L'eclissi del grunge: l'unplugged degli Alice in Chains

L'eclissi del grunge: l'unplugged degli Alice in Chains

Quando nei primi anni '90 Mtv lanciò sulla sua piattaforma la serie Unplugged, non poteva sapere che si sarebbe ritrovata a filmare l'eclissi stessa di una scena, a suo modo di un'epoca, e anche di una vita. L’idea alla base era semplice ma molto potente: portare band e artisti rock in un contesto completamente diverso, mettendo al centro l’esecuzione “nuda” dei brani. Quello che però andò in scena il 10 aprile 1996 al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music sarebbe destinato a rimaner scolpito nella Storia della Musica. Laney Staley, già al tempo in precarie condizioni di salute, e gli Alice in Chains tornarono su un palco a distanza di due anni, con diverse band a presenziare tra il pubblico, forse consapevoli che sarebbe stata l'ultima occasione per vedere performare insieme il quartetto di Seattle. L'esibizione rimane ancora oggi, a 30 anni esatti, tra le esperienze live più memorabili, in grado di continuare a colpire emotivamente gli spettatori, anche quelli che per motivi anagrafici non fecero in tempo a vederla in presa diretta. A parlarne qui con noi c'è Dan Epstein, autore per Rolling Stone, Revolver e The Jew­ish Dai­ly For­ward.


L'unplugged degli Alice in Chains è stato a lungo canonizzato come l’epitaffio della scena grunge. Ha senso attribuirle un tale significato storico?

Penso che sia una lettura corretta: l'uscita su MTV Unplugged degli Alice in Chains nel luglio 1996 è un po' l'evento che segnato la fine del grunge così come lo conoscevamo. I Nirvana erano finiti; i Mudhoney e gli Screaming Trees erano ormai agli sgoccioli nel 1996; i Pearl Jam, dopo tre album di grande livello, stavano perdendo un po' lo slancio, cercando anche di capire cosa fare in relazione alla loro causa contro Ticketmaster e altre distrazioni. E poi, di fatto, MTV Unplugged è stato davvero l’ultimo respiro degli Alice in Chains come gruppo attivo. Nel frattempo, sia la musica mainstream che quella underground si stavano muovendo in direzioni molto diverse; nel 1991 il grunge suonava incredibilmente fresco ed entusiasmante, ma cinque anni dopo sembrava già roba vecchia.

Si potrebbe anche dire che questa esibizione abbia segnato una sorta di passaggio da una controcultura collettiva a una forma di sofferenza, per così dire, “privatizzata” e interiorizzata — esemplificata dalla presenza scenica (immobile) di Staley

Non sono totalmente d’accordo con questa affermazione. Dopotutto, le migliori canzoni di Kurt Cobain nascevano da un senso di sofferenza interiorizzata non molto diverso da quello di Layne Staley; è solo che Kurt sfogava la sua sofferenza e frustrazione agitandosi sul palco, mentre Layne è sempre stato un performer piuttosto immobile, anche quando era in condizioni di salute molto migliori rispetto a quelle che aveva qui. In ogni caso, tutto questo emergeva soprattutto attraverso la sua voce.

Alcune canzoni, come Sludge Factory o Down in a Hole, riuscivano a trasmettere la loro “potenza” anche in acustico, prive del muro di suono creato in studio. Quali caratteristiche della band rendevano quel senso di gravità indipendente dalla distorsione?

Gli Alice in Chains erano “pesanti” nel senso classico del termine: nella loro musica e nel loro modo di suonare c’erano sempre un peso e un’intensità che riuscivano a emergere anche senza grandi batterie o chitarre distorte. Anzi, direi che diverse loro canzoni nell’MTV Unplugged, come quelle che citi, colpiscono persino più forte delle versioni originali, perché lo spazio nella musica permette all’emozione (e all’oscurità) di diventare davvero protagoniste.

Nell’esecuzione di Nutshell, è memorabile il modo in cui Staley dà particolare enfasi alla frase “no one to cry to, no place to call home”, che può certamente essere letta in chiave critica, ma che mi piace anche interpretare come una formula perfetta della nostra condizione moderna. Tu come la vedi?

In effetti, quella performance di Nutshell è la definizione da manuale di “una richiesta d’aiuto”: Layne si mette completamente a nudo davanti a una folla gremita, all’interno di un’esibizione che verrà presto vista e ascoltata da milioni di persone, eppure si sente completamente solo e disconnesso. Facendo un salto avanti di 30 anni, credo che possiamo tutti riconoscerci in questo; grazie a internet e ai social media, non siamo mai stati così “connessi” come esseri umani, e tuttavia queste cose hanno in qualche modo solo intensificato il senso di isolamento e impotenza che molti di noi provano. Penso che ci sia…

Dal punto di vista tecnico, invece, quali nuove sfumature e qualità timbriche emergono in quella performance Unplugged rispetto all’identità sonora più familiare della band?

Penso sia stata una mossa brillante quella di portare Scott Olson come chitarrista aggiuntivo per la registrazione (e il fatto che abbia preso il posto al basso in Killer Is Me, permettendo a Mike Inez di suonare la chitarra per quel brano), sia perché la sua chitarra aggiungeva profondità e texture al suono, sia perché la sua presenza e professionalità hanno reso l’esecuzione meno simile a un “numero da funambolo” che una performance con i soli quattro membri degli Alice in Chains avrebbe inevitabilmente comportato. E adoro sentire Inez al basso acustico; la scivolosità delle basse frequenze di quello strumento amplifica in modo sottile l’oscurità e la minaccia della musica in un modo molto diverso (e a volte anche più interessante) rispetto alle registrazioni in studio originali.

Inoltre, questo Unplugged è, a mio avviso, uno dei rarissimi casi in cui il mezzo televisivo, invece di neutralizzare il trauma, finisce per amplificarlo. Ancora più significativo se si considera che le sessioni Unplugged di MTV erano originariamente concepite per rendere il rock più accessibile — quasi addomesticato, in un certo senso

Sono assolutamente d’accordo. Ricordo di aver visto l’MTV Unplugged degli Alice in Chains quando andò in onda per la prima volta, e di aver provato un’intensa combinazione di tristezza, orrore e repulsione per le condizioni evidentemente deteriorate di Layne. In effetti, mi ci è voluto un po’ prima di riuscire ad apprezzare davvero la musica senza essere completamente distratto da quanto Layne fosse chiaramente malato; ancora oggi è impossibile separare del tutto questo aspetto dalla performance, soprattutto alla luce di quanto sia tragica la sua storia successiva.