Cheyenne - The Bird in Borrowed Feathers

Cheyenne - The Bird in Borrowed Feathers
8.5

Lo scorso mese, aprendo la casella mail redazionale, mi imbattei in una copertina dalla tavolozza seducente. Quasi neo-pittorialista, sembra inquadrare un elegante giardino zen: i colori sono sovraesposti fino a saturare completamente la scena, la grana è volutamente retrò, quasi a simulare le pellicole di inizio '900. Mi immersi nella scaletta del disco lasciandomi letteralmente cullare dai suoi groove ipnagogici, per poi accantonarlo in un angolo della posta, decisamente più per miei demeriti che suoi. Il sottoscritto non è un cultore del jazz, ma tenevo a prestar voce a un testo musicale che mi aveva regalato una così gustosa mezz'oretta di appagamento sensuale (apprezzate quindi quantomeno lo sforzo). Iniziai a chiedermi a quel punto quale fosse la chiave di lettura migliore per un profano al mondo jazzistico come me, e così pensai di iniziare proprio dall'artwork. Perchè sì, in quella copertina c'è già tutta la sinossi di The Bird in Borrowed Feathers, prima uscita su formato esteso per questa band veneta chiamata Cheyenne, e tra le cui fila partecipa anche un componente dei C+C Maxigross (ndr. il flautista-sassofonista, Zeno Merlini). L'album ha un sapore âgée, quasi retrò; sa essere voluttuoso ed elegante, senza diventare sfacciatamente erotico; ricontestualizzabile tanto a una cena di gala quanto come soundtrack personale per una serata solitaria a base di vino e sigarette.

Il viaggio si apre con accordi di melletron a metà strada tra Moby e gli Air, per poi accompagnarci subito tra malinconici e vellutati arpeggi bossa e flauti esuberanti. Quando in Waiting Room entrano in gioco anche le funkeggianti note di rhodes alla Jamiroquai (ndr. l'ispirazione per me è lampante soprattutto in Polizeit) o synth in delay, realizzo come la band stia cercando di condurci in un limbo sottile e ambiguo: un immaginario musicale estremamente raffinato da cocktail bar, sì, ma anche una dimensione psichedelica e allucinatoria pericolosamente affascinante. Una riprova di ciò si può avere in Summertime: il bild up, che è sempre a fuoco lento e fondato sulla ripetizione di poche note su cui far affiorare poi tutta la restante sovrastruttura musicale, qui è affidato a delle acidissime note di un Farfisa anni '60. Il meglio delle composizioni lo raggiungono negli intermezzi space (Butterfly; Oasis), un po' meno, ad esempio nella tribale The Curse. Siamo in definitiva davanti a un disco di una sofisticatezza fuori scala, relagato suo malgrado quasi connaturatamente al consumo di una sceltissima nicchia, ma che alla fine ti fa anche dire: "bhe, ma chissene", l'importante è vibare. Il viaggio si chiude con Love me, goodbye (letteralmente 'amami, addio'). The Bird in Borrowed Feathers, sappi che ti ho amato particolarmente.