Le visioni sospese di Graziano Panfili

Le visioni sospese di Graziano Panfili

Graziano Panfili attraversa la fotografia come si attraversa un territorio a metà strada tra memoria, cinema e realtà. Nato a Frosinone nel 1971 e formatosi presso la Scuola Permanente di Fotografia Graffiti di Roma, Panfili ha sviluppato nel tempo uno sguardo capace di coniugare documentazione e tensione narrativa. Muovendosi tra reportage sociale, street photography e costruzione cinematografica dell’immagine, la sua tecnica sfrutta il fascino delle luci striscianti come elemento emotivo-psicologico per raccontare qualcosa costantemente sul punto di accadere o che è appena svanito. Profondamente influenzato dal disegno, dalla letteratura americana e dal cinema d’autore, la sua opera è stata più volte pubblicata su quotidiani, libri e copertine editoriali, oltre ad esser stata premiata in importanti rassegne internazionali. Abbiamo il piacere di introdurvi sulle nostre pagine alla sua ricerca visiva attraverso le stesse parole dell'autore, qui intervistato:


Nei tuoi lavori c’è spesso una tensione tra realtà documentaria e costruzione cinematografica. Quando inizi un progetto, pensi prima all’immagine o all’atmosfera emotiva che vuoi evocare?

Nei miei lavori parto sempre da una progettazione precisa, distinguendo i linguaggi in base al progetto. Quando realizzo un reportage adotto un approccio legato alla realtà, a ciò che vedo, ma sempre filtrato dal mio sguardo personale, molto attento a ciò che osservo e documento. Nei progetti più cinematografici, invece, utilizzo la luce per costruire atmosfere visive e psicologiche.

Le tue fotografie sembrano spesso sospese in un tempo indefinito, ma hanno una forte componente narrativa, quasi da “frame” cinematografico. Che significato attribuisci a queste zone irrisolte lasciate allo spettatore?

La domanda coglie perfettamente ciò che cerco di trasmettere: una sensazione di sospensione. Chi guarda deve avere il dubbio che qualcosa stia per accadere dentro l’immagine. Amo questa tensione, perché mi riporta sempre al cinema. Nel cinema hai il tempo di costruire un racconto; nella fotografia, invece, devi riuscire a trasmettere quella stessa tensione in un unico scatto.

Hai detto di provenire dal disegno e dall’illustrazione: senti che il tuo modo di “costruire” l’immagine sia ancora legato a una mentalità da illustratore?

Assolutamente sì. Ho disegnato fumetti e illustrazioni fino ai trent’anni, poi ho lasciato tutto per studiare fotogiornalismo. Però quel background è rimasto profondamente nel mio modo di lavorare: nella composizione, nelle inquadrature, nelle atmosfere e soprattutto nell’immaginazione.

Se dovessi descrivere il tuo lavoro attraverso un genere cinematografico, quale sarebbe?

Bella domanda. Più che con un genere preciso, ti risponderei con alcuni autori che per me sono fondamentali: Tarantino, Kubrick, i fratelli Coen, Sorrentino, Lynch, Nolan, Spielberg. A questo si aggiunge tutta la letteratura americana che amo: Stephen King, Ray Bradbury, Kerouac, David Foster Wallace, Bukowski e molti altri.

Un ruolo centrale è attribuito, almeno per quello che si percepisce dai tuoi scatti, alla direzione dello sguardo. Che interpretazione dai ai fuori campo delle tue immagini?

Il fuori campo, per me, è sia il vuoto che il pieno emotivo ed estetico di uno scatto. Senza il fuori campo sarebbe impossibile costruire davvero un’immagine. Cerco sempre il giusto equilibrio tra ciò che mostro e ciò che lascio intuire, perché è lì che nasce gran parte della tensione narrativa.

Un altro ruolo determinante lo ha la luce, che non solo illumina, ma sembra “scrivere” psicologicamente la scena. Come capisci quando una luce è giusta per una storia?

È soprattutto una sensazione. Capisco che una luce è giusta quando tutto entra in equilibrio: l’atmosfera, le emozioni, la scena. La luce deve accompagnare la storia e creare un’armonia visiva capace di far percepire qualcosa anche a livello psicologico.

Hai lavorato molto per copertine editoriali (noi personalmente ti abbiamo conosciuto restando mesmerizzati davanti alle edizioni Mondadori per i libri di Ray Bradbury). Cosa rende, a tuo avviso, una fotografia “adatta” a diventare la porta d’ingresso di un romanzo?

La fotografia giusta per una copertina è quella che riesce a racchiudere una storia in un solo frame. Deve lasciare qualcosa in sospeso, incuriosire, invitare il lettore a entrare nel racconto senza però svelare troppo.

In conclusione, oggi cosa cerchi ancora nella fotografia che non hai trovato altrove?

Cerco sempre un modo nuovo di guardare le cose. È questo che continuo a inseguire nella fotografia: la possibilità di scoprire prospettive inattese e di scattarle sempre come se fosse la mia prima volta.