la radio, con la TV e adesso sta succedendo con internet. Mezzi di comunicazione con un potenziale altamente evolutivo che sono finiti a servire il gusto naturale dell'intrattenimento facile o della propaganda come identità per procura o del sentimentalismo più stucchevole. Credo che i social funzionino perchè rassicurano questo bisogno di convalidazione, di conformismo, di apparente “amicizia” o “contatto” mentre in realtà siamo sempre più soli.

Per concludere, su cosa stai lavorando in questo momento che senti particolarmente vicino alla tua sensibilità attuale?

Ho da poco inaugurato una mostra personale che sarà visitabile fino al 26 Giugno nella Galleria Mondoromulo a Castelvenere, quindi per ora ci stiamo dedicando alla promozione. Dopo una mostra segue sempre un senso di svuotamento; tutte le opere su cui si era lavorato negli anni precedenti lasciano lo studio e bisogna in qualche modo ricominciare da capo. Per fortuna non ho tanti lavori su commissione per l'estate, quindi mi dedicherò a riprendere quelle idee che avevo appuntato e rimandato per impegni più urgenti. Per il resto voglio passare più tempo con mia figlia e fare un puzzle mille pezzi con San Giorgio e il drago di Paolo Uccello.