Il Concertone è stata la festa del precariato (anche per gli artisti)

Il Concertone è stata la festa del precariato (anche per gli artisti)

Impaginando questo titolo, mi sono fermato improvvisamente a riflettere sul senso di disgusto che si stava insinuando in me e verso me stesso, per essere diventato tutto ciò che ho sempre avversato e combattuto: il performativo ante-litteram che puntualmente, ogni primo maggio, infestava la bacheca di Facebook tra il 2012 e il 2015 con le immagini di Pertini a pugno chiuso (quella che aveva ieri sulla maglia Pierpaolo Spollon, per intenderci), ammonendo il volgo sui mala tempora italiani. È un fatto però che, a discapito della bombardante propaganda meloniana sui crescenti tassi di occupazione in Italia, il quadro si riveli ben altro e i dati parlino chiaro: il precariato dilaga, soprattutto nelle fasce più giovani. Figuriamoci fronte musica, dove Meloni, Giorgetti e compagnia salutante (con braccio alzato) c'entrano poco, e l'instabilità delle fonti di guadagno per artisti e band si fa da tempo sempre più asfissiante a livello mondiale. Nel mondo digitale e algoritmico le regole del gioco sono fluttuanti: è fondamentale essere sempre sul pezzo, rispettare il carpe diem, incarnare l'evoliano cavalca la tigre, fare di necessità virtù. Soprattutto in tempi di crisi di soglia dell'attenzione, calata ormai in noi utenti verso abissi sfiorati forse solo da stati evolutivi precedenti. Tutto ciò che può essere immortalato sul momento e guadagnare i famosi 15 minuti di fama warholini, diventa un'opportunità inevitabile per i derelitti artisti del Bel Paese.

Il Concertone è stato questo: la massima espressione di una precarietà ormai senza via di ritorno, anche e soprattutto, in musica. Se un tempo era uso comune parlare di 'One Hit Wonder' per band come i Buggles o gli A-Ha, oggi sarebbe più corretto parlare di 'One Minute Wonder'. È per questo che a tratti trovo persino sterile soffermarmi a dare risonanza alla scelta di Delia di modificare Bella Ciao con il tautologico 'Essere Umano' al posto di 'Partigiano'. Dai diritti sindacali ai diritti civili: la parabola della Sinistra in un minuto. Non necessitavamo di un'altra metafora per palesare un fenomeno ormai sdoganato da un decennio, ed è per questo che in realtà, sottocutanea, la variazione sul testo ci racconta altro: la ricerca spasmodica dello scandalo, la logica degli happenings, l'hook per una réclame ego-riferita. Ogni secondo di visibilità può tradursi in una manna per i propri conti. Così anche Big Mama (apparsa recentemente dimagrita, come a confermare l'eterna parabola del nasci incendiario e muori pompiere) si esibisce in una riscrittura apocrifa e danzereccia (nel senso davvero peggiore del termine) di quell'inno 'cripto-reazionario' (ma anche qui siamo nel campo del sarcasmo) che il profeta Povia quasi 20 anni fa donava all'Italietta salottiera del Rosario e dei complotti. Luca è Gay (che non conoscevo e di cui ringrazio la programmazione per avermene reso partecipe) rimarrà tra i testi più stereotipati e clichè che l'industria musicale italiana sia mai riuscita a partorire, funzionale solo a un contesto come questo. Per certi versi, l'epitome della definizione di musica 'usa e getta'.

Ben altro spessore la lettera di Piero Pelù, sebbene per poco non tornasse al Ratto delle Sabine per parlare di anti-colonialismo e l'accostamente ironico di Mussolini ai morti sul lavoro sia uscito un po' fuori luogo. Senza contare quando, in epoca pandemica, l'ex Litfiba si presentava come il testimonial principale della campagna vaccinale per conto della fazione che sosteneva Usa, Israele e il genocidio in Medio Oriente. E così, dopo ulteriore imbarazzo verso scelte al limite del pippobaudesco, tra il convenzionalismo di Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari che parla alla stregua di zio Franco su Facebook delle condizioni salariali del Bel Paese rimaste uguali negli ultimi 30 anni, e il lancio di un globo gonfiabile sul pubblico da parte di Sayf all'urlo di 'Il mondo è vostro' come neanche nei migliori villaggi turistici, ho deciso di spegnere la TV. In questo marasma senza bussola, ho empatizzato molto con la gag allestita più modestamente da Ditonellapiaga: avrei anch'io chiamato mia madre al concerto del primo maggio, ma non tanto per salutarla in tv, ma per farmi venire a riprendere come Nanni Moretti in Palombella Rossa. Anzi, se potessi scegliere un contatto in rubrica fantasticando, farei senz'altro il numero di Franco Battiato, riportandolo anche solo un minuto su quel palco, magari anche senza cantare, solo per fargli dire ancora una volta: "alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla".