L’Officina della Camomilla tra miti e nuove narrazioni

L’Officina della Camomilla tra miti e nuove narrazioni

L'Officina della Camomilla torna in una fase nuova, più stabile ma ancora volutamente fuori asse. A 2 anni da Dreamcore, la band è tornata sulle scene con un concerto all'Alcatraz di Milano lo scorso 29 aprile e due nuovi singoli, ma soprattutto ci racconta di aver smesso di inseguire l’urgenza del “dover dimostrare” per concentrarsi su ciò che gli interessa davvero: restare curiosi. E così nel calderone ci finiscono riferimenti letterari dichiarati e un’estetica che mescola sacro, profano ed eros. La sensazione è quella di un collettivo che ha superato la fase “band di culto da cameretta” senza perdere la propria identità. Dopo i fasti di MySpace e ora TikTok, del resto, il loro pubblico si è allargato ulteriormente (con risultati evidenti nella dimensione live) pur senza determinare una deviazione netta all'idea fondativa del loro progetto. Oggi l’Officina si appresta a rilasciare un nuovo album atteso in autunno; un disco che si preannuncia una geografia emotiva decisamente più narrativa, quasi una mitologia personale costruita per stanze letterarie. Ne parliamo con la band che ci anticipa diversi punti del loro nuovo lavoro e del loro percorso:


A due anni da Dreamcore, oggi sembra che ci sia una nuova fase dell’Officina. Che momento state vivendo artisticamente e a livello personale?


Due anni dopo Dreamcore ci sentiamo meno interessati a dimostrare qualcosa e più interessati a capire cosa ci diverte ancora. All'inizio una band vive spesso di urgenza: vuoi farti sentire, vuoi occupare uno spazio, vuoi lasciare un segno. A un certo punto capisci che l'unica cosa che conta davvero è continuare a essere sinceri con quello che stai facendo.Negli anni ci siamo mossi tra fughe, ritorni, scioglimenti, ricostruzioni. Oggi siamo in una fase più serena, più stabile e matura. Artisticamente stiamo cercando di restare curiosi. Di non diventare la cover band di noi stessi. È una trappola abbastanza comoda: ripetere una formula che funziona, continuare a scrivere la stessa canzone cambiando qualche dettaglio. Invece ci interessa restare spiazzanti,  possibilmente scomodi. A livello personale siamo sicuramente persone diverse rispetto a quelle che hanno iniziato a fare musica in cameretta, come giusto che sia, ma continuiamo ad avere la stessa voglia di fare, la stessa attitudine di una volta.

Il nuovo album uscirà in autunno: che tipo di mondo state costruendo rispetto ai dischi precedenti?


Ogni disco è una specie di geografia emotiva. Questo nuovo lavoro probabilmente è il più narrativo che abbiamo fatto. La letteratura è stata fondamentale per la realizzazione di questo nostro nuovo capitolo, ci sono molti omaggi e citazioni disseminate in ogni brano. Quando sei più giovane magari ti viene più naturale scrivere di getto, crescendo invece, senti l’esigenza di affilare la lama, trattare argomenti più elaborati, tendendo a cercare te stesso fra le pagine dei tuoi autori preferiti, piuttosto che scrivere d’istinto la telecronaca della tua vita. Abbiamo utilizzato i libri come uno specchio che riflette la nostra psiche, la nostra emotività. È come uno strano viaggio all’interno di una mitologia personale.

 C’è qualcosa che oggi vi interessa raccontare e che magari 10 anni fa non avreste saputo mettere in musica? Vi capita mai di riguardare testi vecchi e non riconoscere quel ragazzo che li ha scritti?


Si, alcuni testi guardandoli oggi sembrano scritti da un fratello minore che non vediamo da anni. Però non c'è imbarazzo. C'è tenerezza. Dieci anni fa probabilmente eravamo più interessati all'immediatezza, all'urgenza dettata dall’età.  E sì, a volte rileggendo certe frasi quel ragazzo sembra uno sconosciuto. Ma sarebbe strano il contrario. Una canzone è come una fotografia mossa: cattura una versione di te che esisteva per pochi minuti e poi è sparita. Quando la riguardi anni dopo, riconosci la voce,  ma non necessariamente la persona. La parte interessante è che spesso quei testi sapevano cose che noi non sapevamo ancora. Certe immagini, certe paure, certe intuizioni diventano comprensibili soltanto molto più tardi. Come se la canzone fosse arrivata prima dell'autore. Per questo non ci piace correggere il passato. Anche i versi ingenui, quelli che oggi scriveremmo diversamente, raccontano una verità che non può essere aggiornata. Sono il documento di qualcuno che stava cercando di capire il mondo con gli strumenti che aveva in quel momento. E in fondo è ancora quello che facciamo.

In Celeste convivono Sylvia Plath, Donna Tartt, Euripide, Gregg Araki, Vincent Gallo, gli Smiths. Qual è il fil rouge di questi immaginari così diversi?


Ci sembra che il punto non sia ciò che queste figure hanno in comune in superficie, ma ciò che lasciano intravedere sotto la superficie. Non vediamo Sylvia Plath, Donna Tartt, Euripide, Gregg Araki, Vincent Gallo o gli Smiths come riferimenti separati. Li vediamo come diverse stanze della stessa casa. In ognuno di loro c'è una forma di intensità emotiva che rifiuta di diventare ordinaria. Persone e opere che prendono sentimenti spesso considerati eccessivi (desiderio, solitudine, ossessione, nostalgia, follia o bellezza) e li trattano come qualcosa di degno di essere osservato da vicino. Forse è questo che unisce tutti quegli immaginari: una certa fedeltà all'eccesso. La convinzione che sentirsi troppo, pensare troppo o desiderare troppo non sia un difetto da correggere, ma una forma di resistenza. E, talvolta, persino una forma di eleganza.

Se dovessi chiedervi, come anticipazione, un libro e un film che sentite particolarmente vicino all’idea alla base del nuovo album?


Libro: Baccanti di Euripide.

Film: Valerie and her week of wonders

Un aspetto notevole è che oggi siete riusciti a riunire le persone che vi seguivano ai tempi di MySpace e i più giovani che vi hanno scoperti oggi su TikTok. Che effetto vi fa? Vi sentite una band ‘nostalgica’ in senso lato?


Fa abbastanza impressione. Ai concerti capita di vedere persone che ci seguono da 15 anni accanto a ragazzi che magari hanno scoperto una canzone la settimana scorsa. È una cosa bellissima. Non ci sentiamo una band nostalgica, perché la nostalgia per noi non è mai stata un rifugio nel passato. È più una lente attraverso cui guardare il presente.

C’è qualcosa che rimpiangete dell’epoca MySpace/blog/forum?


Forse il fatto che internet sembrasse ancora un luogo costruito dalle persone e non dagli algoritmi. Era più difficile raggiungere qualcuno, ma quando succedeva sembrava più significativo. C'era più casualità, più tempo perso, più possibilità di sbagliare strada.

Chiudiamo con uno ‘scegli tra’, a bruciapelo e senza argomentazione:

La Malavita dei Baustelle o Aurora de I Cani?
 

La Malavita

Underground di Kusturica o La Dolce Vita di Fellini?
 

La Dolce Vita di Fellini

William Burroughs o Bret Easton Ellis?
 

Bret Easton Ellis

Meloni o Schlein?
 

Gli Smiths


Città italiana più sottovalutata? 


Treviso



Vostro brano che oggi non riuscireste più a scrivere? 


Probabilmente Un fiore per coltello


Esiste ancora l’indie o solo una texture mentale? 


L’indie non è mai stato un luogo sicuro. Parlando per metafore, possiamo dire che l’indie era come una crepa nel marciapiede, un’etichetta stampata male, un amplificatore che fischiava perché nessuno aveva letto il manuale.  Se oggi lo cerchi come genere, probabilmente è morto 100 volte. Se lo cerchi come mercato, è stato comprato, venduto e trasformato in playlist. Come texture mentale? Sì, forse è l’unica forma in cui è sopravvissuto. L’indie era sempre meno una questione di indipendenza reale e più una frequenza: il desiderio di spostarsi di lato rispetto al centro, di lasciare entrare il rumore quando tutti chiedevano chiarezza. Oggi quella frequenza può abitare una cameretta, un algoritmo, un file audio caricato su Soundcloud alle tre di notte. Può anche essere intrappolata dentro le stesse strutture che un tempo voleva evitare. Quindi no, l’indie non è scomparso. Ha perso i suoi confini. È diventato un fantasma che attraversa generi, piattaforme e identità. A volte è una band. A volte è un errore. A volte è solo qualcuno che sceglie la dissonanza quando la consonanza sarebbe più conveniente. Forse l’indie non esiste più come scena. Ma continua a esistere come attrito. E finché c’è attrito, c’è ancora rumore.


Una cosa molto normale che vi mette malinconia? 


La pioggia