Genova, synth e ricordi: il viaggio dentro Chiaro di Lowtopic
Lo scorso venerdì, NORR Records ha rilasciato il terzo album di Lowtopic, al secolo Francesco Bacci, produttore, polistrumentista e live act genovese. Dopo una lunga militanza in band come 1000 Degrees (2008-2015) ed Ex-Otago (2010-2022), Bacci ha trovato nella musica elettronica un nuovo sbocco per la sua ricerca musicale. Chiaro è in questo senso un nuovo capitolo all'insegna di atmosfere intimiste, sample vocali provenienti da tradizioni lontane e vibes da club, sullo sfondo dei ricordi e della sua amata Genova. Al disco è stato affiancato anche un progetto audiovisivo sviluppato con 010 Films, trovando una nuova dimensione anche dal vivo, dove suoni e immagini si incontrano in un’esperienza immersiva. Scambiamo qui alcune battute con l'autore:

Nel disco parli di un equilibrio raggiunto senza "suonare giusto" o restare dentro un genere. Come tu intendi questa ricerca di un
equilibrio nella musica?
Equilibrio e instabilità alla fine sono facce della stessa medaglia che continua a scappare dalle mani. Scrivo musica per provare a capire qualcosa di me e provo semplicemente a divertirmi nel farlo: cerco di avere un approccio ludico e serissimo allo stesso tempo. Mi sforzo di trovare un linguaggio chiaro, che in qualche modo muova qualcosa nello stomaco. Mi piace suonare, tutto qui: studiare continuamente per non appiattirmi, spostarmi dalle zone di comfort. Mi piace pensare che sia giusto che un musicista si definisca con il proprio lavoro, che è fare musica - in studio e sul palco -, non tanto creare contenuti, definirsi “artista”, inseguire i trend o parlare troppo di sé.
Hai detto di voler "esorcizzare alcune pratiche da produttore"
Sento il bisogno di mettere in discussione tutto, anche il fatto stesso di continuare a fare il musicista dopo quasi vent’anni. Perché ha senso che io lo faccia? Se riesco a dire qualcosa di chiaro, significativo e comunicativo allora sì, altrimenti tanto vale non inseguire una specie di status e trovarsi un lavoro “convenzionale”. Però ancora mi emoziono anche solo nel trovare una progressione di accordi o una sequenza, o nel passare una quantità indecorosa di ore a girare i potenziometri dei miei synth. Non sono troppo diverso dai miei figli: cerco di trovare ogni scusa possibile per passare la maggior parte del tempo a giocare. Infatti spesso trascuro parti del lavoro che andrebbero curate di più; è che cercare di promuovere il proprio lavoro nel 2026 è una tale rottura di cazzo... Sembra che nessuno abbia il tempo di ascoltare o osservare per più di qualche secondo, ma è proprio quello che mi interessa e che può generare trasformazioni.
Pensi che oggi il vero valore di un producer stia sempre meno negli strumenti e sempre più nella capacità di scegliere e dare significato ai suoni, un po’ come è avvenuto nelle arti visive?
Credo che il valore di un autore, in qualsiasi ambito (sia che produca musica, dipinga quadri o scriva libri), risieda nel trasmettere una qualche forma compiuta di emozione a chi riceve - per volontà o per caso - la sua “opera”. I mezzi con cui lo fa sono molto meno importanti così come la fattispecie di quell’emozione. È anche sempre vero, però, che saper scegliere è davvero l’unica cosa che conta, perché corrisponde al maturare il gusto, il proprio gusto. Potremmo dire che saper scegliere è sempre più difficile: abbiamo - e possiamo generare - librerie infinite di qualsiasi cosa, abbiamo mezzi infiniti, strumenti infiniti, ma sempre meno
tempo per approfondire, e un senso di ansia crescente. Allora scegliere qualcosa, anche a costo di trascurare tutto il resto, e provare a fare bene una sola piccola cosa, dedicandole tempo, diventa straordinario.
Provieni da un background hardcore, per poi attraversare l'indie e la produzione urban, cosa ti offre l'elettronica però che non trovavi negli altri linguaggi musicali?
Sono sempre stato legato all’idea di controcultura, DIY, ricerca, confronto. Quando suonavo hc e facevo tour in giro per l’europa e la Russia non avevamo il becco di un quattrino e dormivamo per terra, ma, proprio per questo, sapevamo benissimo perché lo stavamofacendo. A un certo punto ne ho sentito la mancanza; mi è mancata la certezza di fare musica solo perché ne avevo l’estrema necessità, e così l’ho cercata in un nuovo linguaggio in cui mi sembrava potessero essere contenuti questi valori: e in parte, ma solo in parte, è stato così. Mi interessano i territori inesplorati, e pare che l’elettronica ne conceda ancora parecchi.

Genova compare spesso nel tuo racconto, insieme al Mar Ligure e alle persone che ami. Quanto è presente la tua città dentro Chiaro?
Genova è ciò che respiro. È il posto dove amo abitare, dove coltivo le relazioni e il loro enorme valore. È un luogo straordinario perché estremamente vero, ma allo stesso tempo rifiuta di dialogare con la contemporaneità. Genova non osa, non si sbilancia, si sposta sempre troppo poco e con eccessiva lentezza. Spesso ne soffro, ma altrettanto spesso mi motiva a provare a fare la differenza.
In che modo la paternità ha cambiato il tuo modo di fare musica?
La paternità ha cambiato tutto: ha reso evidente che alla fine tutto il resto, e soprattutto fare musica, non è poi così rilevante. Allo stesso tempo però mi ha imposto di farlo davvero, con consapevolezza, e senza scuse. Mi ha messo di fronte alla responsabilità di credere in quello che faccio e di fare solo quello in cui credo. Si gioca, ma molto seriamente.
Guardando il percorso che va dai 1000 Degrees agli Ex-Otago fino a Lowtopic, qual è il filo rosso che collega tutte queste esperienze?
Non lo so neanche io, e forse pretendo di non capirlo per provare a farmi sorprendere ancora dalla musica. È la voglia di sentirsi qualcosa di più di un corpo che abita il mondo. È il cercare qualcosa da fare che non solo non pesi, ma alleggerisca. È la volontà di imparare un linguaggio che mi permetta di dialogare con più persone possibile, e quindi di imparare. È la voglia di spostare il baricentro rispetto alla consuetudine. È il non accontentarsi di quello che si è, quasi mai.