M83: «Quella con l’IA è una battaglia persa, ma la musica vera continuerà a lottare»

M83: «Quella con l’IA è una battaglia persa, ma la musica vera continuerà a lottare»
🇬🇧 View the English version

È trascorso oltre un quarto di secolo dalla formazione degli M83, ma Anthony Gonzalez sembra non volerne sapere di cambiare le carte in tavola e smettere di trovare nuove soluzioni per sottrarsi alle logiche di mercato. Torna adesso a firmare un nuovo capitolo, I Wrote You A Letter, un capitolo etereo e dal sapore più intimista. Lontano dai ritmi di classifica che ne hanno segnato la stagione d'oro, l'artista francese ritorna un po' alle origini e ai paesaggi sonori, tra coltri di shoegaze e lunghi interludi ambient, divagazioni pianistiche e suggestioni cinematiche (forse sulla scorta anche delle sue recenti esperienze per il grande schermo). È un lavoro volutamente pensato come forma di fuga personale ed emotiva in un presente quanto mai turbolento. Abbiamo incontrato Gonzalez per farci raccontare la genesi di quest'opera e per discutere su alcune questioni dell'ecosistema musicale odierno. Qui di seguito l'intervista:


Nel disco torni a collaborare con Benoît de Villeneuve e rispolveri persino campionamenti storici, come le voci robotiche di Birds. Come mai questa apertura di vecchi cassetti?

Non so. Era semplicemente una specie di Easter Egg per i fan. Io e Benoît avevamo lavorato insieme a quel disco, Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts. Lui ne è stato una parte importante, perché ha prodotto alcuni dei brani, Run into Flowers, ad esempio, e penso che sia uno dei suoi album preferiti degli M83. All’inizio volevamo creare quel tipo di atmosfera, con lo spoken word che accompagnava l’intro del brano. Poi mi è venuta l’idea di inserire esattamente le stesse parole, la stessa identica traccia che avevo realizzato e che era finita su un vecchio hard disk. Ma è semplicemente una cosa del tipo: "vent’anni dopo". Un Easter Egg, appunto. Però per noi è stato molto interessante ripetere la stessa frase, dal momento che la società è persino più oscura di un ventennio fa e ci è sembrato molto attuale avere questa voce robotica che pronuncia le stesse parole e arriva alla stessa conclusione, ossia che dobbiamo guardare in alto e continuare a sognare, perché il mondo ora è così buio e cupo.

L’album si intitola I Wrote You a Letter, ma a chi si riferisce quel «tu» del titolo?

Dipende dalla tua immaginazione. Può essere una lettera, oppure qualsiasi altra cosa. È proprio questo che mi piace dell'album: il fatto che questa lettera possa consistere anche solo in poche parole. Potrebbe essere una lettera d'amore di tre pagine, una lettera d'addio, o persino una lettera che semplicemente ha un forte impatto sul mio modo di vedere il mondo. Può essere qualunque cosa. Ancora una volta, l'idea di lasciare che gli ascoltatori usino la propria immaginazione durante l'ascolto dell'album era molto importante per me. Volevo fare un disco con pochissimi testi, qualcosa di aperto all'immaginazione di chi lo ascolta.

Il disco è molto strumentale, a tratti quasi etereo e privo di veri e propri beat. Avevi intenzione fin dall’inizio di realizzare un album così anti-strutturale, oppure il materiale ha preso forma spontaneamente, da solo?

Sì, era proprio quello che volevo, e Benoît era d'accordo. Il punto è che avevamo voglia di fare qualcosa di completamente diverso, specialmente dopo Fantasy, che abbiamo pubblicato tre anni fa ed era molto pop, con un importante lavoro di produzione dietro e tantissime tracce vocali: un disco davvero eclettico. Per noi aveva senso, ma molte persone si sono perse nel labirinto di quel disco. Volevamo qualcosa che suonasse in modo del tutto differente, come se venisse da un'altra band, lontano dagli standard pop su cui di solito facciamo affidamento. E come artista, per me è importante cercare di sperimentare cose diverse, perché la formula della canzone pop è stata usata milioni di volte. È davvero difficile accontentare tutti al decimo album, abbiamo esplorato così tanto negli ultimi 25 anni. C'è chi si aspetta lo shoegaze elettronico, chi vuole il pop di Junk o Saturdays=Youth e, ovviamente, chi sta ancora aspettando un altro Hurry Up, We’re Dreaming! Mi sono ingabbiato da solo nel cercare di esplorare in ogni disco. Ora ho solo bisogno di ascoltare la mia voce, altrimenti finisco per perdermi, pormi continuamente dubbi e non creare più nulla

In effetti qui ci sono brani come Opera o Siren ci hanno ricordato le litanie dei Sigur Rós. In questo senso quali nuovi ascolti hanno ampliato, direttamente o indirettamente, la tua tavolozza sonora per questo lavoro?

Direi molti dischi ambient degli His Name Is Alive, una vecchia band degli anni ’80 e ’90. Sono davvero ossessionato dai loro lavori ambient. Ma c’è un artista italiano che adoro, László de Simone. Adoro il suo ultimo album, soprattutto il modo in cui lo ha costruito, con le canzoni e poi dei piccoli interludi tra un brano e l’altro, come degli archi, ma con tracce molto eteree e ambient intrecciate tra di loro, quasi come se raccontasse una storia. È un album davvero bellissimo. Adoro davvero quell’artista. Nell'ultimo anno ho riscoperto la band Lovesliescrushing, un album brillante intitolato Lux Aeterna dell'artista francese William Sheller, e artisti giapponesi come Susumu Yokota, Himiko Kikuchi, Masayoshi Takanaka

In un’intervista ti sei espresso contro le logiche algoritmiche di oggi e contro l’IA generativa, considerandole cancri della società. Come pensi che possiamo combattere questo trend e in quale direzione pensi che si evolverà nel prossimo futuro, almeno nel mondo della musica?

È complesso, perché non so nemmeno come venga fatto tutto questo o come siano strutturate le piattaforme musicali per decidere se dare visibilità a un artista piuttosto che a un altro. C'è troppa musica. Venerdì, quando ho pubblicato l'album, ho scoperto che è stato tipo il giorno più importante nella storia della musica per numero complessivo di uscite in una sola giornata. È piuttosto spaventoso, specialmente quando metti l'IA nel quadro complessivo. Detto ciò, non credo ci sia una soluzione, perché gli strumenti IA sono ormai tra di noi e temo sia già troppo tardi. Mi piacerebbe combatterla, ma sembra una battaglia persa, perché ci sarà sempre qualcuno che userà i mezzi che ci sono stati messi a disposizione. È davvero tragico. Il modo in cui eravamo abituati a conoscere e ascoltare la musica è morto; dobbiamo adattarci a nuovi approcci. Allo stesso tempo, però, penso che ci sia una nicchia di persone molto consapevole di questo e contraria all'IA. Sarà pure una piccola comunità, ma continuerà a lottare fino alla fine per gli album veri e per le emozioni umane. È importante mantenere vivo questo spirito, perché la stessa cosa vale per il cinema e per i libri. Ho sentito di uno scrittore canadese accusato di aver usato l'IA, ma non sappiamo nemmeno se sia vero o no. Ci sarà sempre questo sospetto attorno agli album o ai libri. È qui che sta la tragedia, perché ora che lo strumento esiste, chiunque può introdurre l'IA nella propria arte. È terrificante: d'ora in avanti, qualsiasi cosa venga apprezzata sarà accompagnata dalla domanda: "Ok, ma è stato fatto da un essere umano o dall'IA?". Viviamo in un'epoca in cui domina la cultura dell'affanno e della corsa al successo. La gente farebbe di tutto per schiacciarsi a vicenda, quello che le persone sono capaci di fare per dei like e dei followers è disgustoso. E l'IA generativa rispecchia totalmente questa mentalità. Vogliamo davvero che poche aziende orientate al profitto progettino il futuro per noi? Questa non è quella che io chiamo una società libera, lo chiamo totalitarismo. La musica più complessa, toccante ed emozionante è stata scritta secoli fa, e ora nel 2026 il CEO di Suno viene a dirci che studiare musica non è più divertente, che richiede troppo sforzo. Beh, sì, pezzo di m****, è proprio quello il punto! E vaf****** per aver rubato tutta la musica mai creata solo per creare il tuo programma IA di merda che useranno solo i perdenti. Mi dispiace, ma non riesco più a sopportare questi miliardari del tech, stanno costruendo una società che non abbiamo scelto. Ci dicono cosa è bene e cosa è male, e tutto questo deve finire. Non solo per i nostri diritti umani, ma per il bene del nostro ambiente

Hai parlato spesso di «attitudine punk». Al di là del tuo lavoro, quali pensi siano gli artisti più punk, nello spirito e nell’approccio, che hai incontrato negli ultimi anni?

È difficile da dire, perché ascolto principalmente musica del passato e guardo vecchi film. Forse non riguarda solo la musica; dipende da cosa intendiamo per "punk". Per me, il punk è più una questione di approccio: quando ho iniziato nella mia cameretta, non sapevo nulla di musica e il mio unico punto di partenza erano le mie influenze musicali. Ascoltavo un sacco di dischi, ma non avevo mai studiato teoria musicale. Eppure sentivo che quando ascoltavo, per dire, il primo album di Beck, Mellow Gold, o band come i Grandaddy, mi rendevo conto che era tutto DIY, tutto molto grezzo e prodotto con un registratore a quattro tracce. Per me, questa è una cosa punk. Non devi per forza essere un prodigio per fare musica: devi solo avere la tua voce, pensare e condividere la tua visione. È questo che amo dell'arte. C'è posto per gli artisti autodidatti come me, che vogliono semplicemente creare un mondo attraverso la propria visione senza sapere nulla di musica. Ancora oggi non so cosa sto facendo; continuo a imparare ogni giorno. Ma la musica è probabilmente l'unica cosa che avrei potuto fare, perché mi permette davvero di essere me stesso e nessun altro

Cosa ti ha annoiato della musica contemporanea e cosa, invece, continua a spingerti a fare musica?

Odio l'Auto-Tune che, come sai, è ovunque nella musica francese. Provo odio ogni volta che sento quel suono. Non so perché la gente lo usi. Ciò che continua a spingermi a scrivere musica, d'altra parte, è semplicemente vedere che ci sono molti artisti che condividono la mia visione — che vogliono creare arte, fare grandi dischi e stampare vinili. Molti di noi sono arrabbiati con l'industria musicale a causa del lato legato ai social media del nostro lavoro. Questo mi fa sentire bene, perché so di non essere solo: ci sono così tanti artisti che si sono persi completamente in quell'idea di marketing secondo cui, per farcela, devi essere anche un influencer. È assolutamente straziante. So che là fuori ci sono tantissimi artisti che la pensano allo stesso modo e che sono frustrati da come consumiamo la musica. Eppure, è confortante non sentirsi soli in questa battaglia