Fotografare ciò che resta, l'opera di Jana Sojka
Cresciuta in Polonia e oggi residente nel Regno Unito, Jana Sojka ha costruito la sua ricerca artistica attorno a tutto ciò che resta: frammenti di memoria, tracce del tempo, immagini sospese tra presenza e assenza. Autodidatta, ha iniziato il proprio percorso creativo lontano dai circuiti tradizionali dell’arte, trovando nella fotografia, nel collage e nella cianotipia strumenti per esplorare il modo in cui custodiamo ciò che rischia di svanire. Il suo lavoro nasce spesso dai propri archivi (vecchie carte, fotografie ritrovate, oggetti legati alla storia familiare) e da una profonda attenzione per i momenti di passaggio: il crepuscolo, il silenzio di un paesaggio, l’istante in cui un ricordo riaffiora. I suoi dittici, in cui due frammenti apparentemente lontani entrano in dialogo, raccontano proprio questo spazio intermedio: quello che esiste tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi. Parliamo qui con l’artista della sua opera, sul valore dell’attesa nel processo creativo e sul modo in cui l’arte può trasformare un’esperienza personale in una memoria condivisa.

Sei cresciuta in Polonia, in un contesto in cui l’arte non aveva molto spazio. In che modo questa assenza ha influenzato il modo in cui oggi “guardi”?
Penso che l’assenza possa diventare un modo di guardare. Quando qualcosa è raro, impari a non darla per scontato. Impari a notare piccoli cambiamenti nella luce, la forma di un’ombra su una parete, il particolare silenzio di una sera. L’arte non è arrivata nella mia vita come qualcosa di ovvio, ma come una sorta di apertura. Forse è per questo che sono attratta da ciò che è silenzioso, fragile. Ho imparato presto che ciò che conta di più non è sempre ciò che occupa più spazio. Crescendo, ho spesso avuto la sensazione che la bellezza apparisse in modo indiretto. Non attraverso musei o grandi esperienze culturali, ma attraverso cose ordinarie: il gelo su una finestra, una strada dopo la pioggia, il suono di un treno che lascia una piccola stazione. Guardare è diventata una forma di compagnia. Penso di fotografare ancora in questo modo: non per collezionare il mondo, ma per rimanergli vicino. E forse è per questo che la nostalgia appare così spesso nel mio lavoro. Non perché voglia tornare al passato, ma perché mi interessa il modo in cui certi momenti continuano a vivere dentro di noi molto tempo dopo essere scomparsi.
Il blu ritorna come colore centrale, soprattutto nei momenti di passaggio come il crepuscolo. Quale stato emotivo rappresenta per te questa “soglia”?
Il blu mi sembra un equilibrio tra presenza e memoria. Appartiene sia all’acqua che al cielo, alla distanza e all’intimità. È il colore che appare quando le cose diventano meno certe e più vere. Il crepuscolo mi ha sempre affascinata perché nulla sta completamente arrivando o andando via. Il mondo esita. I contorni si ammorbidiscono. Le cose smettono di imporsi. Molte delle mie immagini nascono da quell’esitazione. Il blu mi ricorda anche lo spostamento, lo sradicamento. Sono cresciuta sotto un cielo e sono diventata adulta sotto un altro, eppure il colore è rimasto lo stesso. C’è qualcosa di profondamente rassicurante in questo. A volte penso di lavorare con il blu perché permette alla contraddizione di esistere. Può contenere insieme dolore e tenerezza. Solitudine e appartenenza. Partenza e ritorno. Quando guardo una cianotipia, non sento di osservare un colore. Sento di guardare il tempo reso visibile.

Nei tuoi processi utilizzi spesso tecniche analogiche, lunghe esposizioni e manipolazioni materiche. Che cosa ti offre l’analogico che il digitale non può riprodurre?
Il processo analogico mi ricorda che le immagini hanno un corpo. Richiede attesa. Ha peso, consistenza, resistenza. L’acqua lascia tracce. La chimica ha i suoi umori. La luce si comporta diversamente ogni giorno. Mi interessa questa collaborazione con l’incertezza. L’immagine non è mai completamente mia. Qualcosa del mondo partecipa alla sua creazione. Mi interessa il fatto che il processo rifiuti un controllo totale. Viviamo in una cultura che vuole tutto immediatamente e perfettamente. Le tecniche analogiche chiedono il contrario. Chiedono fiducia. Questa imprevedibilità mi sembra molto vicina all’essere umano.
I dittici sembrano essere fondamentali nel tuo linguaggio visivo: due momenti che diventano uno. Cosa ti ha portata a scegliere questa forma narrativa?
Non penso molto spesso in termini di immagini singole. Una fotografia tende a richiamarne un’altra. Un fiore ricorda il mare. Una montagna ricorda un’ombra. Un corpo ricorda un paesaggio. I dittici permettono alla distanza di diventare visibile. Creano uno spazio in cui due immagini possono parlarsi senza spiegarsi. Ciò che mi interessa maggiormente non sono spesso le immagini in sé, ma il flusso invisibile che si muove tra di esse. Forse questo deriva dal vivere tra luoghi diversi. Tra la Polonia e l’Inghilterra, tra la memoria e il presente, tra chi ero e chi sono diventata. Il dittico dà forma a questo spazio intermedio. Permette a due verità di esistere contemporaneamente senza costringerle a fondersi. Mi fido di quello spazio. Spesso più di quanto mi fidi della certezza.

Molti dei tuoi lavori nascono da esperienze personali molto intime. C’è mai il rischio di sentirsi troppo esposta quando si trasforma il privato in immagini?
Raramente penso alle immagini come autoritratti, anche quando il mio corpo appare in esse. Nel momento in cui un’esperienza entra in un’opera d’arte, comincia ad appartenere a qualcosa di più grande della biografia personale. Non mi interessa la confessione: mi interessa la traduzione. La sfida non è quanto rivelare, ma come trasformare qualcosa di personale in uno spazio in cui un’altra persona possa riconoscere le proprie memorie. Cosa accade quando una persona diventa parte di un luogo? Cosa accade quando la memoria diventa visibile? Le esperienze private sono spesso quelle che ci connettono più profondamente. Non perché siano uniche, ma perché sono condivise al di sotto della superficie. La perdita, la nostalgia, la meraviglia. Il desiderio di appartenere a un luogo. Questi sentimenti non appartengono mai soltanto a me.
Se dovessi descrivere la tua pratica come un movimento (piuttosto che come un linguaggio), quale sarebbe: ritorno, attesa o fuga?
Attesa. Non un’attesa passiva, ma un’attesa attenta. Quella praticata dall’acqua, dagli alberi, dalla luce che si muove lentamente attraverso una stanza. La maggior parte dei miei lavori nasce quando smetto di cercare di forzare un’immagine a esistere. La fotografia arriva quando è pronta. La cianotipia appare quando la luce ha terminato il suo lavoro. Forse tutto il mio lavoro è semplicemente un tentativo di rimanere vicino a quel momento prima che qualcosa diventi visibile. Il momento in cui il mondo sta ancora decidendo cosa desidera rivelare.
