Riconsiderare Wild Mood Swings dei The Cure
Non ci andarono giù leggere le testate musicali più accreditate dell'epoca quando 30 anni fa, il 6 maggio 1996, i The Cure rilasciarono il loro decimo album in studio, Wild Mood Swings. Nei mesi che anticiparono la scrittura del disco, del resto, la band era con ogni probabilità all'apice assoluto del suo successo commerciale, sull'onda del consenso di pubblico riscosso poco prima da Disintegration (1989) e poi soprattutto da Wish (1992). Ma nel frattempo nel mondo del costume stavano succedendo diverse cose: se da una parte l'acid house e la cultura Madchester (da cui la scena baggy, con i suoi pantaloni a zampa e il funk "bianco degli Happy Mondays e degli Inspiral Carpets) rappresentavano già a metà anni '90 dei fenomeni fugaci, a far la voce grossa dall'altra parte era la seconda ondata Brit di Oasis, Suede e Blur. Con atteggiamento forse un po' reazionario, Robert Smith non sembrava entusiasta di questa propagandata Second Summer of Love:
“Tutto quello che succede a Londra sembra terribilmente artificiale, credo che abbia più a che fare con la vendita di t-shirt che con la musica”
Questa chiusura gli tornò indietro come un boomerang, soprattutto quando il Melody Maker, nel recensire il disco, tentò di affondarli in questi termini:
"Wild Mood Swings è beatamente ignaro di una qualsiasi delle principali tendenze della musica di metà anni ’90, e suona proprio come ogni altro album dei Cure (...). Dovremmo essere grati di questo: l’ultima volta che i Cure hanno provato a inseguire le mode è stato con l’umiliante progetto di remix del 1991, Mixed Up. Come disse Frankie: “la fine è vicina”, e gran parte di questo LP si legge come un lungo discorso di addio. Per lo più, però, è un prevedibile album dei Cure. Di nuovo. Questo disco non ha assolutamente diritto di esistere nel 1996"

Malgrado una certa 'tendenziosità' di giudizio, l'idea di una 'fine vicina', di un canto del cigno, si rivela la sensazione più ricorrente nelle critiche dell'epoca. La percepì anche Anthony DeCurtis che, bocciando il disco su Rolling Stone, scrisse:
"la musica rimane la stessa: il cantante e chitarrista Robert Smith continua a cercare l’amore perfetto, si abbandona all’entusiasmo quando pensa di averlo trovato e crolla distrutto quando (inevitabilmente) resta deluso (...) A volte la linea di confine è sottile, ma Smith l’ha già percorsa in passato con risultati molto più soddisfacenti"
A dare una scorta alla tracklist, in effetti, Want si rivela la tipica opening (tra le migliori di sempre, se il sottoscritto deve spendere un gettone) atmosferica, dilatata, lo stesso climax di arpeggi melodrammatici con cui la band aprii già i predecessori (Open, Plainsong, The Kiss); Mint Car rappresentava nei fatti un sequel di quel pop euforico (allo stesso modo drammaticamente ingenuo) di Friday I'm Love; Numb cercava un ponte tra i classici orientaleggianti della loro produzione (If Only We Could Sleep Tonight) e gli orchestrali del britpop in ascesa. La voglia di cambiare, restando fedeli a sé stessi: forse è questo il segreto della band. In questo senso risultano illuminanti le uniche parole alzatesi in difesa del disco al tempo, quelle di NME:
"I Cure rimangono miracolosamente immuni dai devastanti effetti del tempo e della moda, ai fatti hanno scritto sempre lo stesso album sin dall’inizio. Il risultato finale è un disco che non riconoscerebbe lo Zeitgeist neanche se lo colpisse in faccia. Un disco che non ha alcun posto nel 1996. Un disco che anzi…proprio per questo invecchia meglio. Stesso tempo, stesso posto, stessa acconciatura nel 1999 quindi, giusto?"
Non che non ci fosse sperimentazione. Anzi, probabilmente fu proprio quella ad affossarne la ricezione: The 13th, con la sua bizzarra salsa lounge da mariachi fu il primo singolo dopo anni della band (la "cacofonica orchestra d'asilo diretta da Tom Waits mentre fa la Lambada", come scrissero). Oggi se ne ammira il divertimento nel tentativo, ma all'epoca era più che lecito chiedersi cosa c'entrasse con il brand-Cure. Club America prendeva da Bowie per ricreare la vita nottura dei locali americani; This is a Lie tentava la via blues autunnale di Nick Drake. Insomma, ce n'era per ogni, come d'altronde annunciava programmaticamente il titolo del disco: quei "selvaggi sbalzi d'umore" che dovevano annunciare una fitta trama di atmosfere e suggestioni. Da un lato, certo, la stampa ne indovinò la parabola: da allora in poi Smith e compagni non sarebbero mai più riusciti a bissare il successo commerciale dei loro anni migliori, ma la vena ispirazionale non si sarebbe spenta del tutto.

Insomma, per la prima volta da Three Imaginary Boys (1979), i Cure tornavano a essere la band sbagliata nel momento sbagliato: il rossetto sbavato, i capelli detonati a suon di miccette e la fragilità auto-lesionista non potevano essere il più lontani possibili dallo spirito prepotente e strafottente della middle class esaltata dai fratelli Gallagher. I Cure erano vecchi e di troppo. Wild Mood Swing rappresenta quindi forse davvero il canto del cigno in termini di vendite e popolarità della band, ma alla fine, se ci pensate, cosa c'è di più romantico di un'opera crepuscolare (sebbene lo scettro in questo senso spetti di diritto più compiutamente e per definizione al successore, Bloodflower) per degli artisti che hanno celebrato sin dall'inizio la prossimità della fine, il declino, la disintegrazione?