This is Alex Fernet

This is Alex Fernet

Visioni

“Vertigo” aka “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock 

Così come Madeleine strega Flavières, anch’io sono rimasto letteralmente stregato da questo film. Se ripenso alla prima volta in cui lo vidi mi rendo conto di quanto l’arte del cinema possa essere impattante su di noi, forse più di ogni altra, visto che il cinema è proprio una sintesi di musica, immagine, scrittura, performance…Di Vertigo mi stregò ogni singola componente: dalla fotografia ai nuovi effetti speciali del tempo fino al racconto stesso (tratto a sua volta dall’omonimo romanzo di Boileau e Narcejac). E’ un film a cui mi sento tuttora molto legato e che ha “rispecchiato” un periodo preciso della mia vita. Il brano Be My Memory, infatti, prende ispirazione proprio da questa pellicola (o meglio, sia dal film che dal romanzo): da un lato, ne descrive in modo abbastanza didascalico alcune scene, dall’altro, utilizza quelle stesse scene per descrivere come mi sentissi allora e per raccontare le analogie tra la mia vita e quella di Flavières (lo “specchio” di cui parlavo prima). In generale, l’estetica noir ha influenzato fortemente il mio disco Modern Night.

PAGINE


“Le Notti Difficili” di Dino Buzzati

Solitamente sono un lettore di gialli, ma in questo caso (visto che si è già parlato di noir, femme fatales ecc) preferisco menzionare Le Notti Difficili di Dino Buzzati. Fin da bambino, sono sempre stato affascinato da tutto ciò che si spinge oltre la realtà, ovvero ciò che si direbbe surreale o fantastico e che, parlando in termini di generi letterari, corrisponde a surrealismo, fantascienza, fantasy. Quando ero bambino passavo i pomeriggi nella biblioteca del mio paese: essa si trasformava in una sorta di astronave, un varco dimensionale dove poter evadere da questo mondo e viaggiare con l’immaginazione. Tanto più un libro era avventuroso, misterioso, surreale o proibito (per esempio gli horror), tanto più mi immergevo in esso. Oggi sento di non aver perso quel fascino. Mi piace ancora attingere dalla mia fantasia, sia nella quotidianità che nella scrittura e, in tal senso, Dino Buzzati è sicuramente un modello da seguire. In questa raccolta di 51 racconti brevi, Buzzati escogita altrettanti modi di sfuggire alla realtà, o meglio, di osservarla attraverso uno sguardo che sembra appartenere ad un mondo “altro” e capace perciò di cogliere nessi e sensi che la nostra natura e la nostra società non ci permettono di vedere; uno sguardo naif e adulto al tempo stesso, agro e dolce. Ogni soluzione è assolutamente originale rispetto alle altre e geniale rispetto se stessa: una serratura così sintetica che, una volta aperta, ci introduce ad infinite possibilità ed interpretazioni. Nei miei testi faccio spesso affidamento a soluzioni surreali ma credo che Festa di Finimondo sia, su tutte, la mia canzone più fantastica e distopica (ma non così tanto, visto ciò che stiamo vivendo). La canzone inizia con il telegiornale che annuncia l’imminente fine del mondo e la distribuzione di una pastiglia in grado di farci sembrare festoso e spassoso un momento così tragico, per poi farci dimenticare tutto. In realtà si tratta dell’ennesimo modo (anzi, l’ultimo) per accecare le nostre coscienze e non farci rendere conto che quelle che sembrano bolle di sapone, fuochi d’artificio e coriandoli sono, in realtà, piogge inquinate, stelle che esplodono ed il mondo che si sgretola per mano nostra. La canzone termina con una messa in scena sci-fi dell’Apocalisse di San Giovanni: i Four Horsemen diventano quattro astronavi, i sette angeli trombettieri una big band spaziale, la Nuova Gerusalemme un satellite pronto a decollare verso altri mondi. Come Buzzati ci insegna, il potere del racconto fantastico sta proprio nella sua capacità di veicolare, in modo velato/camuffato, messaggi altrimenti troppo pesanti da capire e digerire, una sorta di compressione zip per le menti. Nel caso di Festa di Finimondo, la critica è ovviamente mossa verso un potere che “droga” la società (panem et circenses, opium of the people…) e che è omertoso rispetto alle sue responsabilità nel cambiamento climatico.

LUOGHI



Discoteche abbandonate

Da sempre nutro un grande fascino per i luoghi abbandonati e le rovine. Esplorarli mi riempie di eccitazione, mi sembra di percepire il tempo fermarsi, lo spazio dilatarsi, la storia ripetersi… soprattutto se si tratta di ambienti molto antichi. Nel caso delle discoteche, non si può certamente parlare di luoghi antichi, ma il loro stato di abbandono, per quanto mi riguarda, le eleva ad una sorta di “templi dei giorni nostri”, laddove i balli e i concerti che vi ebbero luogo diventano danze rituali e eventi storici.  Molti episodi che scandiscono l’evoluzione del mio progetto musicale hanno come ambientazione una discoteca abbandonata, o meglio, quasi-abbandonata.

  • Uno dei miei primi concerti è avvenuto presso lo Shindy, storica discoteca di Bassano, quando ancora era chiusa e prima che la nuova gestione ne rifacesse i locali (sembra si tratti dell’ultimo concerto mai fatto allo Shindy);
  • il release party di Modern Night è avvenuto nel piano interrato di un’altra storica discoteca del circondario, Dancing Shanghai, il quale è rimasto chiuso per anni e il cui look è fermo agli anni ‘70; 
  • i tre video dei tre singoli di Modern Night sono stati ripresi al Macrillo, punto di riferimento per l’altipiano di Asiago, anch’esso intatto e, ahimè, attualmente chiuso al pubblico; 
  • ed infine, il video di Phantom Of The Club, canzone che parla di un fantasma danzante intrappolato in una discoteca, è stato girato al Vinile, altro “tempio” musicale bassanese, che abbiamo immortalato prima della sua ristrutturazione grazie alle riprese fatte con un laser scanner (strumento utilizzato per “renderizzare” rilievi architettonici) al posto della normale videocamera.

Ho da poco pubblicato un DVD che, attraverso dei menù-stanze, è strutturato in modo tale da sembrare una labirintica discoteca abbandonata. Oltre al dvd stesso, è inclusa una planimetria di tale discoteca immaginaria per potersi orientare tra i menù. 

DISCHI


“Young Americans” di David Bowie

Per assurdo, è la domanda più difficile a cui rispondere perché potrei benissimo citare alcuni dischi che poco c'entrano con la musica che faccio ma che mi rappresentano maggiormente in questo momento, così come potrei far riferimento a dei dischi che, nonostante siano estremamente underground, sono le colonne sonore della mia vita più recente. Ho deciso di rispondere senza fare troppo il ricercato e attenendomi alla mia ultima esperienza in studio, ovvero Modern Night, uscito quasi un anno fa e la cui scrittura è iniziata l’anno prima. Ci tengo a premettere, infatti, che in due anni si può cambiare molto, soprattutto se si è alla costante ricerca di nuovi stimoli musicali. Sebbene non sia, appunto, il mio disco di riferimento più recente, credo che Young Americans di David Bowie sia quello che meglio rispecchia il percorso che ho fatto relativamente al mio ultimo lavoro. Rispetto al mio album di debutto Lucidanotte, infatti, con Modern Night ho pescato a piene mani dalla soul music, proprio come fece Bowie in Young Americans, arrivando da sonorità più elettriche e glam. Ho preso spunto da questo disco del ‘75 anche per quanto riguarda certe sonorità, soprattutto in merito al suono di chitarra “fuzz-D.I.-riverberata” in Fame. Inoltre, condivido con Bowie l’amore per un altro grandissimo artista, Scott Walker, la cui scrittura poetica e ricca di immagini è stata un punto di riferimento decisivo nella stesura delle lyrics del mio ultimo disco. Infine (giusto un paio di aneddoti “malinconici”), ho iniziato a registrare alcuni synth di Modern Night proprio in America, a Los Angeles (ormai due anni fa), e se ripenso a quel periodo travagliato mi sento proprio come un “giovane americano” che cerca di inseguire il suo sogno disilluso (Y.A. parla proprio dell’American Dream infranto) e di trovare l'identità del suo nuovo disco, a sua volta dedicato ad un amico che ci ha lasciati troppo presto e che era il fan numero uno sia di Alex Fernet che di David Bowie (se lo era persino tatuato sul braccio).

OPERE


“Couple d'amoureux dans un petit café, quartier Italie” di Brassaï

Così come non è stato facile scegliere un album che potesse parlare in modo univoco di me stesso, è altrettanto difficile individuare un’unica opera d’arte e/o una personalità celebre che possa descrivermi. Preferisco, allora, restringere il campo facendo riferimento ancora una volta al “me” di Modern Night e unendo i due punti - opera e artista - in un’unica risposta. Nel museo civico della città in cui vivo, Bassano del Grappa, ho avuto il piacere di visitare delle esposizioni davvero ben curate del lavoro di artisti quali Guido Crepax ("Valentina, una vita con Crepax") e, più nello specifico, fotograf* come Dorothea Lange (“L’Altra America”), Ruth Orkin (“Leggenda della fotografia") e Brassaï (“L’occhio di Parigi”). Quest’ultimo ha colto nel segno la mia sensibilità: le sue fotografie, in qualche modo, si “abbinavano” benissimo alla ricerca e all’estetica che stavo portando avanti con Modern Night. A parte il curioso e simpatico fatto che Brassaï è nato in Transilvania, egli è veramente un anticonvenzionale “Sunlight Vampire” che proprio grazie all’arte della luce è riuscito a ritrarre la notte nella sua accezione più decadente, surreale e “moderna”, appunto. La nightlife che egli rappresenta assume connotati surreali (spesso Brassaï è stato associato al surrealismo) sebbene il suo punto di partenza sia sempre la realtà nuda e cruda (in sostanza, il percorso esattamente opposto al surrealismo di Buzzati, di cui prima). Se prendiamo come riferimento la “Coppia d’amanti in un piccolo caffè”, i due si stanno effettivamente guardando amorevolmente negli occhi, eppure, se “spiati” tramite gli specchi circostanti, i loro sguardi non si incrociano, sono paralleli, soli, malinconici. E forse, sotto sotto, nei loro cuori, è proprio così, e quella che stanno passando è solo una notte ubriaca, una piccola parentesi amorosa prima che la luce del sole si accenda, cancelli tutto come una gomma bianca e riporti le loro vite alla rispettive tristi verità. Cogliere questi significati è stato possibile solamente grazie al potere della fotocamera di Brassaï, capace sì di "reportare" ma soprattutto di interpretare, dubitare, trascendere. Tutti questi elementi della fotografia di Brassaï (la notte, la decadenza, gli amori, il surrealismo a partire dal “terra-terra”…) sono esattamente le stesse componenti di Modern Night ed il tempismo con cui le vidi nero su bianco proprio nel momento in cui stavo definendo l’estetica e la “parte visiva” del disco mi aiutò a conoslidare il tutto. La “coppia d’amanti” mi colpì profondamente, tant’è che acquistai la stampa che ora si trova incorniciata in camera mia e che vedo ogni notte davanti a me prima di andare a dormire.