Siamo davvero il futuro che Ok Computer aveva previsto?

Siamo davvero il futuro che Ok Computer aveva previsto?

Negli ultimi tempi hanno fatto parlare molto di più per le loro controverse prese di posizione (e per il boicottaggio culturale che ne è seguito) rispetto alla propria musica, ma c'è stato un tempo (non lontano) in cui ai Radiohead venivano riconosciuti, quasi unanimemente e senza imbarazzi intellettuali di sorta, meriti quasi 'oracolari'. Perchè sì, quando nel luglio 1996 la band iniziò le sessioni di registrazioni di quel punto di non ritorno per il rock alternativo del nuovo millennio che fu Ok Computer, in pochi potevano verosimilmente esser coscienti dei tempi che oggi, esattamente 30 anni dopo, viviamo e che Thom Yorke già denunciava nel disco. Un'umanità alienata, totalmente dipendente dalle macchine (si legga, volendo, anche Intelligenza Artificiale), abbruttita e ridotta a ingranaggio di sistemi impersonali all'interno di una routine rigidamente programmata. È come se la band avesse intuito con grande anticipo il dark side della globalizzazione, del sovraccarico informativo e del rapporto sempre più intimo fra uomo e macchina, in anni (quelli di fine '90) in cui la percezione collettiva era ancora orientata verso un relativo ottimismo per il progresso sociale e tecnologico. Per affrontare questo 30ennale abbiamo pensato di riportare all'attenzione di voi lettori un commento di Gianni Sibilla, docente di Elementi di musica e Discografia e Forme e linguaggi della comunicazione musicale presso l'Università IULM, nonché giornalista per Rockol, con cui intervistò la band nel 2017. Qui di seguito il nostro scambio di battute:


Pagina del Toronto Star in occasione del concerto dei Radiohead alla Varsity Arena del 7 aprile 1996

Ok Computer ha conosciuto in questi quasi 30 anni longeva fortuna critica. Si è scritto tanto su questo album, da più sponde definito “profetico”. In che modo i Radiohead riuscirono a intercettare e anticipare ansie culturali poi deflagrate sul finire di millennio?


I Radiohead sono sempre stati, per certi versi, una band profetica, capace di anticipare le trasformazioni delle forme di consumo e delle tematiche culturali della musica rock. Forse però userei più l’aggettivo “visionari”. Tutta questa forza si rivelò pienamente proprio con Ok Computer, che arrivava dopo due album – in particolare The Bends – che avevano una dimensione ancora abbastanza legata al rock più classico tanto che talvolta si parlava ancora di loro come dei “nuovi U2”. Quanto al modo in cui riuscirono a intercettare queste ansie culturali, credo sia stato un misto di visionarietà, voglia di sperimentare, rifiuto di fare sempre la stessa cosa e intuito. Non c’è mai una regola precisa. Di certo Ok Computer è stato il punto di svolta di una carriera gigantesca, che negli anni si è rivelata e confermata sempre più visionaria.

Come si legavano le atmosfere del disco al clima culturale del Britpop e della Cool Britannia di quegli anni? E quali furono invece i suoi fattori di successo presso il pubblico?

La realtà è che non si legava affatto a quel clima. Ok Computer è un disco completamente sganciato dal mondo del Britpop e della Cool Britannia, che era tutto sommato molto più diretto e autoreferenziale. Il disco dei Radiohead rappresentava invece una forma di inquietudine, quasi il lato oscuro di quella stagione: era totalmente anti-coolness e forse lo è ancora oggi. Probabilmente è proprio questa una delle ragioni della sua forza.

Dal punto di vista della produzione e degli arrangiamenti, quali sono i punti di rottura più vistosi con la tradizione del rock alternativo?

È un disco totalmente libero, e questa è la sua grandissima forza. Si passa da ballate tutto sommato lineari come Karma Police ed Exit Music a pezzi  sperimentali come Paranoid Android, che in realtà sono tre canzoni messi insieme e con riferimenti al rock psichedelico, ai Pink Floyd per esempio. All’epoca quel tipo di riferimento non era affatto “cool” come potrebbe sembrare oggi, ma i Radiohead semplicemente se ne fregavano. Più che rompere con una tradizione precisa, credo che volessero rompere soprattutto con sé stessi, prima ancora che con gli stereotipi del rock alternativo.

Molti lo innalzarono a manifesto della “società digitale” e della disumanizzazione tecnologica. Quanto sente di approvare questa etichetta?

Questa etichetta è già contenuta nel disco stesso, a partire dal titolo e dall’ispirazione. Penso per esempio a Fitter Happier, un pezzo musicalmente difficile da digerire ma molto efficace nel raccontare le contraddizioni della società attraverso una voce computerizzata.  I Radiohead  hanno messe al centro le contraddizioni della tecnologia in modo molto evidente.

Nell’immaginario collettivo il disco è stato tradizionalmente eletto quasi a paradigma di cupezza e disillusione, ma nella setlist ci sono momenti di satira e ironia (penso in particolare a Karma Police e Paranoid Android). Sono state sottovalutate queste componenti nella ricezione critica?

I Radiohead si sono sempre costruiti un’immagine un po’ laterale, cupa e distaccata dal resto del mondo. Ma se si guarda bene alla loro storia, l’ambiguità è sempre stata centrale. Il loro pezzo più famoso, la loro “hit non-hit”, cioè Creep, sembrava inserirsi nel filone del rock da classifica, ma in realtà aveva un testo durissimo, che parlava di diversità e di disagio in una società che quella dimensione non la prevedeva. Dentro questa cupezza, però, hanno sempre inserito anche elementi più accessibili, e a loro modo ironici. Credo che una delle grandi forze dei Radiohead stia proprio in questa ambiguità, in questo dualismo tra oscurità e accessibilità.

Se dovesse individuare artisti o filoni in cui l’eredità di Ok Computer è ancora evidente oggi, quali indicherebbe?

All’epoca la schiera dei “nuovi Radiohead” divenne enorme. Quell’etichetta veniva applicata più o meno a qualsiasi band che usasse le chitarre in modo un po’ particolare. Mi ricordo che persino i Muse, al primo album, furono etichettati così, anche se poi presero tutt’altra direzione, con riferimenti molto più vicini ai Queen e a un rock quasi operistico, piuttosto che a quello sghembo e laterale dei Radiohead. Per questo è difficile indicare un erede preciso. Piuttosto, quello che è rimasto è l’approccio: il modo di stare nel mondo della musica in maniera laterale, di non accettare i confini di genere e del business e di sperimentare continuamente. Questo è diventato davvero un modello.

In ultimo, come e in che misura ritiene che l’album sia capace di parlare ancora oggi alla contemporaneità? Oppure andrebbe riconsiderato integralmente come un mero prodotto tipico degli anni ’90 e del suo tempo?

Credo che Ok Computer sia uno dei grandi classici degli ultimi decenni, e quindi va trattato come tale. È un album che si comprende pienamente se lo si contestualizza nel periodo storico in cui è stato prodotto. La storicizzazione della musica è sempre fondamentale: nessun disco può essere davvero separato dal contesto in cui è nato, in cui è stato comunicato e raccontato. Allo stesso tempo, però, ci sono album che riescono a uscire dal loro tempo e ad assumere una valenza quasi universale. Ok Computer è uno di questi: un disco che nasce in un preciso momento storico ma che continua a parlare anche oggi, in un’epoca in cui la fruizione musicale spesso ci porta a dimenticare i dischi dopo poche settimane. Proprio per questo resta un classico.