Midrift - Silhouette

Midrift - Silhouette
6.2
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Da quando il revival shoegaze degli anni '10 ha deciso di svoltare a sinistra seguendo la freccia sull'indicazione 'grunge', quel versante della scena è diventato sempre più ad appannaggio della Gen Z, a tratti giustificando la ridicola nomenclatura 'zoomergaze' che gli è stata tributata da qualche cerchia su Reddit. La corrente si è codificata in clichè talmente precisi da rendere sterile qualsiasi aspettativa o curiosità di troppo: contrasti dinamici estremi (sapete, quelle parti in cui si passa improvvisamente da delicati arpeggi, quieti e sognanti, a strapiombi distorti); generale predominio delle batterie (ora non più relegate in qualche camera lontana nel mix come in Loveless); strumming che alternano lo-fi, vibrati alla Billy Corgan e distorsioni da headbanging; voci più lacrimose che sognanti che sputano teenage angst. Senza colpo ferire, il trio californiano dei Midrift creano un bignamino del genere: buon gusto, poca sorpresa.

A dirla tutta, il disco inizia con un arpeggio (Over Anything) che fa intuire subito il background musicale dei tre, e che più al gaze rimanda ai Sunny Day Real Estate di In Circle, salvo dettare subito i ritmi da nodding trasognato (o assuefatto) tanto tipici della scena. Stesso discorso per la title-track, un evidente debito verso i pionieri dei nostri tempi, i Title Fight. È nella parte centrale che si entra più nella dimensione Smashing Pumpkins: con le schitarrate distorte, distese e umorali, e le voci dreamy di Difference to; i ritmi più cavalcati di Not Far Gone e All I Said. In chiusura sembra ritornare sul più classico post-hc melodico dei Title Fight: Tell me Everything (forse la miglior traccia del disco), power ballad tra il rabbioso e il disilluso; Safe and Sound, quasi da pogo, ricorda un po' i Narrow Head. La chiusura è puro emo alla Citizen da urlare sguaiata.

Complessivamente Silhouette è il tipo di disco che ti aspetteresti aprendo una playlist grungegaze anni '20, un compendio di elementi stilistici che hanno stabilito l'emotività generazionale di questo scorcio di secolo. Tutto grammaticalmente corretto, tutto al posto giusto, tutto acchittato in una confezione che non può non incontrare il gusto della sua nicchia di riferimento al primo ascolto, ma che all'orecchio meno 'infognato' (passateci il termine) difficilmente potrà suonare non-serializzato. Questo trend ha già una lunga lista di capitoli, e dal pieno della wave stiamo lentamente entrando ormai nel 'basso-impero'. Forse è il momento di andare oltre.