Johnny Freak - In Vita

Johnny Freak - In Vita
7.2

Un trentennio fa la Gen X italiana, benchè in cronico e connaturato ritardo rispetto ai trend d'oltreoceano, si appassionava al grunge, al noise e all'hardcore. Una febbre collettiva che a guardare oggi lo stato delle cose sembra quasi difficile da spiegare, ma che riuscì a sfornare una versione nostrana molto personale rispetto ai modelli di riferimento americani. Una declinazione che, ai malesseri cobainiani e alla catarsi della gioventù sonica, associava sofisticatezza cantautorale nei testi, arrangiamenti spesso più votati all'art rispetto al puro noise e un gusto più 'vissuto' e disincantato (anche perchè realizzato da interpreti più in là con gli anni: Teatro degli Orrori, Marlene Kuntz, Afterhours). Se non è facile ritorvare oggi questa combinazione di elementi, i Johnny Freak a quasi un decennio di distanza dalla loro ultima pubblicazione (Sognigrafie, 2016), sembrano riportare in scena quell'aplomb da feedback di chitarra e Baudelaire che l'indie nostrano ha svestito da almeno 15 anni in favore di tutto un decalogo di sciatteria e lo-fi molto più esibiti che spontanei.

Foto di Marika Moretti

In Vita, terzo capitolo discografico nella ventennale carriera della band frusinate, è un manifesto in questo senso: 'in vita' non significa solo essere vivi attentamente, ma scegliere di esserlo attivamente, senza riflettere se "i suoni siano quelli buoni , le intenzioni le migliori e se poi non sarà questa la formula per noi". Questa immediatezza genera un sound facilmente riconoscibile ai reduci di quella scena musicale; meno prevedibile invece per una produzione di questo tipo nel 2026. Il timbro un po' sulfureo e declamatorio del cantante, i cori a piena voce a sostegno dei soli di chitarra in Suona, il giro grantico di basso in Salta Giù o l'esperimento verso la dance di Ultimo Ballo, potrebbero suonare come scelte démodé, ma sono talmente fuori tempo massimo da stagliarsi (più involontariamente che consapevolmente?) come vero e proprio statement e 'alternativa' alle produzioni indie di oggi.

A tal riguardo si ascolti la rimaneggiatissima e sempre elegante cover de La Donna Cannone e la ballad (quasi) title track di ispirazione un po' bowiana, con le sue progressioni oblique di piano e l'ingresso dei fiati nel finale. Un disco che, a discapito di una produzione infarcita di feedback, delay chitarristici e bassi che sfiorano il post-punk, suono nel complesso piuttosto melodico e a tratti salmodiante. Un'ottima divagazione (soprattutto per quelli della mia generazione) per uscire dal Presente e rientrare nel 'proprio Presente': quella wave italiana mai realmente finita nel cuore di chi da ragazzo ha iniziato a scrivere testi imitando Capovilla o suonare una chitarra ponendosi Godano come riferimento.