Il buio oltre la siepe di Twin Peaks: Lynch, la provincia americana e la TV d'autore
Venticinque anni fa si concludeva la seconda stagione de I Segreti di Twin Peaks, un’opera destinata a riscrivere per sempre il linguaggio della serialità televisiva. Prima dell’incursione di David Lynch e Mark Frost nei palinsesti dei primi anni Novanta, il piccolo schermo era dominato dal disimpegno patinato e rassicurante delle soap opera. L'arrivo di Twin Peaks portò un’autorialità cinematografica dirompente, capace di innestare la grammatica visiva e disturbante di Eraserhead e Velluto blu nel cuore della tv generalista. La misteriosa morte di Laura Palmer divenne così il pretesto per spalancare un baratro dietro la facciata idilliaca della provincia americana, fondendo kitsch, orrore, visioni pittoriche e citazionalismo hitchcockiano. In occasione di questo anniversario, abbiamo intervistato Mattia Madonia, autore di una monografia dedicata alla serie edita da Perrone Editore, per ripercorrere l’eredità e la portata rivoluzionaria di un mito che ha aperto la strada alla TV moderna.

Lynch portò una grammatica visiva sulla scorta di Blue Velvet ed Eraserhead nella tv generalista dell’epoca. Che effetti ha avuto l’introduzione di Twin Peaks nella storia della TV, fino ad allora dominata da soap come Dallas o Dynasty?
La rivoluzione di Twin Peaks è determinata dall’inserimento di un’autorialità cinematografica in un medium che in precedenza offriva prodotti spesso di facile consumo, intrattenimento fine a sè stesso. Il tocco di classe è aver inserito nella serie tratti parodistici proprio delle soap opera che andavano di moda all’epoca.
Lynch è stato innanzitutto un regista, ma la sua formazione è profondamente legata alle arti visive. Quali estetiche hanno condizionato maggiormente la serie?
Lynch non ha mai smesso di considerarsi un pittore, in generale un artista poliedrico che ha toccato anche il mondo della musica. All’interno di Twin Peaks ci sono riferimenti evidenti ad artisti come Bacon e Hopper, ma credo che più che le influenze sia stato il modus operandi di Lynch sul set a caratterizzare certe componenti da “artigiano dell’arte”. Spesso truccava personalmente gli attori con il suo pennellino, disegnava le macchie di sangue, giocava con colori e luci come un pittore davanti alla sua tela.
La cittadina fittizia di Twin Peaks sembra una costruzione mitologica “rovesciata” dell’America, che nasconde qualcosa di oscuro sotto la superficie idilliaca. Rappresentava la fine del sogno americano?
La serie è uscita in un periodo storico segnato da una fase di passaggio, da uno stacco netto: l’edonismo plastificato degli anni Ottanta stava lasciando il posto ad altro, svelando ciò che già in precedenza nascondeva sotto i lustrini. Se già in Velluto blu Lynch mostra il marcio sotto la realtà idilliaca (la scena iniziale che si conclude con gli insetti e l’orecchio mozzato), in Twin Peaks ribadisce ed esaspera il concetto analizzando il male come entità che può nascondersi ovunque, anche nelle più tranquille cittadine e nelle realtà borghesi segnate da crepe - quelle che Lynch ha reso voragini.

Tra fine anni ’80 e inizio ’90 il Pacific Northwest sembra vivere una stagione culturale straordinaria, tra la serie e la nascita del grunge, definendo in parte l’immaginario visivo mondiale. Come interpreta questa improvvisa centralità culturale di quella sperduta provincia americana?
Il fatto che la serie sia ambientata in un luogo non troppo distante da Seattle, e dunque dalla culla del grunge, può aver influenzato l’ambiente delle riprese, sebbene Lynch e Frost volessero staccarsi da una linea temporale netta - ci sono molti elementi che riportano anche agli anni Cinquanta - e a un luogo preciso, in quanto Twin Peaks poteva essere l’America in qualsiasi angolo, la provincia che diventa epicentro del male poiché può trovare ovunque la sua dimora.
Una delle caratteristiche più radicali della serie è la convivenza fra bellezza, kitsch, barocco, comicità e orrore. Da dove nasce questa miscela?
È un miscuglio tra le influenze artistiche di Lynch e la sua passione - condivisa con Frost - per i contrasti. Luce e buio, vita e morte, bianco e nero: la serie mescola tutti gli elementi cogliendo le sfumature della vita stessa, dunque di una materia che non può essere limitata a un aut-aut. Lo stesso tema del doppio è un esempio del contrasto elevato all’ennesima potenza.
Quanto è importante qui il rapporto con Hitchcock?
Lynch amava Hitchcock. Ha usato alcuni nomi di personaggi prendendoli in prestito da Vertigo (La donna che visse due volte), oltre ad alcune tecniche registiche applicate soprattutto ai colori. Se devo prendere un altro riferimento cinematografico mi viene in mente l’Orfeo di Jean Cocteau, sia a livello visivo sia per il “viaggio” di Cooper stagione dopo stagione.

La prima stagione fu un fenomeno globale, mentre la seconda conobbe un progressivo calo degli ascolti. Quanto pesò la decisione della ABC di voler prolungare la serie oltre il progetto originario? Il suo insuccesso di pubblico è stato solo un errore di ricezione?
La rete costrinse Lynch a rivelare l’assassino di Laura Palmer, mentre nei suoi piani intendeva mantenere il mistero e portare avanti il progetto seguendo altre direzioni. Dopo la puntata dello “svelamento” Lynch si è defilato dal progetto, la qualità degli episodi è scesa e così gli ascolti. Il regista è tornato in grande stile nel finale, regalandoci una conclusione di stagione eccezionale dopo puntate considerate filler, riempitivi, da buona parte del pubblico. C’è comunque chi ha apprezzato le trame parallele e rimane affezionato anche alle parti più “deboli” della seconda stagione.
Quali sono, a suo avviso, gli aspetti della serie che critica e pubblico hanno sottovalutato o, eventualmente, sopravvalutato?
È probabile che abbiano sottovalutato, almeno durante la messa in onda, l’effetto che avrebbe avuto Twin Peaks nella serialità televisiva negli anni successivi. Senza Twin Peaks non avremmo avuto X-Files, Lost e tante altre serie figlie dell’impatto di Twin Peaks sugli spettatori. Non riesco invece a individuare qualcosa di sopravvalutato in Twin Peaks, se non forse proprio l’apprezzamento cieco di certi fan duri e puri per alcune puntate della seconda stagione effettivamente meno ispirate.