"I was dressed for success", l'esordio dei Pavement
21 aprile 1994. Jay Leno accoglie negli studi del Tonight Show un quartetto improponibile sin dal primo sguardo: il cantante si presenta vagamente sciammanato con una camicia a quadri e l'attitudine di un 18enne prossimo solo anagraficamente alla maturità; il chitarrista indossa una ricercatissima maglia del Luton Town, squadra di seconda divisione inglese; un tamburellista tarantolato saltella in un angolo del palco come se la sua ragione di vita si fermasse a quell'attività. L'inizio è spiazzante: il simil-maturando esordisce con espressioni e mugugni bambineschi su note fuori scala come le vedresti emettere a un bambino di 6 anni con in braccio una chitarra per la prima volta. Poi il batterista dà il quattro e la vera esibizione comincia, anche se non nel modo in cui ti aspetteresti. I Pavement, al tempo già al secondo album, offrono al pubblico televisivo la più sbilenca e sfrontata versione di Cut Your Hair della loro vita, quasi sprezzanti dell'opportunità mediatica ricevuta. Malkmus canta annoiato e rivolge spesso gli occhi verso l'alto, come se non gli importasse assolutamente nulla dell'occasione e della potenziale fama che la band avrebbe potuto riscuotere da quel segmento televisivo. Attitudine o autenticità? Ciò che è certo è che questa svalutazione del successo, questo ostentato disinteresse per la celebrità, incarnava perfettamente lo spirito della Gen X e quel suo bisogno di "eroi" che fossero tali, non cooptati dall'industria, non svenduti alle major, non programmati dalle produzioni. A corroborare quest'aura, a fine esibizione la tracolla di Malkmus cede facendo crollare inavvertitamente la sua chitarra mentre cerca di porgere timidamente la mano a un disgustato Jay Leno, probabilmente risentito con la direzione artistica per la scelta di quella sera.
Ma da dove veniva questa band e com'era finita in prima serata sulla televisione nazionale? Riavvolgiamo il nastro: il 1991 è l'anno di Nevermind dei Nirvana e della rivoluzione grunge; da lì sarebbe cambiato un po' tutto per il sottobosco underground americano, al tempo con inaudite quote di mercato dispiegateglisi davanti agli occhi. In quegli stessi mesi però, 500 km più a nord, veniva registrato un altro lavoro la cui campagna promozionale sarebbe consistita per un anno intero essenzialmente in passaggi di cassette demo tra le mani di redattori e giornalisti. Non ebbe lo stesso impatto culturale del Seattle Sound, ma Slanted and Enchanted propose sulla scorta del successo dei Nirvana un fenomeno in miniatura nell'ambiente indie rock. Il titolo era un programmatico omaggio alla poetessa americana Emily Dickinson ("Dì tutta la verità, ma dilla obliqua, il successo risiede nel giro"): la verità va raccontata con delicatezza, non troppo bruscamente; se guardi il sole direttamente rischi di rimanere accecato; se invece la luce passa attraverso delle nuvole o viene spiegata ai bambini "con dolcezza", riesci a contemplarla senza farti male. Malkmus in questo senso non sarebbe mai uscito dal tracciato, scrivendo testi frammentati e obliqui, ostici anche solo da intendere. L'estetica della band è così tutta racchiusa in quella imprecisione chitarristica, in quelle registrazioni sciatte e in quelle melodie apatiche, in altre parole, in quella loro cifra "Slanted" che, eludendo l'impeccabile (e conformista) confezionamento delle major, trovava la propria bellezza "Enchanted".

Il quartetto californiano si avvalse dei precedenti esperimenti avant-noise di Pixies e Sonic Youth (al tempo già transitati presso la Geffen con Goo e ormai sulla cresta dell'onda) conferendo a quell'eredità un'energia più spensierata, una goliardia più impudente e più gradevoli melodie pop, con ripercussioni profondissime su una schiera di epigoni successivi, dai Blur ai Weezer. Il primo capitolo della loro discografia, non a caso, gioca quasi interamente sull'enfatizzazione del ronzio e del fruscio ad alta frequenza. Ma che questa naiveté fosse frutto di una ricerca e non di una spontaneità incosciente lo rivelò la band stessa: Greg Milner e Gary Young spiegarono la scelta di eliminare qualsiasi riverbero dalla registrazione per evitare l'illusione di uno spazio ampio spesso usata dalle band arena-rock, suggerendo al contrario un contatto più diretto tra band e ascoltatore. Malkmus nel disco canta spesso con un tono piatto e cantilenato, a tratti snob un po' alla Lou Reed, e un'intonazione approssimativa che vuole veicolare noia e indolenza. Le canzoni, non a caso, evitano i suoni pulsanti e carichi di bassi associati alla dance, suscitando piuttosto un coinvolgimento intellettuale e non corporeo. Come disse Mike Powell su Pitchfork:
"I Pavement erano il prodotto della transizione dal punk e post-punk verso qualcosa di più sciolto e invitante, talvolta chiamato "college rock". La ribellione c'era ancora, ma era più morbida e meno diretta, spogliata della disciplina miope dell'hardcore, più riconciliata con il piacere del pop e del classic rock"

La dolcezza un po' sgangherata dell'opening Summer Babe che Malkmus avrebbe voluto buttar via prima dell'uscita; gli spigoli acidi di In the Mouth a Desert; gli shalalala sbarazzini di Zürich is Stained; il rumore bianco delle chitarre in Loretta's Scars; tutti frammenti iconici di quello scorcio di anni '90 e delle cui parole nessuno si chiedeva il significato. Metri e metri di distorsioni, rumori e feedback sotto cui si nascondevano sentimentali melodie pop. Slanted and Enchanted non urlava mai disperatamente il proprio nichilismo come i Nirvana; lo esprimeva con distante ironia e accidia. Ma alla radice cosa significava quest'architettura lo-fi, questa ossessione per un'autenticità che non fosse contaminata o artefatta, quella paura di "vendersi" che accomunava i Pavement praticamente a tutta la scena indie coeva? In parte si può leggere come lo sdegno verso la macchina capitalista e al tempo stesso come la resa definitiva davanti la possibilità di poter vivere al di fuori di essa. Rifiutando la serializzazione delle grandi produzioni, queste band proteggevano sè stesse dai ripugnanti meccanismi del mercato, pur rispondendo con una formula (più o meno conformista) che disputava la sua partita sullo stesso campo di gioco. "I was dressed for success, but success it never comes" cantavano in Here: una j'accuse al mito neo-liberista della meritocrazia, certo, ma anche un'implicita ammissione della sua accettazione. Era la spia di un nuovo posizionamento nei confronti del capitalismo che da lì sarebbe andato ripiegandosi fino ad oggi.

Forse il loro debutto non ha raggiunto oggi, a distanza di 35 anni, l'iconicità dei successivi Crooked Rain, Crooked Rain (1994) e Brighten the Corners (1997), ma Slanted and Enchanted rappresenta il perfetto incontro tra la vena più vicina al mainstream della band e l'eccentrica stravaganza del successivo Wowee Zowee (1995). Forse è il disco che ha retto meglio alla prova del tempo, suonando tanto approssimativo quanto folle, e incontrando tanto il gusto dei nostri contemporanei quanto dei critici del tempo come Robert Christgau che gli assegnò un'inusitata "A" su The Village People. Il grunge di Seattle avrebbe iniziato presto a saturarsi: Slanted & Enchanted rappresentava un'alternativa californiana svogliata e solare a tutta quell'angoscia esistenziale intrisa di eroina alla Alice in Chains, contribuendo ad avviare la tendenza "lo-fi", poi portata avanti da artisti come Sebadoh, Beck e Guided By Voices.