La Musica è Finita? Appunti per una rivoluzione
C’è stato un tempo in cui la musica non era soltanto un sottofondo o un flusso infinito di contenuti da consumare rapidamente, ma un’esperienza capace di incidere nell’immaginario collettivo, di produrre identità, conflitto, visione. Era un rito materiale, ma anche una forma di tensione culturale, un linguaggio in grado di raccontare il proprio tempo e persino di metterlo in discussione. Oggi, nell’epoca dello streaming e degli algoritmi, quella centralità sembra essersi incrinata. La musica continua a essere ovunque, eppure appare sempre più leggera, liquida, disincarnata. È da questa frattura che prende avvio La musica è finita. Appunti per una rivoluzione, il nuovo libro di Gino Castaldo, una diagnosi culturale del presente. La musica diventa qui un osservatorio privilegiato per interrogare una crisi più ampia: quella della produzione culturale contemporanea, della capacità di elaborare dissenso, profondità, immaginazione. Abbiamo rivolto alcune domande all'autore che trovate qui di seguito:

Nel tuo libro distingui implicitamente tra musica come prodotto e musica come esperienza. Quando è avvenuta, secondo te, questa separazione?
L'ambiguità fra merce e arte è un elemento strutturale della musica popolare in generale, sono due poli che vivono in costante e precario equilibrio. Ci sono stati periodi in cui il primato dell'arte era abbastanza in equilibrio con le caratteristiche tipiche di ciò che nasce come un prodotto. Oggi, al contrario, si può dire che l'equilibrio è nettamente sbilanciato dalla parte del prodotto.
La tua analisi sembra suggerire che la musica abbia perso la sua “aura”, per usare un termine benjaminiano. La riproducibilità digitale ha distrutto l’unicità dell’esperienza musicale, il suo hic et nunc?
Col senno di poi sì, malgrado l'innovazione tecnologica, a partire dalla rete o dai social, inizialmente avesse inebriato me e tanti della mia generazione. Nel mio libro ho cercato di rintracciare, partendo dal presupposto (ammesso che sia condiviso) che la musica di oggi sia scadente in linea generale, i motivi e i fattori che hanno determinato questo esito. Come specifico spesso, il fatto che la musica sia scadente non significa che non vengano prodotte anche cose pregevoli: è il sistema musicale mainstream che è fortemente malato e lavora all'aspetto produttivo in maniera del tutto acritica e impersonale.
Se è vero che a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 la musica popolare aveva una forte dimensione controculturale e contro-egemonica, quanto conserva oggi il mainstream questo Potere di dissenso?
Non faccio nomi perchè il problema è il Sistema e non gli artisti, che al più sono vittime. Prima sono entrato in macchina e stavo ascoltando alcune canzoni di nomi che oggi considereremmo più unanimemente 'apprezzabili', e sembrano sciocchezzuole. Nel migliore dei casi è musica innocua: il problema è che di questi tempi, come sappiamo, l'innocuo può diventare colpevole. Gli stessi artisti mi sembrano tutti un po' avvolti da questa nuvola di opacità, vittime di un'anestesia.
E in questo contesto, l’intelligenza artificiale può rappresenta sul lungo raggio una nuova rivoluzione estetica o si tratta del punto terminale della standardizzazione musicale?
Sarei un po' pessimista a riguardo. L'intelligenza artificiale è in mano a oligarchie molto ristrette che non stanno operando per il benessere dell'umanità: l'ingresso selvaggio di questi nuovi strumenti nel nostro sociale sta avvenendo senza tempi di assimilazione e comprensione. Questo lo trovo molto pericoloso.
Una domanda che ci interessa particolarmente, viste anche le dinamiche in campo: in un ecosistema dominato dal fandom permanente, è ancora possibile formulare un giudizio estetico condivisibile?
No, non mi pare. Questa riflessione è compresa proprio in un capitolo del libro: 'La morte del pensiero". Il pensiero critico viene esercitato in piccole zone, ma la critica ha perso gusto perchè non è ormai più richiesta. Mettersi tra artista e fan è una guerra persa in partenza. È soprattutto una questione di polarizzazione, dovuta anche all'accesso ai social.
A tuo avviso, la crisi della musica riguarda specificamente l’industria musicale o è un sintomo di una più ampia crisi della produzione culturale contemporanea?
È sicuramente un problema enorme e vastissimo. Utilizzo la musica perchè è il campo a me più vicino, ma in gioco c'è proprio la condizione antropologica. Ci sono delle differenze nei vari settori, ma l'opacità attorno agli artisti di cui parlo riguarda anche altri campi. Stiamo attraversano un'epoca un po' di barbarie, però in linea generale la maggior parte dei film non vengono fatti per i fan, mentre in ambito musicale, sia concerti che dischi sembrano concepiti proprio per la fanbase: a un live sai già prima cosa andrai a vedere e non vuoi sorprese. Oggi lo diamo per scontato, ma non è normale.
In ultimo, pensi che la tensione tra accessibilità democratica e profondità culturale sia effettivamente incolmabile e che, almeno al presente, le due dimensioni siano incompatibili?
Impossibile stabilirlo. Tutto quello che faccio è nella speranza di dare un minimo contributo al cambiamento. Parliamo comunque di sistemi mutevoli, a loro modo anche fragili, quindi se ci fossero delle reazioni percepibili da parte dei fruitori, ma soprattutto dei musicisti, qualcosa potrebbe cominciare a smuoversi.
Gino Castaldo - La Musica è Finita. Appunti per una Rivoluzione
La musica che abbiamo conosciuto e amato nel Novecento è ancora viva? Oppure ha già concluso il suo ciclo evolutivo, lasciando spazio a un nuovo, misterioso orizzonte?